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il manifesto 2013.09.04 - 12 VISIONI
Fuori concorso/«MOEBIUS» DEL LEONE D'ORO 2012
Kim- Ki- Duk dissacra il sesso, ma il suo «piacere» è poco espanso
TAGLIO BASSO - C. Pi.
VENEZIA
VENEZIA
TAGLIO BASSO - C. Pi. - VENEZIA
Al centro del film è il fallo, quello reciso al giovane protagonista dalla madre
Qualche anno fa Kim Ki-Duk, regista delle nuova onda coreana, amatissimo dalla cinefilia internazionale aveva promesso di non fare più film, rifugiandosi in un eremo, traumatizzato da un grave incidente (e soprattutto dalle polemiche che lo avevano investito) accaduto su uno dei suoi set. Il grido di dolore era diventato un film, Arirang - che il geniale connazionale e regista Hong Sang-soo cita nel suo ultimo, Our Sunhi, premiato a Locarno.
Invece Kim ki-Duk è tornato, e anzi lo scorso anno con Pietà ha vinto il Leone d'oro. Barbera lo ha voluto anche quest'anno, con vero gesto di «fidélité» invitando fuori concorso Moebius, annunciato con grandi scandali e polemiche in patria compresa l'imposizione di tagli per non disturbare il pubblico. Al centro del film è il fallo, nonostante la sua assenza visto che viene reciso nettamente al giovane protagonista dalla madre in un gesto di rabbia contro il marito che la tradisce. E intorno a questo vuoto gira la storia, nell'alternanza di invidia (del pene) e disperata ricerca del suo accantonamento, l'Edipo e il possesso familiare in una società come quella coreana che sappiamo essere molto macha, ma forse dove, come un po' ovunque, l'impotenza del maschio fa fatica a mascherarsi dietro al rito della tradizione.
Il padre distrutto dai sensi di colpa vorrebbe aiutare il povero figlio che si vergogna non riesce più a fare nulla. Per questo passa le sue giornate a googlare in cerca di notizie sullo stato dei trapianti di genitali, ma purtroppo per loro la chirurgia non è ancora all'altezza. Il figlio finisce in prigione con l'accusa di stupro, cosa impossibile ovviamente, il che lo umilia sempre di più. E intanto il padre trova però per godere non c'è bisogno del pene, ma che tutto il corpo è sessuale, e che facendosi male si potenzia l'erotismo. Piacere e dolore, antica unione, solo che quando il primo sparisce, il secondo può diventare insopportabile.
Il ragazzo comincia a praticare il sesso espanso con la sua amica, che lo ama anche se non l'ha difesa dagli stronzetti stupratori, e il godimento è altissimo tanto che quando gli mettono un pene nuovo non ci riesce più con lei ... Intanto a casa è tornata la Madre e siccome il pene è quello paterno l'Edipo promesso sin dal prologo si compie.
I peni svolazzano splatter sull'asfalto, i pugnali si ficcano nella carne agitati dalla mano della donna che, finalmente, scopre insieme al maschio castrato della suo «simbolo maschile» anche un altro piacere, che può essere a due, a tre, bisex, multiplo. Tranne la Madre, ovvio, che senza pene non ce la fa, espressione di quel femminile che non riesce a scuotere il suo simbolico, inchina dosi alle statue di Buddha più o meno benedicenti...
La cifra su cui lavora Kim Ki-Duk è (per fortuna) quella del grottesco, splatter demenziale e ridanciano di peni che volano sull'asfalto e sono schiacciati da ruote di camion, o vengono voracemente inghiottiti. E di folgoranti orgasmi disseminati in ogni nervo e muscolo del corpo muscolo grazie a ferite che lacerano la carne, e pietre che la graffiano a sangue. Il problema è che pur provando a dissacrare codici e tabù della sessualità e dei rapporti tra i sessi, Kim Ki-Duk rimane dentro l'universo che vorrebbe scarnificare. Il suo piacere è poco espanso, pochissimo godurioso, un po' meccanico (anche se qui è molto più rilassato di quando si prende sul serio).
Invece Kim ki-Duk è tornato, e anzi lo scorso anno con Pietà ha vinto il Leone d'oro. Barbera lo ha voluto anche quest'anno, con vero gesto di «fidélité» invitando fuori concorso Moebius, annunciato con grandi scandali e polemiche in patria compresa l'imposizione di tagli per non disturbare il pubblico. Al centro del film è il fallo, nonostante la sua assenza visto che viene reciso nettamente al giovane protagonista dalla madre in un gesto di rabbia contro il marito che la tradisce. E intorno a questo vuoto gira la storia, nell'alternanza di invidia (del pene) e disperata ricerca del suo accantonamento, l'Edipo e il possesso familiare in una società come quella coreana che sappiamo essere molto macha, ma forse dove, come un po' ovunque, l'impotenza del maschio fa fatica a mascherarsi dietro al rito della tradizione.
Il padre distrutto dai sensi di colpa vorrebbe aiutare il povero figlio che si vergogna non riesce più a fare nulla. Per questo passa le sue giornate a googlare in cerca di notizie sullo stato dei trapianti di genitali, ma purtroppo per loro la chirurgia non è ancora all'altezza. Il figlio finisce in prigione con l'accusa di stupro, cosa impossibile ovviamente, il che lo umilia sempre di più. E intanto il padre trova però per godere non c'è bisogno del pene, ma che tutto il corpo è sessuale, e che facendosi male si potenzia l'erotismo. Piacere e dolore, antica unione, solo che quando il primo sparisce, il secondo può diventare insopportabile.
Il ragazzo comincia a praticare il sesso espanso con la sua amica, che lo ama anche se non l'ha difesa dagli stronzetti stupratori, e il godimento è altissimo tanto che quando gli mettono un pene nuovo non ci riesce più con lei ... Intanto a casa è tornata la Madre e siccome il pene è quello paterno l'Edipo promesso sin dal prologo si compie.
I peni svolazzano splatter sull'asfalto, i pugnali si ficcano nella carne agitati dalla mano della donna che, finalmente, scopre insieme al maschio castrato della suo «simbolo maschile» anche un altro piacere, che può essere a due, a tre, bisex, multiplo. Tranne la Madre, ovvio, che senza pene non ce la fa, espressione di quel femminile che non riesce a scuotere il suo simbolico, inchina dosi alle statue di Buddha più o meno benedicenti...
La cifra su cui lavora Kim Ki-Duk è (per fortuna) quella del grottesco, splatter demenziale e ridanciano di peni che volano sull'asfalto e sono schiacciati da ruote di camion, o vengono voracemente inghiottiti. E di folgoranti orgasmi disseminati in ogni nervo e muscolo del corpo muscolo grazie a ferite che lacerano la carne, e pietre che la graffiano a sangue. Il problema è che pur provando a dissacrare codici e tabù della sessualità e dei rapporti tra i sessi, Kim Ki-Duk rimane dentro l'universo che vorrebbe scarnificare. Il suo piacere è poco espanso, pochissimo godurioso, un po' meccanico (anche se qui è molto più rilassato di quando si prende sul serio).
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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