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il manifesto 2013.09.07 - 13 VISIONI
 
CLASSICI/1 · «The Adventures of Jajji Baba» di Don Weis
Operazione maquillage
APERTURA - Rinaldo Censi
VENEZIA
APERTURA - Rinaldo Censi - VENEZIA
I restauri a cui sono sottoposti i capolavori del passato lasciano piccoli difetti che ne rivelano invece la loro unicità e perfezione
In fondo la questione è piuttosto semplice. Basterebbe tenere a mente che il cinema lascia in bella vista il suo carattere duale, ambivalente: è immagine e materia. L'immagine la percepiamo noi, con i nostri occhi. Ma oltre a questo c'è qualcosa in più: il risultato di questa visione si produce grazie allo sfruttamento di un supporto fisico. Spesso ci si dimentica di questo. È un pensiero che affiora mentre sto vedendo il magnifico The Adventures of Hajji Baba , realizzato nel 1954 da Don Weis. Qualcosa che si ripete in occasione della proiezione del magnifico La jalousie di Philippe Garrel. Nel film di Garrel, girato in CinemaScope, in bianco e nero, ci sono due momenti che, impercettibilmente, finiscono col somigliare a una specie di messa a nudo del meccanismo cinematografico. Due inquadrature. La prima, una plongée, ci mostra la neve cadere in un cortile. Riusciamo a notare una minuscola rigatura biancastra che taglia in due lo spazio dell'inquadratura. Lo spazio filmato, la quiete di un silenzioso paesaggio nevoso, appare perturbato da questa linea verticale che si protrae per tutta la durata dell'inquadratura. Possibile che lo sguardo vada posarsi proprio lì? Su quella rigatura? Siamo oggi così abituati a vedere immagini lisce, senza rugosità, a tal punto che proprio la levigatezza pompier che le compone funge da imperativo (un invito) a dimenticare la fonte dell'immagine, alimentando solo la sua funzione narrativa. Ed ecco che qui, invece, qualcosa irrompe. Un difetto di ripresa disturba la narrazione. ed è come se improvvisamente l'immagine mettesse in bella vista il suo doppio fondo, evidenziando la materia che la compone (è ciò che capita anche nel finale del film, con quelle strisce orizzontali simili a flash, segnale degli ultimi metri di pellicola disponibili nella bobina, all'interno del caricatore, nella macchina da presa). Qualcosa di simile accade nel magnifico film di Don Weis (un personaggio curioso che, dopo questo film, si produrrà soprattutto in regie di serie televisive, ma di cui vorremmo almeno recuperare The Ghost in the Invisible Bikini , girato nel 1966). In The Adventures of Hajji Baba (un film che insieme a The 7th Voyage of Sinbad deve aver di certo entusiasmato Jack Smith), filmato in CinemaScope, restaurato dal MoMa, capita spesso di notare uno scarto nelle code e nelle aperture in dissolvenza, una specie di sfocatura: è la traccia visibile a occhio nudo del lavoro foto-chimico operato a partire dai tre strati dei colori primari: la traccia evidente della complessa operazione che permette di rendere in tutto il suo splendore il cromatismo del Technicolor. La storia del garzone di barbiere Hajji Baba e della principessa Fawzia, figlia del califfo di Ispahan, non è solo puntellata ritmicamente dall'irresistibile tema composto da Dimitri Tiomkin, cantato da Nat King Cole, ma è resa in una specie di delirio cromatico composto e agevolato dalla collaborazione tra il fotografo di Vogue, George Hoyningen-Huene, il direttore della fotografia Harold Lipstein e lo scenografo Gene Allen. A ogni scena e personaggio corrisponde un tono cromatico su cui ruota l'intera sequenza: arancio, rosso e marrone sono usati per le scene in carrozza; il verde è il colore che emerge nell'accampamento delle temibili «Turcomanne», feroci predatrici e cacciatrici di uomini; il blu è il tono delle scene nel bazar; il bianco definisce la figura della principessa Fawzia; bianco e nero compongono la tavolozza dell'accampamento nel deserto di Nur-El-Din. Ma ciò che più colpisce è il rosso fuoco del rossetto sulle labbra della principessa (una magnifica Elaine Stewart). Colore cosmetico per eccellenza, ci aiuta a comprendere quanto Hollywood fosse in fondo tutta qui, in questa specie di monumentale opera di costante «maquillage». Non è un caso che film simili abbiano influenzato così profondamente un artista come Andy Warhol. E non è tanto la questione del pop a importare, quanto il risultato dell'operazione cosmetica effettuata sull'immagine. La principessa Fawzia, così come le Marilyn e le Liz Taylor di Warhol, Edie Sedgwick sepolta da strati di fard, sono insomma il risultato di un operazione cosmetica, «immemoriale». Ce le ricorderemo così com'erano sullo schermo. Riprodotte in un'immagine. Senza età, proiettate verso il futuro. In un piano ravvicinato, il volto della principessa Fawzia appare in tutto la suo splendore, magnificamente truccata. Nondimeno, le sue labbra così perfette lasciano in vista un minuscolo difetto: una sbavatura rossa sui denti bianchi. Proprio quella sbavatura funge da prova: quel volto è velato. Dell'immagine resta in bella vista il granellino in grado di mostrare la materia di cui è fatta, il velo che la compone e la terrà insieme, per l'eternità.
 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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