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il manifesto 2013.09.06 - 12 VISIONI
 
VENEZIA 70 - «Santo Gra», un doc italiano debutta in concorso diretto da Gianfranco Rosi. I pezzi di vita di un'umanità spesso borderline raccolti in un viaggio sul G.r.a; le complicate relazioni affettive di Garrel
Roma ai margini Storie di raccordo
APERTURA - Cristina Piccino
VENEZIA
APERTURA - Cristina Piccino - VENEZIA
Il viaggio dell'urbanista Nicola Bassetti, ispirato a un libro di Renato Nicolini, intorno all'anello stradale che delimita la città eterna
I film del concorso sono finiti, domani la giuria con presidente Bernardo Bertolucci - di cui ci ha rivelato i molteplici segreti del pensiero-passione cinema, lo straordinario Bertolucci on Bertolucci di Luca Guadagnino e Walter Fasano - annuncerà il Leone d'oro (e gli altri premi) della Mostra di Venezia numero 70.
Tra la critica italiana, «monitorata» dalle stellette del mensile Ciak, in Laguna nella versione quotidiana, tra le medie più alte c'è Philomena di Stephen Frears, ma è balzato ai primi posti subito dopo la proiezione anche The Unknown Known, il Rumsfeld di Errol Morris. Nella stampa straniera è piaciuto molto il Glazer di Under the Skin, e non sappiamo ancora lo struggente La Jalousie di Garrel (ingiustamente fischiato come sempre le opere di questo grandissimo regista) ... Ma anche altri film, che non erano nel concorso e che hanno segnato questa edizione, pensiamo a At Berkeley di Frederick Wiseman, un capolavoro (il NY Times gli dedica un'intera pagina) o alle quattro ore dell'implacabile Wang Bing (vedi pezzo accanto), e ancora al Reitz del suo Altro Heimat, tutti esauriti, poco o quasi nulla considerati nel racconto italiano della Mostra vista da lontano, conferma di una tendenza «documentaria» che è altissimo cinema, e che nelle sue sinergie oltre i generi sta producendo immaginari spiazzanti e fuori misura.
Dal «documentario» viene anche Gianfranco Rosi, due volte al festival nella sezione Orizzonti con Below Sea Level e con Il Sicario, tra quei filmmaker italiani che lavorano per spiazzare le regole della visione. Anche se poi più che italiano Rosi è forse italieno, è nato a Asmara, ha vissuto molto all'estero, in America, e lavorato sempre in realtà lontane dall'Italia. Fino a ora, almeno, perché Sacro Gra, ultimo dei tre film italiani in concorso, lo ha girato a Roma, la sua città, nel corso di alcuni anni e con una lunga preparazione fatta di incontri, conversazioni, e da un'immersione di esperienza in prima persona dei luoghi che stava cercando di raccontare. Sfidando quel pericolo che la capitale rappresenta per i registi che decidono di lavorarvi, può sembrare un paradosso eppure la «città del cinema» può fare malissimo. Non è questo il caso, però.
Il Gra del titolo, è l'anello stradale che gira intorno alla metropoli, respiro espanso di un orizzonte senza orizzonte e, insieme, non luogo per definizione vista la sua natura di transito, di svincolo, di passaggio incessante. È Roma e non lo è al tempo stesso, eppure sui bordi ci sono esistenze, realtà, si intrecciano storie di vite che parlano di qualcos'altro, frammenti del nostro tempo. Il punto di partenza di Sacro Gra è lo studio dell'urbanista Nicola Bassetti, che lo ha esplorato un un viaggio a piedi quasi per rovesciarne l'immagine più comunemente associata di spaesamento. Il «progetto Sacro Gra» cercava così in quella zona apparentemente esterna, la natura complessa della città. Il viaggio di Bassetti che è durato venti giorni, aveva come guida un libro di Renato Nicolini, Una macchina celibe. E al geniale inventore di visionarietà urbana il film (nelle nostre sale il 27 settembre grazie a Officina Ubu) è dedicato, in un'affinità che va oltre il riferimento del suo testo.
Troviamo nel modo in cui lavora Rosi sui luoghi, nel suo sguardo che li trasforma in tempo, spazio, immaginario qualcosa molto affine a quella «lezione» visionaria. A cominciare dalla capacità di reinventare la realtà come un movimento incessante, scovando nei suoi dettagli più piccoli, un'epifania che ne cambia radicalmente il senso. Eccoci dunque nel flusso, nel respiro del Gra (modulato in complice orchestrazione con Jacopo Quadri al montaggio), ma non è la sua storia che ci racconta il film, piuttosto la sua ineffabilità, quell'essere spazio che appartiene a tutti eppure indefinibile.. Cosa è il Gra? Impossibile rispondere se non, appunto, dentro a al suo movimento che Rosi trasforma nel movimento del cinema.
A differenza di Below Sea Level, nel quale l'infinito del deserto diveniva un punto specifico, la comunità che ha scelto di vivervi fuori dalle «regole» della società, il Gra non si può delimitare. Le esistenze che lo abitano sono separate, per definizione, essendosi adattate al sua frammentarietà. Eppure ognuna di loro diviene «esemplare», esprime uno stato, si porta dietro una memoria, ci parla della città e delle sue separazioni, di zone eccentriche e marginali. L'anguillaro Cesare, che continua a avere un rapporto con il fiume, e un ritmo della vita che sembra provenire da un altro tempo, il nobile piemontese (decaduto) che divide una casa di una sola stanza con la figlia, e in quella scatola della loro esistenza duetta filosoficamente con la ragazza. Il barelliere Roberto, il principe Filippo e la consorte, l'attore di fotoromanzi, Francesco che studia le palme e le loro malattie.
Come Bassetti, che ha passato sul Gra moltissimi giorni, Rosi appunto è entrato temporalmente in quella realtà costruendo una forma del racconto la cui unità è quella sospensione dello spazio e del tempo che è un po' l'essenza del Gra. Lungo il «gigantesco serpente cinetico dell'espansione economica» la città non si vede, è un punto di fuga remoto, e indistinguibile, di cieli e sagome che sfrecciano di corsa. Eppure è lì, e anzi il Gra ce ne rivela un senso profondo. Con pazienza il regista traccia il suo movimento, il suo è un lavoro che scava, la cui sostanza si è affermata un poco alla volta. Non è regista di risposte Rosi, il suo sguardo produce epifanie. E questo film, applauditissimo, ci regala un cinema potente e inclassificabile.
 
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