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il manifesto 2013.09.10 - 12 VISIONI
 
Classici/«IL MIO AMICO IVAN LAPSHIN»
Il capolavoro di German, quel sogno del comunismo
TAGLIO BASSO - Silvana Silvestri

TAGLIO BASSO - Silvana Silvestri
Una conclusione di festival migliore non poteva esserci, con il film classico restaurato Il mio amico Ivan Lapshin (Moj drug Ivan Lapsin) di Aleksej German, il grande regista scomparso alcuni mesi fa. Girato nell'82 e uscito solo nell'84, unico film russo nella sezione «Venezia classici», considerato uno dei grandi film della storia del cinema è stato restaurato e digitalizzato dagli specialisti della Gosfilmfond della repubblica russa, un restauro «fatto a mano», curando la luminosità dei brani in bianco e nero e quelli a colori acidi che improvvisamente compaiono tra una scena e l'altra. Responsabile della Lenfilm, la casa di produzione di Leningrado presa parecchio di mira dalla censura, German si ispira a un romanzo del padre Jurij (un altro romanzo del padre aveva ispirato il suo primo film Prova su strada, storia di «eroi e traditori», censurato per quindici anni).
Basato sulle azioni anticrimine in cui è impegnato un capo della polizia investigativa (Andrej Boltnev) di un piccola città di provincia, si tratta di un miracoloso capolavoro che restituisce l'atmosfera degli anni trenta - in particolare siamo nel '35 -, ricostruiti nello splendore dell'ispirazione, tra azioni contro bande criminali (ed era stato assoldato un autentico galeotto di lungo corso per la parte più feroce) e una donna, un'attrice di teatro in tournée, contesa dai due amici. Tutti gli ufficiali, vivono in un appartamento condiviso, dove compare anche il personaggio dello stesso German da bambino, curioso dei discorsi e dei comportamenti dei grandi, transitante sugli sci e racchette nel corridoio che serve spesso da piano sequenza non in orizzontale ma in profondità, porte su cui si affacciano i diversi personaggi.
Visto all'epoca del suo scongelamento insieme a tutti i film che arrivavano nelle rassegne (a Pesaro) sul crinale della Glastnost, dove si affollavano gli interventi dei registi insieme alla visione dei linguaggi più sperimentali, rivisto oggi possiede sempre una decisa bellezza che colpì anche Andrej Tarkovski e il fascino del marchio Lenfilm (che contiene sempre un significato di indipendenza). German è stato in concorso a Venezia anche con Krustaliev, ma voiture! ambientato nel '53, nomination a Cannes. E negli ultimi tredici anni lavorava a un film di fantascienza, Trudno byt bogom (È difficile essere un dio).
Il film è stato proiettato preceduto da un «extra» in cui lo stesso regista parla dei suoi grandi interpreti (oltre a Boltnev, Andrey Mironov, Nina Ruslanova, Aleksey Zharkov), racconta le vicende del film, osteggiato per i suoi contenuti (la criminalità in un paese comunista? la costruzione non abbastanza eroica del socialismo?) ma soprattutto per il suo stile, i suoi personaggi tanto umani da essere un concentrato di debolezze, troppo umoristico il piglio che pervade le scene, troppo sognante lo sguardo di tutti i personaggi verso un futuro luminoso che non ci sarà. E nei primi anni ottanta questo bruciava ancora di più. Scriveva German: «Parla della gente meravigliosa degli anni trenta che sogna, sogna, sogna. E noi sappiamo che non ne è venuto fuori niente. Tutti sarebbero stati uccisi». A Venezia quest'anno era presente in giuria il figlio Aleksej German jr che alla Mostra del 2008 aveva vinto il Leone d'argento con Il soldato di carta (un altro sogno, quello dello spazio).
 
[stampa]
 
 
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