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il manifesto 2013.09.05 - 13 VISIONI
 
COMPETIZIONE - «L'intrepido» di Gianni Amelio Speranze precarie
Speranze precarie
TAGLIO MEDIO - Silvana Silvestri
VENEZIA
TAGLIO MEDIO - Silvana Silvestri - VENEZIA
Antonio Albanese è Pane, che di mestiere fa il rimpiazzo di chi si assenta, e lo fa con perfezione. Ritratto di un paese senza via d'uscita
Milano ai giorni nostri, una città ghiacciata nei suoi parallelepipedi di vetro e metallo dove, instancabile figura dei tempi moderni, consuma la sua forza lavoro Antonio Pane, protagonista del film di Gianni Amelio L'intrepido, un'allusione al giornalino che si vendeva con Il Monello, The Lonely Hero, come viene tradotto internazionalmente. Antonio Albanese abbandona le crudezze che ha saputo creare in certi suoi recenti personaggi specchio della nostra società per guardare lontano, con francescana purezza, a un orizzonte diverso.
Il film distilla, sottrae, va al cuore di uno stato delle cose ormai al limite. Cancella i rumori di fondo, le inchieste pressanti, i fatti di cronaca, lo svuotamento delle fabbriche, le dislocazioni e tutto quello che passa sulla testa della gente. Dopo aver fatto silenzio, Amelio fa vivere al suo eroe la vita di un galantuomo certo non allineato, più precario dei precari, disposto a fare qualunque lavoro. Come un Signor Belvedere dei nostri giorni sa fare alla perfezione qualunque mestiere e lo vediamo infatti in una scena da crisi del '29 del cinema muto in cima a un grattacielo a trasportare assi. O come in una screwball comedy, le commedie che nacquero con la Grande depressione e che avevano come caratteristica una minaccia sempre latente sulla testa dei protagonisti a dispetto della svagatezza del racconto. Pane non è un Vagabondo in fuga dai poliziotti, ma uno che si impegna nel ruolo di «rimpiazzo» e accetta di sostituire chiunque a qualunque ora: cameriere, tramviere, badante, pulitore di stadi. E poi ancora ragazzo della pizza, sarto, scaricatore al mercato del pesce, sfasciacarrozze. Lo vediamo infatti passare da un incarico a un altro («mi piacciono tutti i lavori») con lo spirito del pugile che anche se è finito in prigione si tiene in allenamento con i pesi per quando uscirà. Partecipa perfino a un concorso pubblico, lui che ha un diploma magistrale che non ha mai potuto utilizzare, e proprio lì incontra una ragazza (Livia Rossi) che diventerà sua amica, oppressa da problemi di sopravvivenza, ma con meno energia per affrontarli.
Amelio pensa a Pane come a Charlot: «persona umile che ha la forza di uscire sano da una situazione di malessere, l'uomo più solo del mondo che termina i suoi film sempre incamminandosi verso un orizzonte ignoto, e non c'è nessuno che lo aiuta tranne il suo bastoncino da far roteare. La figura di Antonio è come uno schizzo, un fumetto -non a caso il titolo si ispira a un fumetto - una figura antieroica nel suo eroismo quotidiano». La forza del film sta proprio nella fiducia del protagonista, nel mettere in evidenza i principi fondamentali della vita, tralasciando il resto con una nettezza di regia, e con la fotografia di Bigazzi il partner perfetto per raccontarlo (è il primo film in digitale di Amelio). Assume così un alone favolistico il rapporto con il figlio, a cui sa parlare con quelle parole che non si dicono mai e trasmettere un valore preciso: Ivo Pane (Gabriele Rendina) studia al conservatorio, suona il sax in una band e la musica sarà la sua ricchezza per sempre. Il film suggerisce anche che qualunque arte esercitata con dedizione può essere la salvezza.
Pane sa come va il mondo ma rifiuterà di accettare denaro sporco, guadagnato con mezzi illeciti o anche frutto di astuzia finanziaria, tutte scatole vuote. Preferisce andare a fare il minatore in Albania e camminare a testa alta. Dice Amelio: «Il lavoro della miniera, non che io lo abbia mai fatto, sono solo andato in visita, è il lavoro più duro che esista. Chi ci lavora sa che non comincia da terra ma da sottoterra, un lavoro in cui muore tutti i giorni per poi resuscitare. Lui preferisce morire tutti i giorni piuttosto che farsi sporcare». I film di Amelio creano allarme, lo hanno sempre fatto fin da quando raccontava il terrorismo, l'immigrazione degli albanesi o la nostra emigrazione. Qui affrontiamo la paura più oscura, quella di un paese senza nessuna possibile via d'uscita, dove le relazioni sono state distrutte, la speranza annientata. Lo sguardo fiducioso di un protagonista intrepido, coraggioso e l'indicazione della creatività sono la sua limpida e durissima indicazione per riempire il vuoto che ci circonda.
 
[stampa]
 
 
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