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il manifesto 2013.09.07 - 01 PRIMA PAGINA
OLTRETEVERE
La Chiesa di Francesco non è neutrale
COMMENTO - Raniero La Valle
COMMENTO - Raniero La Valle
L'altra volta fu diverso. Gli Stati uniti bombardavano il Vietnam, Nixon veniva a Roma per vantarsi del sostegno del papa, Paolo VI aveva scelto la neutralità e perciò non condannava la guerra americana. Fu allora che una numerosa schiera di cristiani delle comunità di base, freschi di Concilio, si misero in cammino verso piazza san Pietro per chiedere alla Chiesa di opporsi alla guerra e di togliere ogni alibi ai bombardamenti punitivi sul Vietnam del Nord. Ma arrivati al colonnato, trovarono la polizia italiana che impedì loro l'accesso alla piazza e li respinse.
Questa volta invece sulla Siria il papa lancia ai grandi del mondo un messaggio inequivocabile: «Abbandonate ogni vana pretesa di azione militare, impegnatevi invece per una soluzione pacifica». E per questo convoca per questa sera a piazza San Pietro cristiani di base e di vertice, credenti di altre fedi e di nessuna fede per fermare l'offensiva aerea che gli Stati uniti e la Francia hanno indetto contro la Siria, ancora una volta non offrendo al mondo arabo altro che la guerra.
Dunque il papato è cambiato, la Chiesa ha capito, così come l'aveva invitata a fare il cardinale Lercaro (ciò che non gli fu perdonato), che «la sua via non è la neutralità ma la profezia»: già con Giovanni Paolo II del resto la Chiesa cattolica aveva trovato il coraggio di rompere il fronte occidentale opponendosi all'aggressione alla Iugoslavia e ai due conflitti del Golfo.
Quella che non è cambiata, invece, è la cultura laica e profana sulla guerra, il suo ritornello politico: c'è una soglia - una «linea rossa» - oltre la quale «bisogna fare qualcosa» e questo qualcosa è la guerra, essa del resto non serve a conquistare ma a punire, è un freno per i malvagi ed è un esorcismo contro le armi «cattive» volto a colpire le stesse vittime con armi altrettanto cattive.
È anche vero però che i moventi della guerra si sono fatti sempre meno persuasivi, sicché i guerrieri riluttanti hanno sentito il bisogno di chiedere l'avallo dei parlamenti; quello inglese ha detto di no, il congresso americano recalcitra e chiede che in ogni caso si faccia una guerra a termine, senza morti americani e senza soldati a terra, per non finire come in Afghanistan e in Iraq, il parlamento italiano è stregato e non pensa che alla exit strategy di Berlusconi, ma in ogni caso il ministro della difesa digiuna anche lui per la pace e le basi italiane non sono promesse che in caso di un'autorizzazione dell'Onu, che per fortuna non arriva perché l'Onu, che a termini di statuto non ha alcun diritto di guerra, non ha dato alcun mandato a nessuno di bombardare la Siria.
Obama, che doveva essere un presidente pacifico, rischia così di restare con il cerino in mano, prigioniero com'è della cultura americana che lo ha ricacciato nelle logiche del passato e lo ha fatto cadere in errori tipicamente americani.
Il primo errore è quello che gli ha rimproverato il patriarca di Antiochia dei melchiti, Gregorios III, di avere per due anni fomentato il conflitto in Siria, «alimentando l'odio e la violenza», ciò che ha portato un notevole afflusso di guerriglieri stranieri in Siria, un massiccio ingresso di armi, un incremento di gruppi islamisti e fondamentalisti e una gran confusione sullo stesso attentato con armi chimiche del 21 agosto, per il quale gli stessi Stati uniti, dice il patriarca, «un giorno accusano le forze lealiste, ed il giorno seguente l'opposizione».
Il secondo errore è stato quello di appendere ai servizi segreti e alle loro verità la decisione sulla guerra, quando i servizi di intelligence non hanno l'intelligenza per decidere e nemmeno dicono la verità, anzi sono fatti apposta per dire bugie, come fecero con la famosa fialetta di cui il segretario di stato americano fece l'ostensione all'Onu per giustificare l'attacco a Saddam Hussein.
Il terzo errore è stato quello di stabilire un evento esterno come «linea rossa» oltre la quale far scattare la punizione. E questo è l'errore più grave. È la vecchia idea, ereditata dal West, della punizione come catarsi salvifica, come mitica restaurazione dell'ordine, è l'idea del giustiziere come ministro del bene, come diacono di Dio. Un'idea che non ha alcuna consistenza politica e alcun riscontro nella realtà: le guerre non sono un giudizio, a essere «puniti» non sono i colpevoli ma i più indifesi, a punire non è un giudice e a subire la punizione non sono mai gli autori delle azioni che vengono imputate, ma popoli innocenti vittime dei loro capi non meno che dei loro nemici.
Se l'Occidente smettesse di pensare in questi termini arcaici, tutto potrebbe cambiare. Esso dovrebbe smettere di compiere azioni che non potranno sfuggire al giudizio di Dio e della storia, come ha detto il papa all'«Angelus» suggerendo arditamente che il giudizio di Dio e della storia sarà lo stesso. Se l'Occidente cominciasse a pensare in termini di rapporti equi tra Israele e popoli arabi, si adoperasse per un rientro dello stato ebraico nel diritto comune, e cercasse di instaurare nuovi rapporti di comprensione e di fiducia tra i popoli della comunità euro-atlantica e l'Islam, non ci sarebbero solo guerre da fare, ma ci sarebbe finalmente una pace da costruire.
Questa volta invece sulla Siria il papa lancia ai grandi del mondo un messaggio inequivocabile: «Abbandonate ogni vana pretesa di azione militare, impegnatevi invece per una soluzione pacifica». E per questo convoca per questa sera a piazza San Pietro cristiani di base e di vertice, credenti di altre fedi e di nessuna fede per fermare l'offensiva aerea che gli Stati uniti e la Francia hanno indetto contro la Siria, ancora una volta non offrendo al mondo arabo altro che la guerra.
Dunque il papato è cambiato, la Chiesa ha capito, così come l'aveva invitata a fare il cardinale Lercaro (ciò che non gli fu perdonato), che «la sua via non è la neutralità ma la profezia»: già con Giovanni Paolo II del resto la Chiesa cattolica aveva trovato il coraggio di rompere il fronte occidentale opponendosi all'aggressione alla Iugoslavia e ai due conflitti del Golfo.
Quella che non è cambiata, invece, è la cultura laica e profana sulla guerra, il suo ritornello politico: c'è una soglia - una «linea rossa» - oltre la quale «bisogna fare qualcosa» e questo qualcosa è la guerra, essa del resto non serve a conquistare ma a punire, è un freno per i malvagi ed è un esorcismo contro le armi «cattive» volto a colpire le stesse vittime con armi altrettanto cattive.
È anche vero però che i moventi della guerra si sono fatti sempre meno persuasivi, sicché i guerrieri riluttanti hanno sentito il bisogno di chiedere l'avallo dei parlamenti; quello inglese ha detto di no, il congresso americano recalcitra e chiede che in ogni caso si faccia una guerra a termine, senza morti americani e senza soldati a terra, per non finire come in Afghanistan e in Iraq, il parlamento italiano è stregato e non pensa che alla exit strategy di Berlusconi, ma in ogni caso il ministro della difesa digiuna anche lui per la pace e le basi italiane non sono promesse che in caso di un'autorizzazione dell'Onu, che per fortuna non arriva perché l'Onu, che a termini di statuto non ha alcun diritto di guerra, non ha dato alcun mandato a nessuno di bombardare la Siria.
Obama, che doveva essere un presidente pacifico, rischia così di restare con il cerino in mano, prigioniero com'è della cultura americana che lo ha ricacciato nelle logiche del passato e lo ha fatto cadere in errori tipicamente americani.
Il primo errore è quello che gli ha rimproverato il patriarca di Antiochia dei melchiti, Gregorios III, di avere per due anni fomentato il conflitto in Siria, «alimentando l'odio e la violenza», ciò che ha portato un notevole afflusso di guerriglieri stranieri in Siria, un massiccio ingresso di armi, un incremento di gruppi islamisti e fondamentalisti e una gran confusione sullo stesso attentato con armi chimiche del 21 agosto, per il quale gli stessi Stati uniti, dice il patriarca, «un giorno accusano le forze lealiste, ed il giorno seguente l'opposizione».
Il secondo errore è stato quello di appendere ai servizi segreti e alle loro verità la decisione sulla guerra, quando i servizi di intelligence non hanno l'intelligenza per decidere e nemmeno dicono la verità, anzi sono fatti apposta per dire bugie, come fecero con la famosa fialetta di cui il segretario di stato americano fece l'ostensione all'Onu per giustificare l'attacco a Saddam Hussein.
Il terzo errore è stato quello di stabilire un evento esterno come «linea rossa» oltre la quale far scattare la punizione. E questo è l'errore più grave. È la vecchia idea, ereditata dal West, della punizione come catarsi salvifica, come mitica restaurazione dell'ordine, è l'idea del giustiziere come ministro del bene, come diacono di Dio. Un'idea che non ha alcuna consistenza politica e alcun riscontro nella realtà: le guerre non sono un giudizio, a essere «puniti» non sono i colpevoli ma i più indifesi, a punire non è un giudice e a subire la punizione non sono mai gli autori delle azioni che vengono imputate, ma popoli innocenti vittime dei loro capi non meno che dei loro nemici.
Se l'Occidente smettesse di pensare in questi termini arcaici, tutto potrebbe cambiare. Esso dovrebbe smettere di compiere azioni che non potranno sfuggire al giudizio di Dio e della storia, come ha detto il papa all'«Angelus» suggerendo arditamente che il giudizio di Dio e della storia sarà lo stesso. Se l'Occidente cominciasse a pensare in termini di rapporti equi tra Israele e popoli arabi, si adoperasse per un rientro dello stato ebraico nel diritto comune, e cercasse di instaurare nuovi rapporti di comprensione e di fiducia tra i popoli della comunità euro-atlantica e l'Islam, non ci sarebbero solo guerre da fare, ma ci sarebbe finalmente una pace da costruire.
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
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