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il manifesto 2013.09.04 - 12 VISIONI
 
INCONTRI
«La Siria deve tornare ad essere culla di civiltà e non di brutalità»
BREVE

BREVE
Girato in un unico piano sequenza di 81 minuti, «Ana Arabia» di Amos Gitai (in concorso) non è altro che «una fragile utopia e una metafora sul fatto che possa esserci una convivenza tra i due popoli, ma anche una bomba di pace contro le violenze che scorrono». «Sono molto emozionato e grato - ha detto poi il cineasta reagendo alla consegna del Premio Bresson, attribuitogli dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo -. Questo riconoscimento è un omaggio alle idee, che nel mio percorso si sono costruite sul campo, attraverso la conoscenza delle persone». Il regista israeliano si è anche soffermato sulla situazione attuale e sul pericolo di una guerra imminente in Siria. «Penso alla preoccupante situazione in Siria: il nostro compito è quello di escogitare soluzioni per far sì che il Medio Oriente torni a essere quello che è stato per secoli nella storia, ovvero la culla della civiltà, e non più di violenza e brutalità». La pellicola, nata in co-produzione fra Israele e Francia, segue la vita di una piccola comunità di reietti, ebrei e arabi, che vivono insieme in un angolo dimenticato da tutti al «confine» fra Jaffa e Bat Yam, in Israele. Nella lunga carriera cinematografica di Amos Gitai ci sono film come «Kippur», «Terra Promessa», «Free Zone» e «Carmel».
 
[stampa]
 
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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