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il manifesto 2013.09.04 - 05 POLITICA
DECADENZA - Alfano chiede ai democratici una posizione chiara sulla legge Severino. Colloqui con il Quirinale sulla grazia: nulla di fatto SENATO Offensiva del Pdl nei confronti della giunta e del Pd. Obiettivo: la rottura
Il Cavaliere allo showdown
APERTURA - Andrea Colombo
APERTURA - Andrea Colombo
Schifani a Grasso: sostituisca i senatori che hanno anticipato come voteranno su Berlusconi
È ora che il Pd chiarisca senza mezzi termini se ritiene che la legge Severino sia o no retroattiva. «Il Pdl ha il diritto di conoscere le posizioni del Pd per poter orientare le proprie decisioni». Parole scritte da Angelino Alfano ma dettate da Silvio Berlusconi e poi corrette, per ammorbidire i toni, da Gianni Letta. Ma nonostante l'intervento mellifluo del gran consigliere, il senso del messaggio resta inequivocabile: inutile perdere ancora tempo nella palude degli azzeccagarbugli. Il Pd si esponga, e il Pdl provvederà a decidere i tempi di una crisi inevitabile.
Solo che il Pd cosa pensa in materia lo ha già detto in tutte le lingue e lo ha ripetuto anche ieri, per bocca dell'ex segretario Bersani: «In uno Stato di diritto le leggi si applicano». L'ultimatum di Angelino il Buono, dunque, non può avere come obiettivo la dissoluzione di un dubbio che in realtà non esiste. Lo stesso discorso, del resto, vale anche per le altre mosse messe ieri in campo dal Pdl, in quella che figura a tutti gli effetti come una vera e propria offensiva pianificata a tavolino.
L'attacco inizia a fine mattinata, con una nota del capogruppo pdl al Senato Schifani che prende di mira il presidente della giunta per l'immunità Dario Stefàno. Le sue «continue dichiarazioni ci preoccupano non poco», afferma Schifani. «Non sembrano consone a quel ruolo di terzietà ed equilibrio al quale è chiamato». Stefàno non replica. Lo fa al suo posto Loredana De Petris, presidente del gruppo dal quale il presidente della giunta proviene, quello di Sel. «Critiche destituite di fondamento», dichiara. Il comportamento di Stefàno è stato sempre «rigorosamente imparziale, limitandosi a chiarimenti tecnici volti a evitare che si ingenerassero equivoci e confusione».
Sembra una tempesta fasulla, tanto che Schifani e Stefàno si parlano al telefono e la minicrisi sembra sbloccata. Invece, poche ore dopo, il presidente dei senatori pdl torna alla carica, e stavolta mira al bersaglio grosso. Chiede al presidente Grasso di sostituire tutti quei membri della giunta che, con interviste o dichiarazioni, hanno già detto come voteranno. La spiegazione della richiesta, supportata dal senatore pdl Malan che della giunta è membro, appare subito tirata per i capelli: dal momento che la giunta svolge per l'occasione funzione giurisdizionale deve rispettare le stesse regole che valgono per i giudici, per i quali l'anticipazione di un parere prima del dibattimento è fondato motivo di ricusazione. Solo che la giunta non è un quarto grado di giudizio, la discussione sul caso Berlusconi non è un nuovo processo e nessun regolamento autorizza la richiesta di sostituzione.
Al contrario, il regolamento è molto rigido e rende quella sostituzione impossibile. I componenti della giunta non possono essere sostituiti neppure in caso di dimissioni spontanee. Devono restare al loro posto, salvo che in pochissimi casi meticolosamente segnalati. Tra i quali, come sottolinea nella replica Piero Grasso, proprio non figura l'anticipazione del proprio parere.
Ma questo Schifani e Malan lo sapevano benissimo, proprio come Alfano sa che il Pd non ha alcuna intenzione di definire incostituzionale la retroattività della legge Severino, nonostante la lancia spezzata ieri dalla guardasigilli Cancellieri, che considera la legge costituzionale, però, a fronte di numerosi pareri contrari, reputerebbe comunque opportuna «una riflessione».
Ma allora qual è il senso di un'offensiva che in tutta evidenza non poteva raggiungere nessuno dei suoi obiettivi dichiarati? E' un senso tutto mediatico. Serve a preparare il terreno in vista della rottura. Ammesso che sia mai esistita, la tentazione di affidarsi alla grazia di Napolitano, per il condannato, è svanita ieri. Ore di colloqui informali tra gli uccelli della pace di Arcore e il Colle hanno solo confermato che per il capo dello Stato l'eventuale grazia non potrebbe riguardare le pene accessorie. Al gran capo solo di quelle importa. Senza quelle la già cocente umiliazione della richiesta di grazia non avrebbe senso. Ma se rottura deve essere, bisogna fare in modo che appaia come responsabilità di un sopruso del Pd e non di una impossibile richiesta di impunità del capo pdl.
A questo serviva l'offensiva di ieri. A questo serviranno i nuovi attacchi che da oggi, con la riunione della commissione di presidenza della giunta, diventeranno sempre più numerosi. Non si tratta più di decidere se rompere o meno. Solo di farne pagare il prezzo in termini di consenso alla controparte.
Solo che il Pd cosa pensa in materia lo ha già detto in tutte le lingue e lo ha ripetuto anche ieri, per bocca dell'ex segretario Bersani: «In uno Stato di diritto le leggi si applicano». L'ultimatum di Angelino il Buono, dunque, non può avere come obiettivo la dissoluzione di un dubbio che in realtà non esiste. Lo stesso discorso, del resto, vale anche per le altre mosse messe ieri in campo dal Pdl, in quella che figura a tutti gli effetti come una vera e propria offensiva pianificata a tavolino.
L'attacco inizia a fine mattinata, con una nota del capogruppo pdl al Senato Schifani che prende di mira il presidente della giunta per l'immunità Dario Stefàno. Le sue «continue dichiarazioni ci preoccupano non poco», afferma Schifani. «Non sembrano consone a quel ruolo di terzietà ed equilibrio al quale è chiamato». Stefàno non replica. Lo fa al suo posto Loredana De Petris, presidente del gruppo dal quale il presidente della giunta proviene, quello di Sel. «Critiche destituite di fondamento», dichiara. Il comportamento di Stefàno è stato sempre «rigorosamente imparziale, limitandosi a chiarimenti tecnici volti a evitare che si ingenerassero equivoci e confusione».
Sembra una tempesta fasulla, tanto che Schifani e Stefàno si parlano al telefono e la minicrisi sembra sbloccata. Invece, poche ore dopo, il presidente dei senatori pdl torna alla carica, e stavolta mira al bersaglio grosso. Chiede al presidente Grasso di sostituire tutti quei membri della giunta che, con interviste o dichiarazioni, hanno già detto come voteranno. La spiegazione della richiesta, supportata dal senatore pdl Malan che della giunta è membro, appare subito tirata per i capelli: dal momento che la giunta svolge per l'occasione funzione giurisdizionale deve rispettare le stesse regole che valgono per i giudici, per i quali l'anticipazione di un parere prima del dibattimento è fondato motivo di ricusazione. Solo che la giunta non è un quarto grado di giudizio, la discussione sul caso Berlusconi non è un nuovo processo e nessun regolamento autorizza la richiesta di sostituzione.
Al contrario, il regolamento è molto rigido e rende quella sostituzione impossibile. I componenti della giunta non possono essere sostituiti neppure in caso di dimissioni spontanee. Devono restare al loro posto, salvo che in pochissimi casi meticolosamente segnalati. Tra i quali, come sottolinea nella replica Piero Grasso, proprio non figura l'anticipazione del proprio parere.
Ma questo Schifani e Malan lo sapevano benissimo, proprio come Alfano sa che il Pd non ha alcuna intenzione di definire incostituzionale la retroattività della legge Severino, nonostante la lancia spezzata ieri dalla guardasigilli Cancellieri, che considera la legge costituzionale, però, a fronte di numerosi pareri contrari, reputerebbe comunque opportuna «una riflessione».
Ma allora qual è il senso di un'offensiva che in tutta evidenza non poteva raggiungere nessuno dei suoi obiettivi dichiarati? E' un senso tutto mediatico. Serve a preparare il terreno in vista della rottura. Ammesso che sia mai esistita, la tentazione di affidarsi alla grazia di Napolitano, per il condannato, è svanita ieri. Ore di colloqui informali tra gli uccelli della pace di Arcore e il Colle hanno solo confermato che per il capo dello Stato l'eventuale grazia non potrebbe riguardare le pene accessorie. Al gran capo solo di quelle importa. Senza quelle la già cocente umiliazione della richiesta di grazia non avrebbe senso. Ma se rottura deve essere, bisogna fare in modo che appaia come responsabilità di un sopruso del Pd e non di una impossibile richiesta di impunità del capo pdl.
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