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il manifesto 2013.09.05 - 13 VISIONI
 
LE FEMEN IN UN DOC FUORI CONCORSO DI KITTY GREEN
La scomoda verità sulle ragazze in lotta
INTERVISTA - Cecilia Ermini
VENEZIA
INTERVISTA - Cecilia Ermini - VENEZIA
«Il nostro corpo ha un ruolo politico contro la società patriarcale». Questo il leitmotif della delegazione di Femen, attiviste ucraine in lotta contro ogni discriminazione femminile. Dopo tante polemiche e provocazioni in giro per il mondo, la Mostra presenta fuori concorso Ukraine is not a brothel, doc dell'australiana Kitty Green, che scandaglia le origini dell'organizzazione e fa emergere scomode verità dietro alle guerriere dal seno nudo. Kitty Green, ha condiviso per circa un anno un appartamento a Kiev insieme a 5 attiviste, un anno di battaglie, denunce e arresti, finendo lei stessa più volte arrestata. Ma parallelamente alla fiducia conquistata, la regista scopre pian piano l'ingombrante presenza di Victor Svyataski, ideologo dittatoriale alla base del gruppo che ammette davanti alla telecamera di aver fondato il gruppo spinto soltanto da pulsioni sessuali.

Kitty, dopo quanto tempo hai scoperto l'esistenza di Victor ?
Dopo circa due, tre mesi dall'inizio delle riprese. Non mi aspettavo di trovare un uomo nel gruppo delle Femen e con sorpresa ho dovuto interagire con lui e i suoi metodi brutali.

La tua idea del gruppo Femen si è modificata alla luce di questa scoperta?
Sì, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che anche le ragazze stavano cominciando a mettere in discussione la sua figura, affermando con sempre maggior forza che avere a che fare con una persona come lui, doveva e poteva dare un input ancora maggiore alla lotta contro il patriarcato.

Victor è stato allontanato circa un anno. Dove si trova ora?
Inna: Non abbiamo mantenuto i rapporti dopo la rottura. Mi hanno detto che due settimane fa è stato picchiato durante una dimostrazione ma non so altro. Lui non fa più parte di noi. Ora il nostro gruppo è cambiato, siamo solo donne, finalmente libera dalla folle schiavitù di quell'uomo.

Inna e Sacha, come è nato in voi questo spirito di lotta?
Diversamente dalla maggior parte delle nostre concittadine, non siamo mai state vittima di violenze domestiche ma abbiamo sempre tristemente registrato l'orrore di una società come quella ucraina. Siamo cresciuta in una zona progressista del paese e all'inizio la nostra lotta era focalizzata sulla prostituzione e sul turismo sessuale.

Che ricordi avete delle vostre prime battaglie?
Inna: Nel 2009 ero una giornalista e durante la mia prima manifestazione, mi ritrovai in una macchina della polizia senza capire il perché. Non c'era nessun motivo legale per tenermi lì e per tutta la durata del mio fermo non facevo altro che pensare: Tutto questo deve finire.
Sacha: Non ho mai capito perché facevamo così paura e non solo in Ucraina ma anche in altri paesi europei. Ancora oggi non riesco a comprendere le ragioni di una tale violenza nei nostri confronti. Una violenza - da parte delle forze dell'ordine - subita non solo in Russia, anche in Italia durante la nostra manifestazione contro Silvio Berlusconi.

Quali obiettivi secondo voi sono stati raggiunti finora?
Per prima cosa una trasformazione personale della nostra visione del mondo, portando il femminismo e la lotta nelle strade. A volte ci interroghiamo sul futuro e siamo entusiaste di essere finalmente solo noi, in più la nostra base operativa ora è a Parigi con altre dieci cellule sparse in giro per il mondo. Combatteremo ancora e forse fra cinque anni un altro documentario racconterà i risultati della nostra rivoluzione.

Un'ultima curiosità: cosa simboleggia la corona di fiori che portate fra i capelli?
Fa parte del costume tradizionale ucraino: le ragazze in cerca di marito usano la corona per attirare l'interesse maschile ma in realtà volevamo proseguire una sorta di tradizione che risale fino ai tempi di Gesù: nel suo caso erano spine, nel nostro fiori ma resta un simbolo evidente della battaglia fra guerrieri contro l'oppressori.
 
[stampa]
 
 
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