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il manifesto 2013.09.06 - 11 CULTURA
SCAFFALI - Il secondo romanzo di Veronica Raimo «Tutte le feste di domani» per Rizzoli
Vizi e virtù di una pericolante «classe media»
TAGLIO BASSO - Carlo Mazza Galanti
TAGLIO BASSO - Carlo Mazza Galanti
Un'anima dannata, incarnazione dell'individuo moderno, in bilico sull'orlo della disfatta: è l'identikit di Alberta, la protagonista
Anche se sempre più rari sembrano i romanzieri capaci di realizzare personaggi incisivi, vivi, a tutto tondo, personaggi con cui continuare a dialogare a libro chiuso (personaggi-uomo, diceva un critico famoso del secolo scorso), il pubblico continua a esserne avido, come dimostra il successo delle serie tv americane dove gli autori hanno tutto il tempo e l'agio di cesellare una complessa fisionomia morale (vedi un Don Draper, o un Walter White). C'è da rallegrarsi quando qualcosa del genere accade in un libro, specie se italiano. Quando l'imperativo della trama cede alla profondità del carattere ed è il personaggio a determinare lo sviluppo dell'azione, non viceversa, come spesso succede. È il caso di Tutte le feste di domani, il secondo romanzo di Veronica Raimo (Rizzoli, pp.306, euro 18).
Di umili origini abruzzesi, Alberta è una avvenente e brillante studentessa di filosofia che dopo avere sperimentato la vita promiscua in una comune degli anni settanta, seduce e infine sposa un giovane professore universitario romano, di famiglia ricca. Mantenuta, disoccupata, viziata, Alberta non si accontenta della promozione sociale, un residuo rancore di classe avvelena il suo matrimonio e, maestra nel costruirsi alibi di ogni genere e specie, adotta il tradimento come compendio e rimedio provvisorio alla sua infelicità. Romanzo tradizionalmente borghese, o dell'ambizione borghese, Tutte le feste di domani rispolvera ricordi di Moravia (del migliore Moravia) e di Antonioni (entrambi evocati con molta circospezione da Alberta). L'intreccio è essenziale, a tratti persino stereotipato - dal cimitero di Yonville Emma Bovary osserva la sua discendente con un sorriso di benevola compassione - ma la scrittrice mantiene un rapporto sempre consapevole con i modelli e i cliché narrativi e il risultato è un personaggio di chiaro spessore letterario.
Anima dannata, incarnazione dell'individuo moderno spasmodicamente teso verso una felicità impossibile, immerso in un vitalismo sull'orlo della disfatta, in una sfrontata e infantile ostinazione a pretendere l'assoluto senza mai scendere a compromessi, Alberta è anche una proiezione narrativa dei vizi e delle virtù di una pericolante classe media esplosa negli ultimi decenni del secolo passato (il libro si svolge quasi interamente tra gli anni ottanta e novanta), carica di titoli di studio, pretese di benessere e disturbi dell'umore. Maestra dell'intrigo, qualcuno nel libro la definisce «soltanto una stronza»: di certo è un personaggio che non lascia in pace la nostra coscienza morale. Comunque si voglia considerarla, Raimo concentra i tratti della sua eroina in duecento pagine che sono una sintesi di ruvida umanità, un romanzo psicologico di forte impatto e un saggio di scrittura stilisticamente raffinata e sempre ammirevolmente equilibrata. Insomma, un libro degnissimo di nota.
Un libro che se fosse stato scritto da un romanziere americano specializzato in epica della quotidianità e dilemmi borghesi come Franzen, per esempio (o come Roth, per guardare più in alto), sarebbe probabilmente incensato a piene mani da critici e lettori. Eppure su questo romanzo, ad oggi, si è detto poco o nulla. La ragione di questo silenzio non è poi così misteriosa. I grandi editori licenziano libri distrattamente senza curarsi troppo del loro destino, augurandosi che dal mare di pubblicazioni venga fuori un nuovo Giordano. Per varie ragioni la critica ha perso la sua capacità di orientamento: di fronte al troppo pieno del mercato domina la cooptazione amicale o una comunicazione sbrigativa e ipertrofica. Il campo letterario-editoriale sembra in balia del caso. Saviano ha venduto milioni di copie con un libro anomalo come Gomorra, il lettore comune vaga confuso tra pilastri di narrativa spicciola spacciata per capolavoro, e lo «specialista» non può fare molto di più. A meno di non credere in una leibniziana predestinazione per il meglio, pare difficile immaginare che comunque, in un modo o nell'altro, un giorno la qualità emergerà da sola. Il vecchio canone potrebbe fare la fine dei panda e il mercato, più che a una semplice selva selvaggia assomiglia a quella di Jurassic park: una selezione darwiniana in una giungla di creature geneticamente modificate. Chi ammazzerà chi, è una questione che riguarda giochi troppi distanti e oscuri per gli umili appassionati di letteratura. Ma Tutte le feste di domani ci ricorda che in Italia esiste anche una narrativa di valore, nascosta da qualche parte, in attesa dei suoi lettori.
Di umili origini abruzzesi, Alberta è una avvenente e brillante studentessa di filosofia che dopo avere sperimentato la vita promiscua in una comune degli anni settanta, seduce e infine sposa un giovane professore universitario romano, di famiglia ricca. Mantenuta, disoccupata, viziata, Alberta non si accontenta della promozione sociale, un residuo rancore di classe avvelena il suo matrimonio e, maestra nel costruirsi alibi di ogni genere e specie, adotta il tradimento come compendio e rimedio provvisorio alla sua infelicità. Romanzo tradizionalmente borghese, o dell'ambizione borghese, Tutte le feste di domani rispolvera ricordi di Moravia (del migliore Moravia) e di Antonioni (entrambi evocati con molta circospezione da Alberta). L'intreccio è essenziale, a tratti persino stereotipato - dal cimitero di Yonville Emma Bovary osserva la sua discendente con un sorriso di benevola compassione - ma la scrittrice mantiene un rapporto sempre consapevole con i modelli e i cliché narrativi e il risultato è un personaggio di chiaro spessore letterario.
Anima dannata, incarnazione dell'individuo moderno spasmodicamente teso verso una felicità impossibile, immerso in un vitalismo sull'orlo della disfatta, in una sfrontata e infantile ostinazione a pretendere l'assoluto senza mai scendere a compromessi, Alberta è anche una proiezione narrativa dei vizi e delle virtù di una pericolante classe media esplosa negli ultimi decenni del secolo passato (il libro si svolge quasi interamente tra gli anni ottanta e novanta), carica di titoli di studio, pretese di benessere e disturbi dell'umore. Maestra dell'intrigo, qualcuno nel libro la definisce «soltanto una stronza»: di certo è un personaggio che non lascia in pace la nostra coscienza morale. Comunque si voglia considerarla, Raimo concentra i tratti della sua eroina in duecento pagine che sono una sintesi di ruvida umanità, un romanzo psicologico di forte impatto e un saggio di scrittura stilisticamente raffinata e sempre ammirevolmente equilibrata. Insomma, un libro degnissimo di nota.
Un libro che se fosse stato scritto da un romanziere americano specializzato in epica della quotidianità e dilemmi borghesi come Franzen, per esempio (o come Roth, per guardare più in alto), sarebbe probabilmente incensato a piene mani da critici e lettori. Eppure su questo romanzo, ad oggi, si è detto poco o nulla. La ragione di questo silenzio non è poi così misteriosa. I grandi editori licenziano libri distrattamente senza curarsi troppo del loro destino, augurandosi che dal mare di pubblicazioni venga fuori un nuovo Giordano. Per varie ragioni la critica ha perso la sua capacità di orientamento: di fronte al troppo pieno del mercato domina la cooptazione amicale o una comunicazione sbrigativa e ipertrofica. Il campo letterario-editoriale sembra in balia del caso. Saviano ha venduto milioni di copie con un libro anomalo come Gomorra, il lettore comune vaga confuso tra pilastri di narrativa spicciola spacciata per capolavoro, e lo «specialista» non può fare molto di più. A meno di non credere in una leibniziana predestinazione per il meglio, pare difficile immaginare che comunque, in un modo o nell'altro, un giorno la qualità emergerà da sola. Il vecchio canone potrebbe fare la fine dei panda e il mercato, più che a una semplice selva selvaggia assomiglia a quella di Jurassic park: una selezione darwiniana in una giungla di creature geneticamente modificate. Chi ammazzerà chi, è una questione che riguarda giochi troppi distanti e oscuri per gli umili appassionati di letteratura. Ma Tutte le feste di domani ci ricorda che in Italia esiste anche una narrativa di valore, nascosta da qualche parte, in attesa dei suoi lettori.
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
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Le «maschiette»
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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