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il manifesto 2013.09.05 - 11 CULTURA
 
DISCUSSIONI - «L'inglese non basta. Una lingua per la società» di Maria Luisa Villa
I vizi di una provincia linguistica
TAGLIO BASSO - Valeria Della Valle

TAGLIO BASSO - Valeria Della Valle
Da una immunologa il parere sull'abuso dell'inglese come lingua dei corsi universitari. Indubbi i vantaggi, ma anche la perdita di un buon italiano
Le polemiche sull'uso della lingua inglese nelle università italiane si sono momentaneamente sopite durante la pausa estiva, ma si risveglieranno di sicuro nel prossimo autunno, con la riapertura dei corsi universitari. L'occasione che aveva dato il via al dibattito, creando grande scalpore, era stato l'annuncio del rettore del Politecnico Milano, Giovanni Azzone, di voler avviare dal 2013-2014 i corsi magistrali e di dottorato di ricerca solo in lingua inglese, escludendo l'italiano dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.
In seguito il Tar Lombardia ha pubblicato la notizia dell'accoglimento del ricorso sull'inglese obbligatorio contro la decisione del Politecnico di Milano. A fare chiarezza sull'argomento l'Accademia della Crusca aveva pubblicato nel 2012 per Laterza il volume Fuori l'italiano dall'università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, nel quale le voci di molti studiosi (da Gianluigi Beccaria a Tullio De Mauro, da Francesco Sabatini e Claudio Magris a Tullio Gregory, fino a Luca Serianni, Cesare Segre e Raffaele Simone, per citare solo alcune delle voci più autorevoli) avevano spiegato, da diversi punti di vista, le ragioni per le quali la nostra lingua «aspira legittimamente a mantenere un ruolo di rilievo in Europa e nel mondo contemporaneo». I curatori del volume, Nicoletta Maraschio e Domenico De Martino, avevano gramscianamente ricordato nella premessa che la questione linguistica rispecchia sempre altre questioni più generali e altri problemi. Sull'argomento prende ora posizione Maria Luisa Villa, con un piccolo libro L'inglese non basta. Una lingua per la societá (Bruno Mondadori, pp. 127, euro 14, 00), utile per fare chiarezza sul problema. L'autrice è docente di immunologia, e ha organizzato e diretto per anni la scuola di dottorato in medicina molecolare dell'Università di Milano.
La sua è dunque una riflessione sull'uso della lingua che non viene dal campo umanistico, e non può certo essere tacciata di conservatorismo linguistico di stampo purista o nazionalista. Villa è ben consapevole dello scopo dell'iniziativa da parte delle autorità governative e accademiche che hanno assicurato unanime appoggio all'introduzione di corsi in lingua inglese, favorendo l'«anglificazione» di alcuni percorsi di studio. Si tratta della volontà di allenare i laureandi italiani a padroneggiare la lingua «veicolare» della comunità scientifica, internazionalizzando i nostri atenei e attenuando la barriera linguistica che scoraggia l'iscrizione di studenti stranieri.
L'anglificazione permette agli atenei di scalare le classifiche di merito nazionali e internazionali, agevola i finanziamenti, aumenta il prestigio e la visibilità delle autorità accademiche, facilita la creazione di una piccola élite di professionisti cosmopoliti, capaci di inserirsi nei circuiti scientifici internazionali dell'economia e della tecnoscienza. Questi i vantaggi immediati, che non devono oscurare gli svantaggi prevedibili nel medio e nel lungo periodo. L'autrice ricorda opportunamente che il progetto «scoraggia dall'uso della lingua nazionale gli studenti italiani, che rappresentano pur sempre l'assoluta maggioranza deglin iscritti, e sono destinati a un mercato del lavoro locale non anglofono».
In più, c'è il rischio che l'anglificazione dei corsi universitari eriga barriere nell'accesso agli studi superiori per una parte consistente di studenti, che hanno alle spalle un semplice apprendimento scolastico e che sono privi «di quella fluida padronanza delle lingue non materne che si ottiene con costosi trasferimenti o corsi di aggiornamento all'estero» che non tutti possono permettersi. Maria Luisa Villa non prende in considerazione solo la questione della scelta dell'inglese nei corsi avanzati rivolti agli studenti universitari, ma allarga la questione a un problema di portata più vasta: possiamo permetterci di abbandonare l'italiano come lingua viva nella comunità nazionale, consegnando il dibattito sui temi della scienza a un linguaggio diverso da quello primario?
Lungo sette capitoli vengono esposte le ragioni pro o contro la lingua inglese come lingua dell'istruzione superiore: l'autrice ricorda opportunamente che la lingua è una realtà viva, e che se non viene utilizzata «il suo potere di significare si perde tanto più in fretta quanto maggiore è la sua creatività. Non solo mancheranno «le parole per dirlo», ma si farà fatica a trovare i giusti modelli discorsivi e gli stili argomentativi appropriati». Non si può non condividere il parere di Villa, aggiungendo solo che l'insegnamento specialistico impartito esclusivamente in inglese risulta ancor più penalizzante se si considera che il primo contatto che gli studenti hanno con le terminologie specialistiche si materializza proprio nel momento della lezione accademica.
Se uno scienziato non fosse capace di curare la circolazione dei termini specialistici nel proprio settore d'interesse nella lingua madre ne determinerebbe un progressivo impoverimento che potrebbe arrivare fino alla completa atrofia lessicale. È questo che vogliamo?
 
[stampa]
 
 
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