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il manifesto 2013.09.04 - 13 VISIONI
CONCORSO - «Under the skin» di Jonathan Glazer
Il corpo dell'aliena
APERTURA - Silvana Silvestri
VENEZIA
VENEZIA
APERTURA - Silvana Silvestri - VENEZIA
Scarlett Johansson perfetta mutante in Scozia. Le scorribande di Battiston alla settimana della critica
Una cosa possiamo rivelarla, gli alieni non sono verdi. E non diremo di che colore sono veramente per non rovinare la sorpresa. Nel film di Jonathan Glazer Under the Skin hanno comunque assunto le sembianze di Scarlett Johansson, un'idea azzeccata per catturare l'attenzione dei maschi in circolazione, scelti da lei per essere catturati e nutrire in qualche modo i non-umani. Anche questo come altri film in concorso (Cuaron, Gilliam) ha un incipit cosmico, vagamente ipnotico, ma poco dopo è ben piantato nella terra di Scozia.
L'inquietante protagonista, in una inedita versione bruna alla guida del suo camioncino (è anche l'anno dei pick up, ce ne sono in tutti i film) attira giovani solitari per un passaggio e poco dopo una magmatica superficie li inghiotte mentre cercano di raggiungerla senza riuscirvi. Uno dopo l'altro, al centro della città, in periferia, in campagna, al mare. L'estatico sguardo degli uomini si fissa sulle forme della Johansson che avanza davanti a loro sempre più priva di abiti e non fanno neanche in tempo a capire che stanno per essere inghiottiti, ancora storditi da tanta bellezza.
Un film che prende spunto dalla fantascienza «filosofica» del regista di Sexy Beast, di Birth con Nicole Kidman, suoi alcuni celebri spot pubblicitari e videoclip, tratto dal romanzo di Michel Faber (tradotto in italiano come gli altri suoi lavori (Sotto la pelle, I centonovantanove gradini, Il petalo cremisi e il bianco), ma soprattutto un film sul corpo come superficie, soprattutto fissato sul volto perfetto dell'attrice (di questa e di tutte quelle che l'hanno preceduta nella storia del divismo) che prende gran parte delle inquadrature del film, le mani sul volante, lo sguardo assente come si addice a un alieno che ha imparato quelle quattro frasi per sedurre. A un biker il compito di seguire e controllare che la cattura vada per il verso giusto. Si ha tutto il tempo per immaginare cosa si nasconde dietro quel volto, una struttura fosforescente appare in un flash. Inevitabile pensare a Men in black all'orrida pelle che nasconde gli scarafaggi, ma intanto il bell'alieno non fa altro che macinare vittime.
Il film si sviluppa così come una complessa riflessione sul volto e sul corpo, materia prima dell'opera cinematografica, fatta di superfici che si intersecano, si scontrano, si compongono secondo il ritmo del montaggio. Il cinema stesso come mondo a parte, mondo alieno senza cuore né ricordi. Ma interviene l'imprevisto, la variabile specchio: Johansson ha già avuto modo di specchiarsi in qualche vetrina per procurarsi gli abiti nuovi, ha usato lo specchietto per mettere il rossetto, con i retrovisori osserva la strada. Ma quando si osserva nella sua intera bellezza è come l'attore che osservasse lo spettatore in sala, l'equilibrio di freddezza e forza si rompe. Piccoli indizi di «umanità» entrano nel suo essere «non umano» e dapprima la tenerezza, poi la paura esplodono nel suo essere. Mentre all'inizio un film è puro sguardo (e un'iride infatti compare gigantesca sullo schermo), dopo la proiezione è solo ricordo che si disperde. Lo spettatore che vorrebbe a tutti i costi far parte di quel mondo delle ombre cercando di penetrarlo, per lo più senza riuscirci, è catturato dalla visione, inghiottito dalla superficie dello schermo, energia vitale che serve alla sopravvivenza del cinema come mondo alieno. Non una visione di tutto riposo, interessante supporto alle contemporanee teorie del cinema.
E un altro «corpo» prende tutto lo schermo, è quello di Giuseppe Battiston protagonista di Zoran il mio nipote scemo" di Matteo Oleotto, scelto come film italiano dalla Settimana della critica, in concorso per le opere prime, una scorribanda (su camioncino) nella provincia di Gorizia, con cast tecnico e artistico e produzione italoslovena (distribuirà Tucker Film). Un'osmiza, un'osteria tipica di quella zona che risale alle concessioni dell'imperatore Francesco Giuseppe ai contadini, fa da centro propulsore della vicenda, luogo di incontro e di grandi bevute di vino. Battiston è lo zio dal pessimo carattere che si deve occupare di un nipote sloveno Zoran (che lui si ostina a chiamare Zagor), che ha imparato l'italiano su due aulici volumi, tanto riservato da sembrare ritardato, ma che si rivela un campione di freccette conquistando l'attenzione dello zio con la prospettiva di ricavarne lauti guadagni.
I cori e le bevute punteggiano la vicenda che si dipana come una commedia alcolica e un po' ondeggiante, non senza qualche citazione (il lancio delle pietre alla Totò e Peppino nella casa di Mezzacapa, un rituale da insegnare al nipote), mantenendo viva la tensione di storia di confine e lanciando anche qualche rudimento del gioco delle freccette.
L'inquietante protagonista, in una inedita versione bruna alla guida del suo camioncino (è anche l'anno dei pick up, ce ne sono in tutti i film) attira giovani solitari per un passaggio e poco dopo una magmatica superficie li inghiotte mentre cercano di raggiungerla senza riuscirvi. Uno dopo l'altro, al centro della città, in periferia, in campagna, al mare. L'estatico sguardo degli uomini si fissa sulle forme della Johansson che avanza davanti a loro sempre più priva di abiti e non fanno neanche in tempo a capire che stanno per essere inghiottiti, ancora storditi da tanta bellezza.
Un film che prende spunto dalla fantascienza «filosofica» del regista di Sexy Beast, di Birth con Nicole Kidman, suoi alcuni celebri spot pubblicitari e videoclip, tratto dal romanzo di Michel Faber (tradotto in italiano come gli altri suoi lavori (Sotto la pelle, I centonovantanove gradini, Il petalo cremisi e il bianco), ma soprattutto un film sul corpo come superficie, soprattutto fissato sul volto perfetto dell'attrice (di questa e di tutte quelle che l'hanno preceduta nella storia del divismo) che prende gran parte delle inquadrature del film, le mani sul volante, lo sguardo assente come si addice a un alieno che ha imparato quelle quattro frasi per sedurre. A un biker il compito di seguire e controllare che la cattura vada per il verso giusto. Si ha tutto il tempo per immaginare cosa si nasconde dietro quel volto, una struttura fosforescente appare in un flash. Inevitabile pensare a Men in black all'orrida pelle che nasconde gli scarafaggi, ma intanto il bell'alieno non fa altro che macinare vittime.
Il film si sviluppa così come una complessa riflessione sul volto e sul corpo, materia prima dell'opera cinematografica, fatta di superfici che si intersecano, si scontrano, si compongono secondo il ritmo del montaggio. Il cinema stesso come mondo a parte, mondo alieno senza cuore né ricordi. Ma interviene l'imprevisto, la variabile specchio: Johansson ha già avuto modo di specchiarsi in qualche vetrina per procurarsi gli abiti nuovi, ha usato lo specchietto per mettere il rossetto, con i retrovisori osserva la strada. Ma quando si osserva nella sua intera bellezza è come l'attore che osservasse lo spettatore in sala, l'equilibrio di freddezza e forza si rompe. Piccoli indizi di «umanità» entrano nel suo essere «non umano» e dapprima la tenerezza, poi la paura esplodono nel suo essere. Mentre all'inizio un film è puro sguardo (e un'iride infatti compare gigantesca sullo schermo), dopo la proiezione è solo ricordo che si disperde. Lo spettatore che vorrebbe a tutti i costi far parte di quel mondo delle ombre cercando di penetrarlo, per lo più senza riuscirci, è catturato dalla visione, inghiottito dalla superficie dello schermo, energia vitale che serve alla sopravvivenza del cinema come mondo alieno. Non una visione di tutto riposo, interessante supporto alle contemporanee teorie del cinema.
E un altro «corpo» prende tutto lo schermo, è quello di Giuseppe Battiston protagonista di Zoran il mio nipote scemo" di Matteo Oleotto, scelto come film italiano dalla Settimana della critica, in concorso per le opere prime, una scorribanda (su camioncino) nella provincia di Gorizia, con cast tecnico e artistico e produzione italoslovena (distribuirà Tucker Film). Un'osmiza, un'osteria tipica di quella zona che risale alle concessioni dell'imperatore Francesco Giuseppe ai contadini, fa da centro propulsore della vicenda, luogo di incontro e di grandi bevute di vino. Battiston è lo zio dal pessimo carattere che si deve occupare di un nipote sloveno Zoran (che lui si ostina a chiamare Zagor), che ha imparato l'italiano su due aulici volumi, tanto riservato da sembrare ritardato, ma che si rivela un campione di freccette conquistando l'attenzione dello zio con la prospettiva di ricavarne lauti guadagni.
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