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il manifesto 2013.09.04 - 10 CULTURA
MANTOVA 2013
Dal Sudamerica alle corti dei Gonzaga
APERTURA - Francesca Lazzarato
APERTURA - Francesca Lazzarato
Si inaugura oggi il Festivaletteratura con un'attenzione speciale agli autori latinoamericani. Tra questi il cubano Lopez Sacha, l'argentino Andrés Neumann e il messicano Juan Villoro
Nel corso della sua ormai lunga vita, il Festival di Mantova non è mai stato prodigo di presenze latinoamericane: sì e no una quindicina di nomi, molti dei quali dimenticabili, alcuni davvero illustri e altri non troppo noti al grande pubblico, ma senz'altro da scoprire. Quest'anno, però, il vento è cambiato e la manifestazione dà discreto rilievo a una proposta nuova, disegnando un percorso tutto sommato volenteroso attraverso i paesi di quello che il sito del festival chiama cono sur; e poco importa che il termine indichi unicamente la zona al di sotto del Tropico del Capricorno, ovvero l'Argentina, il Cile e l'Uruguay, e che tra gli autori invitati ci sia un solo argentino, a fronte di una robusta pattuglia «tropicale» composta da cinque cubani, un colombiano, un brasiliano e un messicano.
A parte gli equivoci geografici, vanno segnalate alcune buone idee, come la possibilità di accedere, nella Tenda dei Libri, a materiali di archivio che riguardano i partecipanti latinoamericani degli scorsi anni e includono preziose registrazioni audio e video; altra buona idea, i quattro incontri dedicati a un «Libero manuale di letteratura latinoamericana» che consenta un primo avvicinamento a scrittori e libri spesso poco conosciuti dal pubblico italiano, nonostante il numero delle traduzioni sia in aumento, soprattutto da quando esistono case editrici specializzate come La Nuova Frontiera, Sur o Arcoiris, capaci tanto di proporre ottime novità quanto di recuperare importanti «classici moderni». Intanto, i grandi editori generalisti continuano a sognare un impossibile clone di Roberto Bolaño, scrittore-mito che, tra l'altro, verrà ricordato al Festival da un suo amico e sodale, il romanziere colombiano Santiago Gamboa.
Quanto al resto, forse la «straordinaria rosa di autori» promessa dal Festival non è esattamente tale e, dovendo individuare le più interessanti tra le tante letterature latinoamericane di oggi, verrebbe da pensare al Messico o alla Colombia - ma si accettano scommesse anche su Argentina, Cile e Perù - prima che a Cuba, specie se a rappresentarla sono chiamate scritture fragili come quelle di Karla Suarez e Wendy Guerra, due giovani autrici cui tocca incarnare simbolicamente le opposte schiere degli intellettuali che se ne vanno dall'isola o che decidono di restare.
Gli elementi di interesse comunque non mancano: Francisco Lopez Sacha, coltissimo scrittore cubano, illustrerà ad esempio le «Conquiste e sconfitte della lingua letteraria dell'America latina», offrendo quasi un piccolo assaggio del VI Congreso Internacional de la Lengua Española che si terrà in ottobre a Panama per fare il punto sull'evoluzione di una lingua parlata da oltre trecento milioni di persone e sottoposta a continue e vitalissime mutazioni, subito trasferite nella pagina scritta.
Il tema di uno spagnolo «comune ma diverso» rimanda com'è ovvio a quello dell'identità, oggi al centro di un vasto dibattito tra gli scrittori latinoamericani, fatto di elaborazioni profondamente differenti e anche di duri rifiuti. E proprio di identità parlerà Leonardo Padura Fuentes, abile giallista tradotto ovunque e piuttosto noto anche in Italia, dove è uscito di recente il suo romanzo sull'assassinio di Trotsky, L'uomo che amava i cani, e dove speriamo appaia presto anche Herejes (appena pubblicato in Spagna da Tusquets), in cui le indagini del malinconico detective Mario Conde si intrecciano a una vicenda autentica, quella del piroscafo St.Louis, che, carico di ebrei in fuga dalla Germania nazista, venne respinto da Cuba come dagli Stati Uniti e dovette tornare al punto di partenza, dove i suoi passeggeri finirono nei campi di concentramento.
Nel suo intervento su Escribir en Cuba en el siglo XXI, Padura analizzerà il formarsi di una nuova identità letteraria cubana dopo il «decennio grigio» della rigida ortodossia politica, in coincidenza con la fine dell'Urss, con la crisi economica vissuta dall'isola e soprattutto con l'ingresso dei suoi scrittori nel mercato dell'editoria internazionale. Un mercato in cui galleggia felicemente, sin dal suo esordio, lo scrittore, poeta e saggista Andrés Neumann, argentino di nascita ma trapiantato in Spagna nell'adolescenza, autore di cinque romanzi tradotti anche in Italia (uno, il monumentale, Il viaggiatore del secolo, ha vinto il premio Alfaguara nel 2009, garantendo all'autore un successo internazionale), e tipico esemplare di giovane e accattivante scrittore «globale». A lui sono dedicati due incontri, in uno dei quali Neuman sfoglierà idealmente un «Album latinoamericano» dedicato ai suoi autori più amati: da non perdere, visto che, a giudicare dai nomi e dai titoli citati nel suo blog Microrréplicas, il giovanotto sembra un lettore dai gusti tutt'altro che banali. Non per niente uno degli scrittori cui si riferisce con entusiasmo nei suoi post è il messicano Juan Villoro, romanziere, cuentista e saggista molto più che notevole e autentico maestro della crónica, cioè di quel «giornalismo ben raccontato» e confinante con la letteratura del quale sono stati esponenti illustri García Márquez e Tomás Eloy Martínez , creatori non a caso di due fondazioni dedicate a quello che si può considerare un vero e proprio «genere» prettamente latinoamericano.
Villoro, che vive tra il Messico e la Spagna, dove insegna all'Università di Barcellona, arriva a Mantova soprattutto grazie a un aspetto marginale del suo lavoro, e cioè la letteratura per l'infanzia: I libri selvaggi, un bel romanzo per ragazzi pubblicato da Salani, è infatti il suo titolo più noto nel nostro paese, dove due traduzioni precedenti - un libro di viaggi e una raccolta di racconti, usciti anni fa presso piccoli editori - sono passate quasi inosservate (ma ora è finalmente in arrivo presso Ponte alle Grazie la prima traduzione del suo romanzo Chiamate da Amsterdam, breve e quasi perfetto). Anche se i lettori italiani lo conoscono ancora poco, il Festival ha giustamente dedicato un ampio spazio a Villoro, che gode di una fama indiscussa in tutto il mondo di lingua spagnola: tre incontri che danno conto almeno in parte delle forme diverse della sua scrittura e della sua produzione culturale, e che consentiranno di ascoltare la voce di un intellettuale brillante e acuto, capace di raccontarci come pochi la contemporaneità e le sue contraddizioni.
A parte gli equivoci geografici, vanno segnalate alcune buone idee, come la possibilità di accedere, nella Tenda dei Libri, a materiali di archivio che riguardano i partecipanti latinoamericani degli scorsi anni e includono preziose registrazioni audio e video; altra buona idea, i quattro incontri dedicati a un «Libero manuale di letteratura latinoamericana» che consenta un primo avvicinamento a scrittori e libri spesso poco conosciuti dal pubblico italiano, nonostante il numero delle traduzioni sia in aumento, soprattutto da quando esistono case editrici specializzate come La Nuova Frontiera, Sur o Arcoiris, capaci tanto di proporre ottime novità quanto di recuperare importanti «classici moderni». Intanto, i grandi editori generalisti continuano a sognare un impossibile clone di Roberto Bolaño, scrittore-mito che, tra l'altro, verrà ricordato al Festival da un suo amico e sodale, il romanziere colombiano Santiago Gamboa.
Quanto al resto, forse la «straordinaria rosa di autori» promessa dal Festival non è esattamente tale e, dovendo individuare le più interessanti tra le tante letterature latinoamericane di oggi, verrebbe da pensare al Messico o alla Colombia - ma si accettano scommesse anche su Argentina, Cile e Perù - prima che a Cuba, specie se a rappresentarla sono chiamate scritture fragili come quelle di Karla Suarez e Wendy Guerra, due giovani autrici cui tocca incarnare simbolicamente le opposte schiere degli intellettuali che se ne vanno dall'isola o che decidono di restare.
Gli elementi di interesse comunque non mancano: Francisco Lopez Sacha, coltissimo scrittore cubano, illustrerà ad esempio le «Conquiste e sconfitte della lingua letteraria dell'America latina», offrendo quasi un piccolo assaggio del VI Congreso Internacional de la Lengua Española che si terrà in ottobre a Panama per fare il punto sull'evoluzione di una lingua parlata da oltre trecento milioni di persone e sottoposta a continue e vitalissime mutazioni, subito trasferite nella pagina scritta.
Il tema di uno spagnolo «comune ma diverso» rimanda com'è ovvio a quello dell'identità, oggi al centro di un vasto dibattito tra gli scrittori latinoamericani, fatto di elaborazioni profondamente differenti e anche di duri rifiuti. E proprio di identità parlerà Leonardo Padura Fuentes, abile giallista tradotto ovunque e piuttosto noto anche in Italia, dove è uscito di recente il suo romanzo sull'assassinio di Trotsky, L'uomo che amava i cani, e dove speriamo appaia presto anche Herejes (appena pubblicato in Spagna da Tusquets), in cui le indagini del malinconico detective Mario Conde si intrecciano a una vicenda autentica, quella del piroscafo St.Louis, che, carico di ebrei in fuga dalla Germania nazista, venne respinto da Cuba come dagli Stati Uniti e dovette tornare al punto di partenza, dove i suoi passeggeri finirono nei campi di concentramento.
Nel suo intervento su Escribir en Cuba en el siglo XXI, Padura analizzerà il formarsi di una nuova identità letteraria cubana dopo il «decennio grigio» della rigida ortodossia politica, in coincidenza con la fine dell'Urss, con la crisi economica vissuta dall'isola e soprattutto con l'ingresso dei suoi scrittori nel mercato dell'editoria internazionale. Un mercato in cui galleggia felicemente, sin dal suo esordio, lo scrittore, poeta e saggista Andrés Neumann, argentino di nascita ma trapiantato in Spagna nell'adolescenza, autore di cinque romanzi tradotti anche in Italia (uno, il monumentale, Il viaggiatore del secolo, ha vinto il premio Alfaguara nel 2009, garantendo all'autore un successo internazionale), e tipico esemplare di giovane e accattivante scrittore «globale». A lui sono dedicati due incontri, in uno dei quali Neuman sfoglierà idealmente un «Album latinoamericano» dedicato ai suoi autori più amati: da non perdere, visto che, a giudicare dai nomi e dai titoli citati nel suo blog Microrréplicas, il giovanotto sembra un lettore dai gusti tutt'altro che banali. Non per niente uno degli scrittori cui si riferisce con entusiasmo nei suoi post è il messicano Juan Villoro, romanziere, cuentista e saggista molto più che notevole e autentico maestro della crónica, cioè di quel «giornalismo ben raccontato» e confinante con la letteratura del quale sono stati esponenti illustri García Márquez e Tomás Eloy Martínez , creatori non a caso di due fondazioni dedicate a quello che si può considerare un vero e proprio «genere» prettamente latinoamericano.
Villoro, che vive tra il Messico e la Spagna, dove insegna all'Università di Barcellona, arriva a Mantova soprattutto grazie a un aspetto marginale del suo lavoro, e cioè la letteratura per l'infanzia: I libri selvaggi, un bel romanzo per ragazzi pubblicato da Salani, è infatti il suo titolo più noto nel nostro paese, dove due traduzioni precedenti - un libro di viaggi e una raccolta di racconti, usciti anni fa presso piccoli editori - sono passate quasi inosservate (ma ora è finalmente in arrivo presso Ponte alle Grazie la prima traduzione del suo romanzo Chiamate da Amsterdam, breve e quasi perfetto). Anche se i lettori italiani lo conoscono ancora poco, il Festival ha giustamente dedicato un ampio spazio a Villoro, che gode di una fama indiscussa in tutto il mondo di lingua spagnola: tre incontri che danno conto almeno in parte delle forme diverse della sua scrittura e della sua produzione culturale, e che consentiranno di ascoltare la voce di un intellettuale brillante e acuto, capace di raccontarci come pochi la contemporaneità e le sue contraddizioni.
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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