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il manifesto 2013.09.04 - 01 PRIMA PAGINA
 
SULLA PELLE DEI PROFUGHI
EDITORIALE - Tommaso Di Francesco

EDITORIALE - Tommaso Di Francesco
Mentre tutto sembra sospeso, iniziano gli anticipi di guerra con «manovre» degli Stati uniti e di Israele che lanciano nel Mediterraneo due missili. Scherzano col fuoco e avvertono.
Tutti aspettano. Ma la guerra ci sarà. Perché dopo averlo promesso, Obama non può certo non farlo, l'attacco. Anche se Ban Ki-moon gli ricorda che «solo il Consiglio di sicurezza può autorizzare la forza»o. Intanto preme sul Congresso e trova uno schieramento bipartisan e interlocutore privilegi, a partire dall'ex candidato Repubblicano alla presidenza, il senatore John McCain che di armi chimiche se ne intende. È lo stesso «eroe» che dall'alto delle fortezze volanti, prima che lo abbattessero, bombardava con il naphalm i contadini vietnamiti. Tutti uniti con la Francia, l'ex potenza coloniale in Siria, del presidente Hollande verso obiettivi nebulosi, quindi più pericolosi, pieni solo di pretesti utili per motivare l'intervento. La guerra per Obama deve essere «limitata» ma, ha reso ben chiaro ieri, che è «per mandare un messaggio non solo ad Assad», cioè anche all'Iran. Così ora deve dimostrare all'opinione pubblica americana, a quella mondiale e al Congresso che l'attacco sarà davvero limitato, che così basterà a dare il messaggio ad Assad e all'Iran e soprattutto che non provocherà l'esplosione della polveriera mediorientale. E già i Repubblicani Usa e la Turchia, baluardo della Nato che scalpita per bombardare (e coinvolgere così l'Alleanza atlantica), dicono che non basterà. Già sono allo studio al Pentagono piani di «estensione», di aiuti più diretti (ancora?) ai ribelli armati, di possibilità di «presenza di soldati sul campo».
Inoltre si avverte che «Saddam non deve cadere», per non ripetere il calendario nefasto dell'Iraq e per la pericolosa possibilità che se ne avvantaggino i gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda com'è evidente. Ma Kerry ha pronunciato il fatidico (e già ripetutamente sentito) «Assad è come Saddam e come Hitler».
Ma, allora deve cadere o no? Infine, «non ci dobbiamo far coinvolgere nella guerra civile», dicono alla Casa bianca. Quando in verità gli Stati uniti da più di un anno e mezzo sono coinvolti con gli «Amici della Siria» nel sostegno alla guerra armata degli insorti contro Assad con forniture di armi, operazioni coperte, addestramento e una montagna di milioni di dollari. Finanziamenti annunciati ogni volta che in Siria entrava una missione Onu, da quella di Kofi Annan a quella di Lakhdar Brahimi.
Unica certezza è che tutto è giocato sulle pelle dei civili e dei profughi, le strumentalizzazioni viventi per le quali si vuole l'intervento. Questa è forse la colpa più grave del promettente Obama: con almeno quattro guerre americane ancora aperte non esce dall'agenda del militarismo «umanitario» bipartisan dell'America. E torna il «modello Kosovo» dove, prima del 24 parzo 1999, data dell'intervento della Nato che attaccò senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza, le vittime erano duemila e i profuhi con gli sfollati interni ammontavano a 50mila. Fu l'inizio dei bombardamenti «umanitari». Le distruzioni e gli effetti collaterali, le cluster bomb e i missili, l'uranio impoverito, moltiplicarono il numero delle vittime e centuplicarono quelle dei profughi in fuga da Milosevic, dalle miizie contrapposte ma anche dai raid della Nato.
Oggi le siriane e i siriani in fuga dalla guerra sono un milione e 800mila, solo quelli rifugiati all'esterno in Libano, Iraq e Giordania, mentre i profughi interni, quelli che nemmeno vediamo e che pagano e pagheranno le violenze di tutti dell'esercito del regime, delle milizie ribelli e dei bombardamenti franco-americani, sono 4milioni e mezzo e probabilmente più disperati di quelli che stanno fuori. Umanitariamente parlando, non sarebbe meglio occuparsi del destino di questi disperati che Francia e Stati uniti hanno scaricato sulla disprezzata Onu?
Unica certezza è - dice quasi solo il papa e si accodano stavolta fortunatamente tanti di quelli che sono stati i fondatori del precedente «modello Kosovo» - che «la guerra non è la risposta», mentre serve una soluzione politica, una interposizione di pace. Non «se vuoi la pace prepara la guerra» o, come abbiamo visto commentare da nostrani guerrafondai avveduti, «se vuoi la guerra prepara la pace». Ma «se vuoi la pace prepara la pace».
 
[stampa]
 
 
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