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il manifesto 2013.09.10 - 02 INTERNAZIONALE
Papa Francesco/INTERVIENE ANCHE MONS. TOMASI
Il pressing della Santa sede: «La guerra per vendere le armi»
TAGLIO MEDIO - Luca Kocci
TAGLIO MEDIO - Luca Kocci
Non è rimasta senza eco la denuncia di papa Francesco sullo stretto legame fra conflitti e commercio delle armi. Bisogna «dire no alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale», ha detto Bergoglio durante l'Angelus di domenica scorsa, chiedendo anche: «Questa guerra è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi?».
Ieri, infatti, dai microfoni di Radio Vaticana, è tornato sull'argomento mons. Tomasi, osservatore permanente della Santa sede all'Onu, che ha chiarito anche il senso dell'espressione commercio «illegale» usata dal papa e che aveva suscitato qualche perplessità (è da condannare solo il commercio «illegale» delle armi o il commercio tutto, anche quello legale?). «Il profitto diventa la legge suprema, ci sono guadagni enormi che vengono fatti attraverso il traffico di armi, quindi c'è chi "soffia sul fuoco" per poter vendere ancora armi», ha spiegato Tomasi, aggiungendo che non c'è solo «il guadagno dei trafficanti» ma anche gli «interessi economici di Stati che producono e vendono armi», per i quali «l'industria delle armi è una componente significativa dell'economia». E ha specificato: «Il legame tra il complesso industriale e militare è reale ed ha un peso politico sproporzionato», «soprattutto nei grandi Paesi sviluppati».
Tomasi ha ricordato le cifre delle spese militari mondiali - nel 2012 1.750 miliardi di dollari, di cui l'8% finisce in Medio Oriente, ed «è proprio olio sul fuoco» - e i Paesi produttori ed esportatori: Usa, Russia, Regno Unito, Francia, Germania, Israele e Cina. Non ha menzionato l'Italia, ma avrebbe dovuto farlo perché il nostro Paese è il primo fornitore europeo di armi alla Siria: negli ultimi dieci anni «oltre 131 milioni di euro di materiali militari sono stati effettivamente consegnati», spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiana per il disarmo. Senza contare le armi leggere che, soprattutto negli ultimi anni, molto probabilmente sono arrivate in Siria attraverso i Paesi confinanti che hanno visto le loro importazioni raddoppiare e anche triplicare, come denuncia l'Osservatorio permanente sulle armi leggere. Proprio questa ricerca dell'Opal è stata al centro di un singolare episodio. La Diocesi di Brescia - particolarmente sensibile al tema perché le principali industrie produttrici di armi leggere si trovano proprio lì - aveva inserito nel libretto per la veglia per la pace di sabato sera (in contemporanea a quella di piazza San Pietro a Roma) le analisi dell'Osservatorio secondo cui molte delle armi usate in Siria provengono proprio dal bresciano. Ma a Gardone Val Trompia il parroco che presiedeva la veglia ha preferito censurare quelle righe: forse non voleva dare un dispiacere alla famiglia Beretta, primi produttori italiani di armi leggere, che proprio a Gardone hanno il loro quartier generale.
E un altro episodio di censura si è verificato a San Pietro, durante la stessa veglia: verso la fine della celebrazione gli attivisti della Comunità di base di San Paolo e del Cipax hanno aperto uno striscione che diceva «No ai cappellani militari». Dopo una mezz'ora però, nonostante si trovassero all'esterno della piazza - quindi in territorio italiano - è intervenuta la polizia che, ha minacciato di identificarli e li ha costretti a richiuderlo. Evidentemente qualcuno non aveva gradito.
Ieri, infatti, dai microfoni di Radio Vaticana, è tornato sull'argomento mons. Tomasi, osservatore permanente della Santa sede all'Onu, che ha chiarito anche il senso dell'espressione commercio «illegale» usata dal papa e che aveva suscitato qualche perplessità (è da condannare solo il commercio «illegale» delle armi o il commercio tutto, anche quello legale?). «Il profitto diventa la legge suprema, ci sono guadagni enormi che vengono fatti attraverso il traffico di armi, quindi c'è chi "soffia sul fuoco" per poter vendere ancora armi», ha spiegato Tomasi, aggiungendo che non c'è solo «il guadagno dei trafficanti» ma anche gli «interessi economici di Stati che producono e vendono armi», per i quali «l'industria delle armi è una componente significativa dell'economia». E ha specificato: «Il legame tra il complesso industriale e militare è reale ed ha un peso politico sproporzionato», «soprattutto nei grandi Paesi sviluppati».
Tomasi ha ricordato le cifre delle spese militari mondiali - nel 2012 1.750 miliardi di dollari, di cui l'8% finisce in Medio Oriente, ed «è proprio olio sul fuoco» - e i Paesi produttori ed esportatori: Usa, Russia, Regno Unito, Francia, Germania, Israele e Cina. Non ha menzionato l'Italia, ma avrebbe dovuto farlo perché il nostro Paese è il primo fornitore europeo di armi alla Siria: negli ultimi dieci anni «oltre 131 milioni di euro di materiali militari sono stati effettivamente consegnati», spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiana per il disarmo. Senza contare le armi leggere che, soprattutto negli ultimi anni, molto probabilmente sono arrivate in Siria attraverso i Paesi confinanti che hanno visto le loro importazioni raddoppiare e anche triplicare, come denuncia l'Osservatorio permanente sulle armi leggere. Proprio questa ricerca dell'Opal è stata al centro di un singolare episodio. La Diocesi di Brescia - particolarmente sensibile al tema perché le principali industrie produttrici di armi leggere si trovano proprio lì - aveva inserito nel libretto per la veglia per la pace di sabato sera (in contemporanea a quella di piazza San Pietro a Roma) le analisi dell'Osservatorio secondo cui molte delle armi usate in Siria provengono proprio dal bresciano. Ma a Gardone Val Trompia il parroco che presiedeva la veglia ha preferito censurare quelle righe: forse non voleva dare un dispiacere alla famiglia Beretta, primi produttori italiani di armi leggere, che proprio a Gardone hanno il loro quartier generale.
E un altro episodio di censura si è verificato a San Pietro, durante la stessa veglia: verso la fine della celebrazione gli attivisti della Comunità di base di San Paolo e del Cipax hanno aperto uno striscione che diceva «No ai cappellani militari». Dopo una mezz'ora però, nonostante si trovassero all'esterno della piazza - quindi in territorio italiano - è intervenuta la polizia che, ha minacciato di identificarli e li ha costretti a richiuderlo. Evidentemente qualcuno non aveva gradito.
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