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il manifesto 2013.09.06 - 08 SOCIETÀ
LOTTE SOCIALI - Solo un'amnistia politica generale può ristabilire il principio di eguaglianza e pari trattamento per tutti
Giustizialismo trasversale contro i movimenti
TAGLIO BASSO - Francesco Romeo*
TAGLIO BASSO - Francesco Romeo*
Da 20 anni lo Stato è in guerra contro chi protesta per difendere i propri diritti costituzionali La lunga stagione berlusconiana ha visto affiorare giustizialismi di opposte fazioni
In quest'ultimo scorcio d'estate i palazzi della politica istituzionale sono attraversati da un lavorio incessante, un fervore votato al tentativo di salvare Silvio Berlusconi dalla decadenza del proprio mandato parlamentare dopo la condanna passata in giudicato. L'intero discorso pubblico ruota attorno alla contesa tra chi vorrebbe salvarlo a qualunque costo e chi è disposto a tutto pur di vederlo rotolare nella polvere. In mezzo stanno quelli in cerca di un cavillo che possa salvare capra (governo) e cavoli (Silvio).
Sulle pagine del manifesto si è sviluppata una discussione sull'amnistia che, salvo un paio di eccezioni, non è sfuggita - come ha rilevato Marco Bascetta - a questa dannazione berlusconicentrica. Eppure, dal giugno scorso è in campo una campagna per l'amnistia sociale (il cui «manifesto» è stato pubblicato su queste pagine). Iniziativa nata fuori dal circuito della politica istituzionale e che ha raccolto una larga adesione nei movimenti sociali. Sorprende che questa proposta sia rimasta fuori da un dibattito che non ha ritenuto di estendere l'amnistia anche agli effetti repressivi che si abbattono sulle lotte politiche e sociali, in un momento storico che vede l'emergenza giudiziaria colpire anche il semplice dissenso ricorrendo a teoremi e arsenali penali concepiti in altre epoche per rispondere a ben altro tipo di sfide. Sorprende, ma non stupisce, vista l'impostazione meramente politicista della discussione.
La rimozione è tale che persino Manconi ed Anastasia hanno commesso l'errore di affermare che in Italia vi è stata una sola amnistia politica, quella firmata da Togliatti nel lontano 1946. Bene ha fatto Livio Pepino a ricordare i provvedimenti di clemenza del '68 e del '70: amnistie «politiche» di particolare ampiezza estese anche ai reati di devastazione, blocco stradale o ferroviario e alla detenzione di armi da guerra etc. Amnistie votate mentre il '68 e l'autunno caldo erano ancora in corso. Provvedimenti forti che grazie al loro nucleo politico specifico consentì l'adozione di una clemenza più generale rivolta ad una vasta gamma di reati comuni che favorì lo sfollamento delle carceri. E se ancora non bastasse, durante gli anni '60 furono approvate altre tre amnistie-indulto per chiudere gli strascichi penali dell'epoca bellica e riequilibrare la repressione contro i moti cittadini e lotte agrarie.
È sotto gli occhi di tutti che in questi anni i movimenti sociali, spesso da soli, hanno fatto opposizione nelle piazze d'Italia, pagando un prezzo molto alto in termini di violenza subita, di denunce per gli attivisti (più di 15.000) e di condanne riportate. Senza contare che denunce e condanne rappresentano un ostacolo non facilmente superabile per l'ingresso nel mondo del lavoro e costituiscono il presupposto per l'applicazione di misure odiose come l'avviso orale, il foglio di via, la sorveglianza speciale.
La lunga stagione berlusconiana, una guerra dei vent'anni che ha visto affiorare giustizialismi di opposte fazioni, è stata condotta a senso unico: dall'alto verso il basso, contro i movimenti sociali di opposizione, i migranti e i ceti sociali più deboli che affollano le carceri. Per questo è fondamentale porre oggi all'ordine del giorno quella che è stata chiamata «amnistia sociale», per distinguere la sua politicità non istituzionale dalla sfera del ceto politico che alberga nelle istituzioni, distinzione necessaria in un'epoca di populismi e legalitarismi che hanno inquinato il linguaggio politico della sinistra.
Occorre ripristinare un principio di giustizia di fronte ad condanne come quelle per i fatti di Genova del 2001, che hanno visto applicare ai manifestanti pene fino a 15 anni di reclusione per devastazione, mentre oltre 300 appartenenti alla polizia di Stato che hanno partecipato al massacro della Diaz sono rimasti ignoti, e i procedimenti per 222 episodi di violenza in strada, compiuti da appartenenti alle forze dell'ordine, sono stati archiviati per l'impossibilità d'identificare i colpevoli. Bisogna metter fine all'ipertrofia emergenziale di magistrati e apparati che hanno in odio il dissenso, che adorano le democrazie senza popolo e le società silenziate.
L'amnistia sociale è il primo passo per smantellare quell'arsenale giuridico speciale che ha permesso alla procura di Torino di ricorrere ad accuse abnormi, come il reato di attentato per finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico anche a chi lotta per la difesa dei propri territori, come il movimento NoTav, ed al governo di arricchirlo con nuove disposizioni come quelle contenute nel cosiddetto decreto sul «femminicidio». Norme che estendono l'impiego di contingenti dell'esercito, a disposizione dei prefetti, non più solo a servizi di perlustrazione e pattuglia ma «anche», ad esempio, come forza di ordine pubblico contro i manifestanti. Una dichiarazione di guerra dello Stato verso un nemico interno individuato nei movimenti sociali di protesta.
Oltre a tentare di arginare tutto ciò, la campagna per l'amnistia sociale può servire a ridare forza ad alcuni principi sanciti nella Costituzione: se l'occupazione di case abbandonate è reato per il codice penale, il diritto all'abitazione è un diritto costituzionale. Ancora, la Costituzione stabilisce che la proprietà privata non può contrastare l'utilità sociale o la dignità umana e può essere indirizzata a fini sociali.
La forte spinta verso la giustizia e l'eguaglianza contenuta nello spirito di questa campagna permette anche di contestare alla radice quel «principio di ostatività» contenuto nelle norme carcerarie (4 bis e 41 bis) che è alla base della differenziazione dei trattamenti recepita ormai in tutte le misure di clemenza (indulto del 2006 e indultini vari) e agli pseudosfollamenti carcerari varati negli ultimi anni e acriticamente assorbiti negli stessi progetti di amnistia-indulto (Manconi) depositati in parlamento. Solo un'amnistia politica generale può ristabilire il principio di uguaglianza.
* avvocato
Sulle pagine del manifesto si è sviluppata una discussione sull'amnistia che, salvo un paio di eccezioni, non è sfuggita - come ha rilevato Marco Bascetta - a questa dannazione berlusconicentrica. Eppure, dal giugno scorso è in campo una campagna per l'amnistia sociale (il cui «manifesto» è stato pubblicato su queste pagine). Iniziativa nata fuori dal circuito della politica istituzionale e che ha raccolto una larga adesione nei movimenti sociali. Sorprende che questa proposta sia rimasta fuori da un dibattito che non ha ritenuto di estendere l'amnistia anche agli effetti repressivi che si abbattono sulle lotte politiche e sociali, in un momento storico che vede l'emergenza giudiziaria colpire anche il semplice dissenso ricorrendo a teoremi e arsenali penali concepiti in altre epoche per rispondere a ben altro tipo di sfide. Sorprende, ma non stupisce, vista l'impostazione meramente politicista della discussione.
La rimozione è tale che persino Manconi ed Anastasia hanno commesso l'errore di affermare che in Italia vi è stata una sola amnistia politica, quella firmata da Togliatti nel lontano 1946. Bene ha fatto Livio Pepino a ricordare i provvedimenti di clemenza del '68 e del '70: amnistie «politiche» di particolare ampiezza estese anche ai reati di devastazione, blocco stradale o ferroviario e alla detenzione di armi da guerra etc. Amnistie votate mentre il '68 e l'autunno caldo erano ancora in corso. Provvedimenti forti che grazie al loro nucleo politico specifico consentì l'adozione di una clemenza più generale rivolta ad una vasta gamma di reati comuni che favorì lo sfollamento delle carceri. E se ancora non bastasse, durante gli anni '60 furono approvate altre tre amnistie-indulto per chiudere gli strascichi penali dell'epoca bellica e riequilibrare la repressione contro i moti cittadini e lotte agrarie.
È sotto gli occhi di tutti che in questi anni i movimenti sociali, spesso da soli, hanno fatto opposizione nelle piazze d'Italia, pagando un prezzo molto alto in termini di violenza subita, di denunce per gli attivisti (più di 15.000) e di condanne riportate. Senza contare che denunce e condanne rappresentano un ostacolo non facilmente superabile per l'ingresso nel mondo del lavoro e costituiscono il presupposto per l'applicazione di misure odiose come l'avviso orale, il foglio di via, la sorveglianza speciale.
La lunga stagione berlusconiana, una guerra dei vent'anni che ha visto affiorare giustizialismi di opposte fazioni, è stata condotta a senso unico: dall'alto verso il basso, contro i movimenti sociali di opposizione, i migranti e i ceti sociali più deboli che affollano le carceri. Per questo è fondamentale porre oggi all'ordine del giorno quella che è stata chiamata «amnistia sociale», per distinguere la sua politicità non istituzionale dalla sfera del ceto politico che alberga nelle istituzioni, distinzione necessaria in un'epoca di populismi e legalitarismi che hanno inquinato il linguaggio politico della sinistra.
Occorre ripristinare un principio di giustizia di fronte ad condanne come quelle per i fatti di Genova del 2001, che hanno visto applicare ai manifestanti pene fino a 15 anni di reclusione per devastazione, mentre oltre 300 appartenenti alla polizia di Stato che hanno partecipato al massacro della Diaz sono rimasti ignoti, e i procedimenti per 222 episodi di violenza in strada, compiuti da appartenenti alle forze dell'ordine, sono stati archiviati per l'impossibilità d'identificare i colpevoli. Bisogna metter fine all'ipertrofia emergenziale di magistrati e apparati che hanno in odio il dissenso, che adorano le democrazie senza popolo e le società silenziate.
L'amnistia sociale è il primo passo per smantellare quell'arsenale giuridico speciale che ha permesso alla procura di Torino di ricorrere ad accuse abnormi, come il reato di attentato per finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico anche a chi lotta per la difesa dei propri territori, come il movimento NoTav, ed al governo di arricchirlo con nuove disposizioni come quelle contenute nel cosiddetto decreto sul «femminicidio». Norme che estendono l'impiego di contingenti dell'esercito, a disposizione dei prefetti, non più solo a servizi di perlustrazione e pattuglia ma «anche», ad esempio, come forza di ordine pubblico contro i manifestanti. Una dichiarazione di guerra dello Stato verso un nemico interno individuato nei movimenti sociali di protesta.
Oltre a tentare di arginare tutto ciò, la campagna per l'amnistia sociale può servire a ridare forza ad alcuni principi sanciti nella Costituzione: se l'occupazione di case abbandonate è reato per il codice penale, il diritto all'abitazione è un diritto costituzionale. Ancora, la Costituzione stabilisce che la proprietà privata non può contrastare l'utilità sociale o la dignità umana e può essere indirizzata a fini sociali.
La forte spinta verso la giustizia e l'eguaglianza contenuta nello spirito di questa campagna permette anche di contestare alla radice quel «principio di ostatività» contenuto nelle norme carcerarie (4 bis e 41 bis) che è alla base della differenziazione dei trattamenti recepita ormai in tutte le misure di clemenza (indulto del 2006 e indultini vari) e agli pseudosfollamenti carcerari varati negli ultimi anni e acriticamente assorbiti negli stessi progetti di amnistia-indulto (Manconi) depositati in parlamento. Solo un'amnistia politica generale può ristabilire il principio di uguaglianza.
* avvocato
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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