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il manifesto 2013.09.11 - 07 INTERNAZIONALE
ISRAELE - La frustrazione dei falchi che vogliono l'attacco militare a tutti i costi
Netanyahu tace, troppo soft la linea di Obama
TAGLIO BASSO - Michele Giorgio
GERUSALEMME
GERUSALEMME
TAGLIO BASSO - Michele Giorgio - GERUSALEMME
Incerte le reazioni dei leader arabi, divisi tra Paesi «neutrali» e petromonarchie che appoggiano i ribelli
Netanyahu tace sul «sì» di Barack Obama al piano russo per il controllo internazionale delle armi chimiche siriane, così come aveva taciuto dopo la decisione presa dal presidente Usa di richiedere l'autorizzazione del Congresso a un attacco americano alla Siria. Ma è un silenzio che dice più di tante parole e che ben rappresenta l'insoddisfazione del premier israeliano (e del suo governo) per quella che considera la linea "soft" di Obama verso i «nemici dello Stato ebraico». Proprio Israele nei mesi scorsi aveva chiesto con forza di mettere sotto controllo le armi chimiche di Damasco, ma Netanyahu si aspettava un passo deciso di Washington e non di Mosca alleata della Siria. Ci pensano però analisti e parlamentari a spiegare la «frustrazione» di chi la guerra alla Siria la voleva a ogni costo e che ancora adesso, attraverso la lobby americana filo-Israele Aipac, preme su Capitol Hill per l'ok definitivo a un possibile attacco americano contro Damasco. «La mancanza di determinazione del presidente Usa, il leader del mondo occidentale, è un limite che ha conseguenze negative per tutti, anche per Israele. Se gli Stati uniti sono forti in Medio oriente, allora lo è anche Israele di fronte ai suoi avversari nella regione. Se gli Usa si mostrano deboli, si indebolisce anche lo status di Israele», dice Gerald Steinberg, un docente presso la Bar Ilan di Tel Aviv, l'università della destra israeliana. «Le speranze che questa iniziativa russa possa avere successo sono minime, quasi nulle. Solo se i russi collaboreranno con gli americani si potrà mettere al sicuro l'arsenale di armi chimiche di Bashar Assad, altrimenti non si avrà alcun risultato», aggiunge Steinberg.
Boccia senza esitazioni la linea scelta da Washington e il piano di Mosca, l'ultranazionalista ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, ora presidente della commissione esteri e difesa della Knesset. «Assad cerca solo di guadagnare tempo, l'iniziativa (russa) non avrà successo», afferma Lieberman, avvertendo la Siria che Israele non esiterà a usare la forza «per difendersi». Non solo, Lieberman mette in guardia il mondo. Di fronte all'evoluzione della crisi siriana», spiega, lo Stato di Israele è solo e quindi da «solo» affronterà la questione del programma nucleare iraniano. In poche parole minaccia con un raid aereo. Per il ministro Silvan Shalom, ieri in visita ufficiale a Roma dove ha incontrato il ministro degli esteri Bonino, una risposta debole a Assad "rischia", di riflesso, di dare una spinta alle aspirazioni nucleari dell'Iran. Due giorni fa, non appena si era diffusa la notizia dell'intesa tra Mosca e Damasco, era entrato in scena lo stesso capo dello stato Shimon Peres per affermare che «i siriani non sono affidabili» e che il loro «sì» all'iniziativa russa «significa poco».
Incerte sono le reazioni dei leader arabi, divisi tra Paesi "neutrali" e petromonarchie che sostengono i ribelli siriani (perciò favorevoli dell'attacco militare Usa). La Lega araba ha fatto sapere che appoggia l'iniziativa russa e una via di uscita politica della crisi siriana. Le petromonarchie del Golfo invece sono deluse. «Siamo al corrente dell'iniziativa - ha detto il ministro degli esteri del Bahrein, Khaled bin Ahmed al-Khalifa - Ma il controllo sulle armi chimiche non fermerà il bagno di sangue della gente siriana». Il Bahrein, che in casa reprime con violenza le proteste popolari contro la monarchia, in qualità di presidente del Consiglio di Cooperazione del Golfo aveva chiesto nei giorni scorsi una azione internazionale «di dissuasione», cioè la guerra contro Damasco, per la sua presunta responsabilità nell'attacco con armi chimiche del 21 agosto a Ghouta.
Ben diverso è l'atteggiamento dell'Iran che appoggia l'iniziativa russa di cui era stato informato in anticipo durante l'incontro di due giorni fa fra il viceministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov e il suo collega iraniano. Tehran, dopo le notizie circolate di un suo possibile coinvolgimento militare diretto in caso di un attacco Usa alla Siria, nelle ultime ore ha moderato i toni. Il presidente Hassan Rohani ha evocato la possibilità di colloqui preliminari a New York in vista dei negoziati sul suo programma nucleare con i Paesi del gruppo 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) previsti nelle prossime settimane. Il 22 settembre inoltre il ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif vedrà la rappresentante per politica estera dell'Ue Catherine Ashton a New York a margine dell'Assemblea generale dell'Onu.
Boccia senza esitazioni la linea scelta da Washington e il piano di Mosca, l'ultranazionalista ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, ora presidente della commissione esteri e difesa della Knesset. «Assad cerca solo di guadagnare tempo, l'iniziativa (russa) non avrà successo», afferma Lieberman, avvertendo la Siria che Israele non esiterà a usare la forza «per difendersi». Non solo, Lieberman mette in guardia il mondo. Di fronte all'evoluzione della crisi siriana», spiega, lo Stato di Israele è solo e quindi da «solo» affronterà la questione del programma nucleare iraniano. In poche parole minaccia con un raid aereo. Per il ministro Silvan Shalom, ieri in visita ufficiale a Roma dove ha incontrato il ministro degli esteri Bonino, una risposta debole a Assad "rischia", di riflesso, di dare una spinta alle aspirazioni nucleari dell'Iran. Due giorni fa, non appena si era diffusa la notizia dell'intesa tra Mosca e Damasco, era entrato in scena lo stesso capo dello stato Shimon Peres per affermare che «i siriani non sono affidabili» e che il loro «sì» all'iniziativa russa «significa poco».
Incerte sono le reazioni dei leader arabi, divisi tra Paesi "neutrali" e petromonarchie che sostengono i ribelli siriani (perciò favorevoli dell'attacco militare Usa). La Lega araba ha fatto sapere che appoggia l'iniziativa russa e una via di uscita politica della crisi siriana. Le petromonarchie del Golfo invece sono deluse. «Siamo al corrente dell'iniziativa - ha detto il ministro degli esteri del Bahrein, Khaled bin Ahmed al-Khalifa - Ma il controllo sulle armi chimiche non fermerà il bagno di sangue della gente siriana». Il Bahrein, che in casa reprime con violenza le proteste popolari contro la monarchia, in qualità di presidente del Consiglio di Cooperazione del Golfo aveva chiesto nei giorni scorsi una azione internazionale «di dissuasione», cioè la guerra contro Damasco, per la sua presunta responsabilità nell'attacco con armi chimiche del 21 agosto a Ghouta.
Ben diverso è l'atteggiamento dell'Iran che appoggia l'iniziativa russa di cui era stato informato in anticipo durante l'incontro di due giorni fa fra il viceministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov e il suo collega iraniano. Tehran, dopo le notizie circolate di un suo possibile coinvolgimento militare diretto in caso di un attacco Usa alla Siria, nelle ultime ore ha moderato i toni. Il presidente Hassan Rohani ha evocato la possibilità di colloqui preliminari a New York in vista dei negoziati sul suo programma nucleare con i Paesi del gruppo 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) previsti nelle prossime settimane. Il 22 settembre inoltre il ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif vedrà la rappresentante per politica estera dell'Ue Catherine Ashton a New York a margine dell'Assemblea generale dell'Onu.
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