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il manifesto 2013.09.07 - 08 ITALIA
TARANTO - In manette dirigenti e tecnici vicini ai Riva: una «governance»
Ilva, arrestati i «fiduciari»
APERTURA - Gianmario Leone
TARANTO
TARANTO
APERTURA - Gianmario Leone - TARANTO
I pm descrivono una struttura piramidale degli ordini, dagli apici fino alla base. Indagini concluse
Altri cinque arresti all'Ilva di Taranto. Si tratta dei così detti «fiduciari» della famiglia Riva, tratti in arresto nelle province di Genova, Brescia, Varese, Verona e Taranto, dai militari della Guardia di finanza di Taranto nell'ambito dell'inchiesta denominata «Ambiente Svenduto». Sono Lanfranco Legnani, direttore «ombra» dell'Ilva; Alfredo Ceriani, responsabile dell'area a caldo; Giovanni Rebaioli, gestore dell'area parchi minerali e impianti marittimi; Agostino Pastorino, responsabile dell'area ghisa e degli investimenti nell'Ilva; Enrico Bessone, responsabile dell'area manutenzione meccanica delle acciaierie. Legnani è ai domiciliari nella sua abitazione di Bussolengo (Verona), per tutti gli altri il gip, che lo scorso 12 agosto ricevette la richiesta di misure cautelari dalla Procura di Taranto, ha disposto l'arresto e la traduzione nel carcere di Taranto.
«Il provvedimento - si legge nella nota della Guardia di Finanza - è scaturito da approfondimenti investigativi all'esito dei quali è stato ipotizzato che da anni, precisamente dal 1995 (dall'insediamento dei Riva a Taranto), determinati soggetti di diretta derivazione della proprietà tenevano sotto stretto controllo lo stabilimento, avendo il compito effettivo di verificare l'operato dei dipendenti, assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali». «Il fiduciario - si legge ancora - ha rappresentato una figura di "governo", che dettava disposizioni su tutte le decisioni da adottare all'interno dello stabilimento pur non avendo, nella maggior parte dei casi, responsabilità "ufficiali"; dallo stesso dipendevano anche le decisioni dei vari capi-area. Gli accertamenti svolti - afferma la Finanza - hanno dimostrato che la proprietà aveva ideato, creato e strutturato, una "governance" di tipo parallelo, che si avvaleva di personale dipendente da altri stabilimenti Ilva o società appartenenti allo stesso gruppo, di personale dipendente direttamente dalla Riva Fire, di consulenti esterni, sia inquadrati che non nell'organigramma aziendale del Gruppo Riva».
Nell'ordinanza del gip Patrizia Todisco, si legge infatti che i cinque «impartivano ordini e direttive in perfetta unità di intenti con la proprietà (...) forti della consapevolezza dell'irresponsabilità della loro condotta, svolgentesi al di fuori delle deleghe di funzioni comportanti precise responsabilità di legge». «Tale sistema - si legge - ha consentito ai Riva di continuare ininterrottamente attraverso la longa manus dei suoi fiduciari e nonostante varie sentenze penali emerse dal 1998 nei confronti dei vertici dell'Ilva, a gestire lo stabilimento secondo la cinica e spregiudicata logica della massimizzazione del profitto a scapito della salute pubblica e dell'ambiente».
Una struttura definita dagli inquirenti «piramidale», al cui vertice c'era Legnani, che figurava quale direttore-ombra. Poi c'erano i «fiduciari apicali», fascia che comprendeva «persone molto vicine alla famiglia Riva», con la quale intrattenevano rapporti quotidiani; tra questi Ceriani, Rebaioli e Pastorino. Quindi c'erano i «fiduciari intermedi», che avevano compiti tecnico-operativi e ai quali venivano conferiti incarichi ufficiali con delega (tra questi anche Bessone). L'ultima fascia della struttura comprendeva i «fiduciari base», cioè tecnici che nei vari reparti eseguivano gli ordini degli «apicali».
Per tutti l'accusa è di associazione a delinquere finalizzata al compimento di reati ambientali, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Negli ultimi mesi i finanzieri hanno ascoltato decine di persone tra dirigenti Ilva, sindacalisti e dipendenti dello stabilimento per definire il ruolo dei cinque. Gli arresti di oggi chiudono dunque il cerchio della lunga inchiesta scoppiata nel luglio del 2012: adesso si attende soltanto l'invio degli avvisi della chiusura delle indagini. Dopo l'invio degli avvisi di garanzia, gli indagati - che sarebbero diverse decine - avranno tempo 20 giorni per presentare le loro memorie difensive o essere ascoltati, dopodiché i magistrati chiederanno l'archiviazione o il rinvio a giudizio.
«Il provvedimento - si legge nella nota della Guardia di Finanza - è scaturito da approfondimenti investigativi all'esito dei quali è stato ipotizzato che da anni, precisamente dal 1995 (dall'insediamento dei Riva a Taranto), determinati soggetti di diretta derivazione della proprietà tenevano sotto stretto controllo lo stabilimento, avendo il compito effettivo di verificare l'operato dei dipendenti, assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali». «Il fiduciario - si legge ancora - ha rappresentato una figura di "governo", che dettava disposizioni su tutte le decisioni da adottare all'interno dello stabilimento pur non avendo, nella maggior parte dei casi, responsabilità "ufficiali"; dallo stesso dipendevano anche le decisioni dei vari capi-area. Gli accertamenti svolti - afferma la Finanza - hanno dimostrato che la proprietà aveva ideato, creato e strutturato, una "governance" di tipo parallelo, che si avvaleva di personale dipendente da altri stabilimenti Ilva o società appartenenti allo stesso gruppo, di personale dipendente direttamente dalla Riva Fire, di consulenti esterni, sia inquadrati che non nell'organigramma aziendale del Gruppo Riva».
Nell'ordinanza del gip Patrizia Todisco, si legge infatti che i cinque «impartivano ordini e direttive in perfetta unità di intenti con la proprietà (...) forti della consapevolezza dell'irresponsabilità della loro condotta, svolgentesi al di fuori delle deleghe di funzioni comportanti precise responsabilità di legge». «Tale sistema - si legge - ha consentito ai Riva di continuare ininterrottamente attraverso la longa manus dei suoi fiduciari e nonostante varie sentenze penali emerse dal 1998 nei confronti dei vertici dell'Ilva, a gestire lo stabilimento secondo la cinica e spregiudicata logica della massimizzazione del profitto a scapito della salute pubblica e dell'ambiente».
Una struttura definita dagli inquirenti «piramidale», al cui vertice c'era Legnani, che figurava quale direttore-ombra. Poi c'erano i «fiduciari apicali», fascia che comprendeva «persone molto vicine alla famiglia Riva», con la quale intrattenevano rapporti quotidiani; tra questi Ceriani, Rebaioli e Pastorino. Quindi c'erano i «fiduciari intermedi», che avevano compiti tecnico-operativi e ai quali venivano conferiti incarichi ufficiali con delega (tra questi anche Bessone). L'ultima fascia della struttura comprendeva i «fiduciari base», cioè tecnici che nei vari reparti eseguivano gli ordini degli «apicali».
Per tutti l'accusa è di associazione a delinquere finalizzata al compimento di reati ambientali, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Negli ultimi mesi i finanzieri hanno ascoltato decine di persone tra dirigenti Ilva, sindacalisti e dipendenti dello stabilimento per definire il ruolo dei cinque. Gli arresti di oggi chiudono dunque il cerchio della lunga inchiesta scoppiata nel luglio del 2012: adesso si attende soltanto l'invio degli avvisi della chiusura delle indagini. Dopo l'invio degli avvisi di garanzia, gli indagati - che sarebbero diverse decine - avranno tempo 20 giorni per presentare le loro memorie difensive o essere ascoltati, dopodiché i magistrati chiederanno l'archiviazione o il rinvio a giudizio.
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