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il manifesto 2013.09.08 - 03 INTERNAZIONALE
 
STATI UNITI - Dichiarazione di guerra in diretta tv del presidente democratico
Obama forza il congresso
APERTURA - Michele Giorgio

APERTURA - Michele Giorgio
Mentre il governo Usa promuove il «necessario» piano d'attacco, cresce il movimento pacifista americano
Non è ben chiaro cosa intenda fare l'Unione europea che si appella a reazione internazionale «forte» ai presunti attacchi chimici in Siria. Barack Obama, al contrario, ha le idee ben chiare. La guerra la farà anche se il Congresso dovesse, clamorosamente, bocciare i suoi piani di attacco alla Siria. La "dichiarazione di guerra" il presidente Usa l'ha pronunciata ieri, davanti alle telecamere rivolgendosi direttamente agli americani, mentre il mondo si preparava alla veglia di preghiera chiamata da papa Francesco per la pace in Siria, nel Medio Oriente, e nel mondo.
Il regime di Assad è «responsabile» del peggior attacco con armi chimiche del XXI secolo, ha detto Obama. «Noi siamo gli Stati Uniti e non possiamo chiudere gli occhi davanti alle immagini che abbiamo visto», anche se è accaduto «dall'altra parte del mondo». Il tono è quello usato dai suoi tre predecessori per annunciare la guerra contro l'Iraq, anche se meno messianico e aggressivo. L'uso (non ancora confermato dagli esperti dell'Onu) del gas da parte dell'esercito siriano «non è solo un attacco alla dignità umana» ma anche una «seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale», ha aggiunto Obama, che poi ha voluto rassicurare l'opinione pubblica americana e inviare un segnale ai parlamentari Usa che tra non molto faranno conoscere il loro verdetto. «Non sarà un altro Iraq o un altro Afghanistan... qualsiasi azione contro il regime siriano sarà limitata, in termini di portata e di tempo», ha spiegato il presidente prima di rivolgersi al Congresso: «Come leader della più antica democrazia costituzionale al mondo, so che il nostro Paese è più forte e le nostre azioni più efficaci se agiamo insieme. E' per questo che ho chiesto al Congresso di votare».
Non gli credono gli americani che restano contrari all'intervento in Siria e che ieri sono scesi in strada a Times Square e davanti alla Casa Bianca. Manifestazioni erano attese anche in altre città Usa. «No alla guerra in Siria» e «Giù le mani dalla Siria» era scritto sui cartelloni gialli portati davanti alla Casa Bianca. Non gli credono gli attivisti del neonato International Human Shields, un movimento creato da cittadini britannici e americani che progettano di portare centinaia se non migliaia di pacifisti in Siria dove, offrendosi come scudi umani, cercheranno di impedire la guerra. Il giornalista-avvocato Franklin Lamb, assistente legale del gruppo, ha detto di essere stato inondato di mail e lettere di attivisti dal Canada, dalla Francia, dagli Usa, dalla Gb e anche dall'Italia. Tra i promotori c'è pure l'ex marine Ken O'Keefe, che ha rinunciato alla cittadinanza americana in segno di disgusto per la guerra in Iraq. «La linea degli Usa e della Gran Bretagna è priva di senso, alleati di quelle forze che dicevano di voler combattere in Iraq», ha detto O'Keefe, prevedendo che «se le autorità siriane daranno i permessi ci sarà una inondazione di volontari». Al momento non è chiaro se Damasco permetterà l'ingresso a questi «scudi umani», che ricordano le centinaia di attivisti che a cavallo tra il 1990 e il 1991 si recarono a Baghdad con l'intento di impedire la guerra. In ogni caso l'iniziativa si sta allargando e fa proseliti nella stessa Siria. Un gruppo dal nome «Sopra i nostri corpi morti» si sta organizzando a Qassioun, la montagna di Damasco che ospita un'importante base militare e la sede della televisione. «Pensiamo che tra i primi obiettivi dei raid (americani) ci saranno i mezzi d'informazione statali. Resteremo qui anche se gli Usa attaccheranno», dice Ozgret Dandashi, il fondatore del gruppo al quale si è unito Omar al Hassano, il più noto giocatore siriano di pallacanestro.
In campo però ci sono anche i siriani che, al contrario, appoggiano il piano di intervento armato americano. La principale piattaforma di attivisti anti-regime si è detta favorevole all'attacco, chiedendo che «sia attuato per liberarsi di Assad e non per un'operazione di facciata. Venerdì nella regione di Damasco e in altre località solidali con i ribelli armati, i Comitati di coordinamento hanno esposto slogan: «Membri del Congresso, votate sì e mettete fine ai crimini di Assad, per dare pace ai nostri bambini». Quello della sorte dei bambini è un punto sul quale battono molto le varie anime dell'opposizione siriana. Una ong, la Rete siriana dei diritti umani, ad esempio ieri ha denunciato che «più di 10mila bambini» sarebbero stati trucidati in Siria dall'inizio del conflitto dalle Forze Armate, in particolare nella zona di Aleppo, precisando che «molte vittime sono state sgozzate, anche con coltelli in diversi massacri».
Intanto sono ripresi i combattimenti tra ribelli e forze governative vicino a Maalula, la cittadina cristiana a nord di Damasco occupata nei giorni scorsi da miliziani ribelli, poi respinti dalle forze governative.
 
[stampa]
 
 
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