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il manifesto 2013.09.04 - 14 COMMUNITY
 
Posta e risposta
Tra sesso e genere
LETTERE - Luca Oddone, Sarantis Thanopulos

LETTERE - Luca Oddone, Sarantis Thanopulos
Forse sarà stato letto da poche/i ma sono rimasto piuttosto basito dall'intervento di Thanopulos - mea culpa, autore a me ignoto - sulla «violenza di genere» del 31 agosto. Mi limito a poche suggestioni, dati i limiti di spazio della rubrica, sebbene il tema sia per me cruciale, vitale, e l'intervento - se l'ho compreso - mi abbia alquanto sorpreso. Partendo dal presupposto che tutte le parole che utilizziamo sono umani artifici con cui facciamo violenza alle cose, il ragionamento alla base del suo intervento «Parlare di violenza di genere significa commettere due errori: concepire la donna e l'uomo in modo indipendente dalla loro complementarità e attribuire all'uomo una violenza nei confronti della donna connaturata al suo modo di essere (e risalente al suo patrimonio genetico)» parrebbe aver inteso assai poco del dibattito e delle riflessioni attorno al tema. In tutto l'articolo infatti viene - volutamente o meno - ignorato come il concetti di genere sia dinamico, dialettico, sociale, simbolico e, ancora, inserito in una cornice di rapporto di potere e di dominio. Banalmente, l'autore confonde genere con sesso. Tralasciando poi la «provocazione» sull'uomo come vittima principale della violenza sulla donna seguendo il nostro, però, non si dovrebbe parlare nemmeno di «violenza sulla donna», sostituendolo a «violenza di genere» infatti non muta il senso di quanto afferma: se non esiste per le ragioni di cui sopra la «violenza di genere» ancora di più non esiste quella «sulla donna» c'è assolutamente nulla di attribuito in modo «innato» al «maschio» parlando di violenza di genere, come è banale comprendere se minimamente sfiorati dalle riflessioni attorno alla questione. E' semmai la complementarietà di cui parla Thanopulos la stessa di cui scriveva ai vescovi Ratzinger nel 2004? Ad alludere un qualche essenzialismo innatista non a caso la chiosa paventa l'indifferenziazione. Nella bella forma del linguaggio accademico, a me pare la maschia presa di posizione di un uomo minacciato dall'interrogarsi sul problema.
Luca Oddone, Genova

Caro Luca, se un concetto nasce statico si può cercare di renderlo dinamico (sociale, simbolico ecc.) ma la fatica è sprecata. Credo che tu abbia frainteso il significato che attribuisco alla «complementarità»: né l'uomo né la donna esistono come tali al di fuori della loro relazione di desiderio (della sua possibilità nel loro mondo interno). Nella prospettiva dei «generi» la donna e l'uomo possono essere concepiti ognuno per conto suo. A dire il vero il concetto di «sesso» va meglio di quello di «genere» perché implica la sessualità (che perfino nelle sue dimensioni più autoerotiche riconosce la presenza dell'altro). Che senso avrebbe parlare della «presa» e della «spina» come «generi»? Sono fatti l'una per l'altra.
Se poi teniamo conto dell'intreccio della femminilità e della mascolinità nella donna come nell'uomo e delle identificazioni reciproche tra gli amanti nell'amplesso amoroso, restituendo all'incontro erotico tutta la sua complessità, diventa ancora più chiaro perché il concetto di «genere» è fuorviante. Indipendentemente dalle intenzioni, esso inevitabilmente rimanda a entità a sé stanti che hanno il loro fondamento ultimo in un funzionamento separato innato.
La complementarità non è innata (spesso non funziona con conseguenze penose) e neppure la soddisfazione del desiderio (la frustrazione è sempre in agguato). Innato è il collegamento tra la soddisfazione del desiderio e la complementarità dei sessi. Ciò assegna alla relazione con l'altro e alla socializzazione della nostra esperienza un'importanza fondamentale.
Psichicamente non si nasce uomo o donna (lo si è soltanto da un punto di vista biologico) ma con una predisposizione bi-sessuale (che sorregge inconsciamente la nostra sessualità tutta la vita). Uomo o donna lo si diventa in seguito (è un processo che a volte produce dolorose discordanze tra corpo e psiche) e mai al di fuori della complementarità con l'oggetto desiderato (che sostituisce l'iniziale bi-sessualità trascrivendola come possibilità di incontro). Se costruiamo due oggetti distinti e separati e li chiamiamo «donna» e « uomo» e cerchiamo poi di farli relazionare tra di loro non ci capiamo più niente. Lo stesso accade quando parliamo del padre fuori dalla sua collocazione nel letto coniugale. Più in generale, non sono le relazioni di potere o di dominio che spiegano la relazione di desiderio: è la prospettiva opposta quella più funzionale.
Come fai a esprimere il tuo parere su quanto ho scritto se trascuri totalmente il mio riferimento al coinvolgimento (che non può proprio esistere al di fuori di una relazione complementare)? La violenza nei confronti della donna è difesa dal coinvolgimento, dall'elemento femminile del desiderio, dall'apertura al mondo. Non è l'unica forma di violenza che esiste nella società (della violenza ne muoiono più gli uomini a dire il vero) ma è la più allarmante perché è la più pericolosa sul piano della nostra sanità psichica e della sopravvivenza della nostra civiltà. Inoltre è all'origine di ogni violenza.
I motivi per cui il rigetto del coinvolgimento erotico assegna all'uomo il ruolo del carnefice e alla donna quello della vittima sono complessi (e in altre occasioni ho cercato di parlarne). La cosa importante è che la giusta difesa delle donne (che è la condizione sine qua non di ogni soluzione dell'enorme problema) non resti nel campo del «politically correct», e quindi della sola forma, ma diventi sostanza di un rivoluzionamento del nostro modo di concepire la relazione di desiderio, che è il fondamento della nostra esistenza. Essere morti viventi che uccidono è cosa ben più grave di essere uccisi ed essendo un uomo (maschio, come tu sottolinei), incapace di concepirmi indipendentemente dalla donna, ne sono molto preoccupato. Insomma non parlo come amico o fratello della donna ma come soggetto desiderante. L'amicizia o la fraternità prive del desiderio sono poca cosa.
Sarantis Thanopulos
 
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