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il manifesto 2013.09.10 - 01 PRIMA PAGINA
INFORMAZIONE
Ostaggio della guerra
EDITORIALE - Giuliana Sgrena
EDITORIALE - Giuliana Sgrena
Bentornato Domenico. Finalmente! E speriamo torni presto anche padre Paolo dall'Oglio. In questo momento non possiamo che esprimere la gioia per il tuo ritorno a lungo, troppo a lungo, atteso. La gioia per la fine di un'esperienza così drammatica. Non ci interessa tanto com' è avvenuta la tua liberazione, quel che conta ora è che sei qui e naturalmente è stato importante il lavoro di chi ti ha fatto tornare. Sappiamo che l'esperienza che hai vissuto cambia la vita, per sempre.
E pur vivendo tra «marziani», o forse proprio per questo, hai dovuto renderti conto del cambiamento di natura della rivoluzione siriana. È vero, non è più quella laica e democratica dell'inizio, è diventata uno scontro per il potere che, chiunque vinca, non sarà democratico. Perché le forze democratiche sono schiacciate tra l'esercito di Assad e la composita opposizione armata, tra cui molti jihadisti arrivati da fuori e foraggiati da regimi che non hanno nulla a che vedere con la democrazia e che anzi temono l'affermarsi di un processo democratico in qualsiasi paese del mondo arabo.
La tua liberazione, domenica scorsa, a cinque mesi dal rapimento, ti ha probabilmente evitato una prova ancora più difficile, sconvolgente. Un'ulteriore degenerazione della guerra con l'intervento esterno, occidentale, guidato dagli Stati uniti, che potrebbe provocare effetti ancora più devastanti. Che non risparmieranno nessuno, né i civili siriani, né stranieri e neppure chi vuole testimoniare quella realtà.
Ma possiamo rinunciare a raccontare quello che avviene nel mondo? Non sarebbe rinunciare al nostro mestiere, al nostro modo di essere? Possiamo accettare che le notizie vengano filtrate dalla propaganda di guerra, da qualsiasi parte sia combattuta? Possiamo ridurci a essere arruolati in un esercito per raccontare fatti che non corrispondono alla realtà? O decontestualizzati dalla realtà?
Commettere crimini senza testimoni è più semplice, ma invece di intervenire con le armi non sarebbe più utile alla comunità internazionale garantire l'accesso all'informazione? L'informazione è la base della democrazia, che non si può esportare con le armi. Così non si potrebbero coprire gli interessi di coloro che alimentano le guerre per il proprio tornaconto: vendita di armi (come ha ricordato persino il papa), controllo delle risorse e delle zone geostrategiche.
In questo contesto anche il rapimento diventa un'arma, usata da chi vuole destabilizzare una situazione, oltre che da chi vuole ottenere un riscatto (ma spesso i due obiettivi coincidono). Se le guerre non riescono a eliminare il terrorismo - e lo dimostrano l'Afghanistan e l'Iraq - anzi alimentano la sua diffusione, anche i rapimenti continueranno a essere un'arma. E l'informazione continuerà a essere ostaggio di chi non vuole testimoni sul terreno e andrà avanti la militarizzazione del giornalismo rendendoci sempre più vulnerabili e impotenti.
Spero di poterne parlare un giorno, magari in quella Locanda del viandante di Asti dove ho conosciuto tua figlia Eleonora.
E pur vivendo tra «marziani», o forse proprio per questo, hai dovuto renderti conto del cambiamento di natura della rivoluzione siriana. È vero, non è più quella laica e democratica dell'inizio, è diventata uno scontro per il potere che, chiunque vinca, non sarà democratico. Perché le forze democratiche sono schiacciate tra l'esercito di Assad e la composita opposizione armata, tra cui molti jihadisti arrivati da fuori e foraggiati da regimi che non hanno nulla a che vedere con la democrazia e che anzi temono l'affermarsi di un processo democratico in qualsiasi paese del mondo arabo.
La tua liberazione, domenica scorsa, a cinque mesi dal rapimento, ti ha probabilmente evitato una prova ancora più difficile, sconvolgente. Un'ulteriore degenerazione della guerra con l'intervento esterno, occidentale, guidato dagli Stati uniti, che potrebbe provocare effetti ancora più devastanti. Che non risparmieranno nessuno, né i civili siriani, né stranieri e neppure chi vuole testimoniare quella realtà.
Ma possiamo rinunciare a raccontare quello che avviene nel mondo? Non sarebbe rinunciare al nostro mestiere, al nostro modo di essere? Possiamo accettare che le notizie vengano filtrate dalla propaganda di guerra, da qualsiasi parte sia combattuta? Possiamo ridurci a essere arruolati in un esercito per raccontare fatti che non corrispondono alla realtà? O decontestualizzati dalla realtà?
Commettere crimini senza testimoni è più semplice, ma invece di intervenire con le armi non sarebbe più utile alla comunità internazionale garantire l'accesso all'informazione? L'informazione è la base della democrazia, che non si può esportare con le armi. Così non si potrebbero coprire gli interessi di coloro che alimentano le guerre per il proprio tornaconto: vendita di armi (come ha ricordato persino il papa), controllo delle risorse e delle zone geostrategiche.
In questo contesto anche il rapimento diventa un'arma, usata da chi vuole destabilizzare una situazione, oltre che da chi vuole ottenere un riscatto (ma spesso i due obiettivi coincidono). Se le guerre non riescono a eliminare il terrorismo - e lo dimostrano l'Afghanistan e l'Iraq - anzi alimentano la sua diffusione, anche i rapimenti continueranno a essere un'arma. E l'informazione continuerà a essere ostaggio di chi non vuole testimoni sul terreno e andrà avanti la militarizzazione del giornalismo rendendoci sempre più vulnerabili e impotenti.
Spero di poterne parlare un giorno, magari in quella Locanda del viandante di Asti dove ho conosciuto tua figlia Eleonora.
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
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sabato 14 settembre
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Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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da martedì 17 settembre
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