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il manifesto 2013.09.04 - 13 VISIONI
RIVOLUZIONI
Spostamenti inquieti dello sguardo
TAGLIO BASSO - Lorenzo Esposito
TAGLIO BASSO - Lorenzo Esposito
È probabile che un titolo come Future Reloaded, se si vuole raccontare con settanta abissi in forma d'aforisma la linea sottile fra malinconia pellicolare e splendore del dispositivo in miniatura, cioè insieme la sua agilità, la sua leggerezza e la sua sparizione, è probabile che un titolo così manchi del tutto il proprio oggetto. Non c'è nulla da «ricaricare», siamo sempre lì (per fortuna): magnificamente senza futuro (nonostante l'invenzione). Più vicino alla consapevolezza vera della questione, è di poche settimane fa la riflessione didattico-sentimentale di Julio Bressane: «Il cinema non è morto, è scomparso». Ma se il punto è il ritrovamento d'una forse inesistente matrice, allora sarebbe stato più giusto rivolgersi all'ultimo capitolo della saga matrix, col suo per nulla conclusivo e a-temporale Revolutions. Si sa che il file difettoso, quello all'origine di caos e smarrimento, è anch'esso previsto dal suo creatore (e il cinema, ammesso che ne abbia uno, è da subito per lo meno in due: e poi una moltitudine). Ma quello che è sempre imprevedibile è la soglia varcata la quale la perdita di memoria, la fine di una storia intera, coincidono col lampeggio inatteso di innumerevoli rivoluzioni invisibili.
Bernardo Bertolucci che corre sulla sua carrozza d'oro, scivola, inciampa, si incaglia sui sanpietrini romani e vola infine calzando scarpette rosse. Paul Schrader che infrange la passeggiata newyorchese più fashion col suo slittamento letteralmente octopus, ricoperto di microcamere che sfidano e in qualche modo desertificano la propria stessa ansia di controllo. Tsukamoto che si avventura in una sorta di aleph dei dispositivi, sempre più dimentico della macchina che filma, nano-tecnologia più ramificata del sangue che ci percorre le vene, battaglia fra robot di carta prima della notte e del sonno ristoratore. Sono i canyons dello sguardo: spostamenti inquieti e inquietanti d'un occhio vitreo, vuoto, prosciugato, raddoppiato, impiantato, epidemico come il continuo dislivello d'una città dalla gittata emozionale e luminosa incalcolabile e insieme così misera e superficiale da lasciare senza parole (less than zero, appunto). È Schrader che con Canyons prosegue la riflessione, ancora spacciatore, walker e gigolo, lavorando sulle crepe oblique dell'identità, fra sale vuote e strade piene di fantasmi, riprendendo il discorso dove ci avevano lasciati il De Palma di Passion e il Soderbergh di Side Effects. E se il romanticismo scultoreo di Godard-Lang non è più possibile, prevarrà una morte in vita, ben poco accordata ai nostri desideri, pronta a fagocitare e non più a sostituire il nostro sguardo, che si avventura così in questo nuovo accecante mépris.
Non resta dunque e ancora, come allora diceva il regista de Il disprezzo, che vivere e filmare? Ma è ancora possibile guardare? C'è un punto in cui riprenderà quella che Edgard Reitz, nell'ultimo capitolo dell'universo Heimat, chiama Cronaca di una visione? Il luogo dove illusione e ossessione coincidono, sfreccianti di curiosità e atrocità kafkiane, fra desideri di diventare pellerossa, medici di campagna, agrimensori (Werner Herzog in persona) e il sempiterno sogno dell'America. E allora certo ecco le eco di Ford, Borzage, Kazan, la storia di questa terra che fa di tutto per trattenerti, e che, esattamente come il cinema, non appartiene a nessuno, e anzi trasforma la visione nel desiderio di esserne posseduti, smarriti nell'impulso dell'immagine esattissima che si credeva di aver visto (in questo Reitz e Schrader addirittura coincidono). Colui che è stato toccato dalla visione, sarà l'unico a non partire, ma anche l'unico a non smettere mai di inseguirla. L'unico a sapere che la finzione di nome patria, L'altra patria, prima ancora dell'attuale grande vicissitudine della cultura «tablet», è e resta l'occhio.
Bernardo Bertolucci che corre sulla sua carrozza d'oro, scivola, inciampa, si incaglia sui sanpietrini romani e vola infine calzando scarpette rosse. Paul Schrader che infrange la passeggiata newyorchese più fashion col suo slittamento letteralmente octopus, ricoperto di microcamere che sfidano e in qualche modo desertificano la propria stessa ansia di controllo. Tsukamoto che si avventura in una sorta di aleph dei dispositivi, sempre più dimentico della macchina che filma, nano-tecnologia più ramificata del sangue che ci percorre le vene, battaglia fra robot di carta prima della notte e del sonno ristoratore. Sono i canyons dello sguardo: spostamenti inquieti e inquietanti d'un occhio vitreo, vuoto, prosciugato, raddoppiato, impiantato, epidemico come il continuo dislivello d'una città dalla gittata emozionale e luminosa incalcolabile e insieme così misera e superficiale da lasciare senza parole (less than zero, appunto). È Schrader che con Canyons prosegue la riflessione, ancora spacciatore, walker e gigolo, lavorando sulle crepe oblique dell'identità, fra sale vuote e strade piene di fantasmi, riprendendo il discorso dove ci avevano lasciati il De Palma di Passion e il Soderbergh di Side Effects. E se il romanticismo scultoreo di Godard-Lang non è più possibile, prevarrà una morte in vita, ben poco accordata ai nostri desideri, pronta a fagocitare e non più a sostituire il nostro sguardo, che si avventura così in questo nuovo accecante mépris.
Non resta dunque e ancora, come allora diceva il regista de Il disprezzo, che vivere e filmare? Ma è ancora possibile guardare? C'è un punto in cui riprenderà quella che Edgard Reitz, nell'ultimo capitolo dell'universo Heimat, chiama Cronaca di una visione? Il luogo dove illusione e ossessione coincidono, sfreccianti di curiosità e atrocità kafkiane, fra desideri di diventare pellerossa, medici di campagna, agrimensori (Werner Herzog in persona) e il sempiterno sogno dell'America. E allora certo ecco le eco di Ford, Borzage, Kazan, la storia di questa terra che fa di tutto per trattenerti, e che, esattamente come il cinema, non appartiene a nessuno, e anzi trasforma la visione nel desiderio di esserne posseduti, smarriti nell'impulso dell'immagine esattissima che si credeva di aver visto (in questo Reitz e Schrader addirittura coincidono). Colui che è stato toccato dalla visione, sarà l'unico a non partire, ma anche l'unico a non smettere mai di inseguirla. L'unico a sapere che la finzione di nome patria, L'altra patria, prima ancora dell'attuale grande vicissitudine della cultura «tablet», è e resta l'occhio.
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Le «maschiette»
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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