Edizione html
il manifesto 2013.09.13 - 10 CULTURA
KERMESSE
Il mainstream da sovvertire
TAGLIO MEDIO - Benedetto Vecchi
TAGLIO MEDIO - Benedetto Vecchi
Un format consolidato quello del festival della filosofia. Nessuno, agli inizi, avrebbe mai scommesso sul fatto che le lezioni in piazza su temi poco «spettacolari» avessero la capacità di attrarre attenzione. Invece è proprio questo ciò che è accaduto. Il triangolo che ha come vertici Modena, Carpi e Sassuolo è diventato una delle tappe scelte da centinaia di migliaia di uomini e donne per fare «turismo culturale». Per comprendere il fenomeno non serve però quell'attitudine radicata tra gli intellettuali che vedono nella cultura di massa un'antitesi alla qualità e all'autenticità di una buon manufatto culturale. C'è produzione culturale se esiste un'industria dove case editrici, università, televisione e kermesse di massa sono i propri atelier e momenti distributivi. Il festival della filosofia è divenuto, nel tempo, nodo di questa rete produttiva.
Senza scomodare l'invocazione della necessaria autonomia dell'intellettuale dall'industria culturale c'è da annotare che non sempre il successo di pubblico sia da registrare come indice di vitalità della produzione culturale. Da questo punto di vista i festival culturali scontano una evidente difficoltà: l'individuazione di temi e autori innovativi. Ad esempio, al festival della filosofia ci sono nomi nuovi accanto a quel gruppo di studiosi divenuti una presenza stabile a Modena, Carpi e Sassuolo, ma sono nomi che non sono accompagnati da un'aura di innovazione teorica, bensì di conferma di un ordine del discorso consolidato. La responsabilità della scelta di nomi «rodati», insomma di «garanzia» per attirare l'attenzione può certo essere assegnata alla crisi economica, che morde anche i bilanci e le casse di iniziative di successo, ma non è solo questo che spiega la presenza dei «soliti noti». Inoltre, il festival emiliano è gratuito, a differenza del suo fratello maggiore di Mantova. Il suo format è stato reso possibile dall'apporto sia di sponsor privati che di finanziamenti pubblici. Se c'è stata riduzione di fondi, è da lì che ha avuto origine. La riproposizione degli stessi intellettuali va semmai cercata in quel «blocco» della produzione culturale, incapace di fare i conti con una realtà sociale segnata da conflitti, inquietudini, forme di vita che non sempre sono riassorbiti di un meccanismo produttivo che in questo settore tende comunque a standardizzare l'offerta di prodotti.
In un saggio, contenuto nel volume La fine della cultura (Rizzoli) Eric Hobsbawm si dilunga a lungo sul successo di festival dedicata alla musica classica o al jazz. Lo storico inglese lo saluta favorevolmente, avvertendo tuttavia che esso non è proporzionale alla vitalità di tali manufatti culturali. Un'indicazione preziosa quella di Hobsbawmn per capire l'offerta emergente nei tanti festival culturali. Più che luoghi dove vengono messe in piazze sperimentazioni, percorsi culturali eterodossi, si preferisce infatti un ordine del discorso mainstream.
La domanda di cultura di chi corre in massa a Modena, Mantova, Pordenone, Sarzana, Milano o Piacenza non va sottovalutata. La posta in gioco, dunque, sta quindi nel favorire la manifestazione di una attitudine critica tanto nella produzione che nell'accesso ai manufatti culturali. Solo così sarà possibile la circolazione di idee e percorsi di ricerca tematica e teorica eterodossi che già sono presenti dentro, fuori e contro l'industria culturale.
Senza scomodare l'invocazione della necessaria autonomia dell'intellettuale dall'industria culturale c'è da annotare che non sempre il successo di pubblico sia da registrare come indice di vitalità della produzione culturale. Da questo punto di vista i festival culturali scontano una evidente difficoltà: l'individuazione di temi e autori innovativi. Ad esempio, al festival della filosofia ci sono nomi nuovi accanto a quel gruppo di studiosi divenuti una presenza stabile a Modena, Carpi e Sassuolo, ma sono nomi che non sono accompagnati da un'aura di innovazione teorica, bensì di conferma di un ordine del discorso consolidato. La responsabilità della scelta di nomi «rodati», insomma di «garanzia» per attirare l'attenzione può certo essere assegnata alla crisi economica, che morde anche i bilanci e le casse di iniziative di successo, ma non è solo questo che spiega la presenza dei «soliti noti». Inoltre, il festival emiliano è gratuito, a differenza del suo fratello maggiore di Mantova. Il suo format è stato reso possibile dall'apporto sia di sponsor privati che di finanziamenti pubblici. Se c'è stata riduzione di fondi, è da lì che ha avuto origine. La riproposizione degli stessi intellettuali va semmai cercata in quel «blocco» della produzione culturale, incapace di fare i conti con una realtà sociale segnata da conflitti, inquietudini, forme di vita che non sempre sono riassorbiti di un meccanismo produttivo che in questo settore tende comunque a standardizzare l'offerta di prodotti.
In un saggio, contenuto nel volume La fine della cultura (Rizzoli) Eric Hobsbawm si dilunga a lungo sul successo di festival dedicata alla musica classica o al jazz. Lo storico inglese lo saluta favorevolmente, avvertendo tuttavia che esso non è proporzionale alla vitalità di tali manufatti culturali. Un'indicazione preziosa quella di Hobsbawmn per capire l'offerta emergente nei tanti festival culturali. Più che luoghi dove vengono messe in piazze sperimentazioni, percorsi culturali eterodossi, si preferisce infatti un ordine del discorso mainstream.
La domanda di cultura di chi corre in massa a Modena, Mantova, Pordenone, Sarzana, Milano o Piacenza non va sottovalutata. La posta in gioco, dunque, sta quindi nel favorire la manifestazione di una attitudine critica tanto nella produzione che nell'accesso ai manufatti culturali. Solo così sarà possibile la circolazione di idee e percorsi di ricerca tematica e teorica eterodossi che già sono presenti dentro, fuori e contro l'industria culturale.
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
in edicola
sabato 14 settembre
sabato 14 settembre
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
In edicola
da martedì 17 settembre
da martedì 17 settembre
VENICEBIENNALE
Dream, and It'll Pass
Viewing the 55th Venice Biennale

IN VENDITA su kindle
XX SECOLO
Atlante storico
di Le Monde
Diplomatique

IN VENDITA NELLO STORE
MANIBLOG
LANAVIGAZIONE
• home • in edicola • attualità
• dossier • multimedia
• eventi • lettere • area abbonati
• abbonamenti • info • privacy
• dossier • multimedia
• eventi • lettere • area abbonati
• abbonamenti • info • privacy
ILSITO
Nicola Bruno
contatti
ILMANIFESTO
direttore responsabile Norma Rangeri
consiglio di amministrazione Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni
il nuovo manifesto società coop editrice
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione(at)ilmanifesto.it
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione(at)ilmanifesto.it
redazione di Milano
Via Lario 39 - 20159
02/ 89074385
02/ 89074385
Partita IVA: 12168691009
Codice fiscale: 12168691009
per la pubblicità su questo sito adv(at)mir.it


• 