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il manifesto 2013.09.17 - 06 ITALIA
Costa Concordia, la titanica rotazione
APERTURA - Arianna Di Genova
APERTURA - Arianna Di Genova
Le operazioni per raddrizzare la nave naufragata all'isola del Giglio, quasi una «mission impossible», sono un evento mediatico totale. Una diretta tv ossessiva e planetaria in cerca di sogni (e incubi) collettivi
Avanti a oltranza tutta la notte e all'alba la fine. La rotazione della Costa Concordia è iniziata ieri mattina alle nove - con tre ore di ritardo rispetto ai pronostici, a causa di un violento temporale abbattutosi sull'isola del Giglio - conquistando i media del mondo intero in una diretta no stop, quasi al minuto, che ha atterrato le energie di qualsiasi cronista, perfino dei più rodati e, forse, spazzato via la pazienza del voyeur più accanito (fra questi, anche il comandante Schettino, che immaginiamo inchiodato davanti lo schermo televisivo, comodamente sdraiato sul divano di casa).
Fu così anche per il funerale di Lady D e per l'abbattimento delle Torri Gemelle: icone telegeniche che finiscono per assomigliarsi, almeno nelle modalità in cui vengono intrappolate. La reale Costa Concordia, arenata di fronte alle Scole dell'isola del Giglio, viene scalzata dalla finzione dei modellini animati in digitale che raccontano le varie fasi del suo «salvataggio», come in un videogioco. Relegata sullo sfondo, la tragedia vera vissuta quella notte - era il 13 gennaio del 2012 - il dolore delle famiglie delle trentadue vittime, i danni ambientali, la distruzione dei fondali marini e la flora e fauna scomparsa (solo l'ombra del relitto ha distrutto un ecosistema perfetto).
Nonostante tutto e nonostante i tempi dilatati, intorno all'ora di pranzo i reporter e i gigliesi - che aspirano al ritorno alla normalità dopo una convivenza col mostro di venti mesi - hanno potuto digerire un panino: lo scafo era già disincagliato dalla roccia (nessun rumore, ha dichiarato l'ingegnere Sergio Girotto, responsabile per conto della Micoperi, «abbiamo visto la corrente che passava nell'aria») e un metro della fiancata - molto deformata - era risalito in superficie. Primo respiro di sollievo, quel movimento era da considerarsi fra i più delicati. Lo sfaldarsi dello scafo sotto la spinta dei cavi avrebbe significato il fallimento del progetto, un disastro ambientale ed economico da far tremare. Il piano b, infatti, non è stato previsto, probabilmente perché non esiste, non ci sono precedenti a cui appoggiarsi e si procede contando sulle competenze dei vari team (Titan-Micoperi in primis, più i cinquecento lavoratori impegnati intorno al relitto).
Ad accompagnare il disseppellimento della «balena arenata», telecamere, flash, molte parole al vento per riempire i vuoti televisivi e centinaia di video che girano in rete, in un loop ossessivo. Eppure, non è che l'inizio di una titanica impresa, un «allunaggio» in mare invece che in cielo appena abbozzato. Dopo che il relitto - se tutto sarà andato per il verso giusto nella notte, l'operazione ormai non può più essere fermata - raddrizzato grado dopo grado, verrà riposizionato in asse e messo a galleggiare sul fondale artificiale costruito sulle mega-piattaforme (40 metri per 40, pesano 1000 tonnellate) bisognerà attendere mesi prima che si possa effettuare la sua rimozione. Per la precisione, tutto l'autunno e poi l'inverno, incrociando ancora una volta le dita con la speranza che il bestione squarciato, arrugginito e deformato regga fino alla primavera prossima, resistendo alle intemperie e alla pressione dell'acqua e dei venti.
Comunque vada, i giornalisti che assediano l'isola lasceranno il porto senza una vera notizia: la Concordia sarà sempre lì, non più pericolante su uno sperone di roccia, ma in posizione verticale, una nave «innaturale» perché falsamente autonoma. Con due corpi delle vittime nella sua pancia (le ricerche non potranno cominciare subito), litri e litri di sostanze tossiche al suo interno, molti dei quali sversati in mare durante il suo «aggiustamento». Per questi materiali inquinanti, c'è un monitoraggio in tempo reale e un tamponamento attraverso le bande assorbenti che circondano la nave.
In più, su questo colossale parbuckling da seicento milioni di dollari (il doppio rispetto alle previsioni di un anno fa) aleggia l'incognita destinazione finale: il porto di Piombino dovrebbe essere stato scelto (il governo Letta ha già stanziato 73 milioni di euro, ne servono circa il doppio) ma le certezze vacillano e le liti (con Palermo) non sono ancora state messe a tacere. Il presidente della Regione, Enrico Rossi, ha manifestato le prime preoccupazioni: «Sono una persona responsabile e se quando la Costa Concordia sarà portata via dal Giglio, noi non saremo pronti, dovremo cercare altre soluzioni. L'investimento sul porto rimarrebbe anche nell'ipotesi, che io ora escludo, che la nave non venga più qui. Piombino sarà comunque attrezzato per demolire navi, a prescindere dalla Concordia».
Il commissario Franco Gabrielli, coadiuvato dal salvage master sudafricano Nick Sloane, il 52enne esperto in missioni impossibili (al suo attivo ha anche il Jolly Rubino naufragato e incendiatosi mentre navigava fra il Kenya e il Sudafrica), divenuto una specie di eroe sull'isola, ha consigliato a tutti una camomilla e si è mostrato imperturbabile, fiducioso nella riuscita dell'operazione «al cento per cento». Neanche le onde in arrivo in serata hanno scalfito l'ottimismo, tantomeno il buio ha risvegliato i fantasmi delfa paura. È stato proprio Sloane ad avviare, nella mattinata, le operazioni, spingendo un bottone nella ormai celebre control room, trasformatasi in un luogo cruciale, dove prendere decisioni in tempi brevi e senza nervosismi.
Alle cinque del pomeriggio, la rotazione misurava già una decina di gradi: il riempimento dei cassoni con acqua per costituire la gigantesca zavorra e permettere alla Costa di tornare in asse, è previsto al ventesimo. Poi, alle 18, c'è stato un intoppo con i cavi, il rallentamento delle operazioni e la ripresa. Raggiunto il fatidico ventesimo grado, la parola passa alle leggi della fisica e della gravità. Imbracata con 36 cavi di acciaio con un tiro iniziale di 60 tonnellate, la Concordia viene su per forza di inerzia.
Fu così anche per il funerale di Lady D e per l'abbattimento delle Torri Gemelle: icone telegeniche che finiscono per assomigliarsi, almeno nelle modalità in cui vengono intrappolate. La reale Costa Concordia, arenata di fronte alle Scole dell'isola del Giglio, viene scalzata dalla finzione dei modellini animati in digitale che raccontano le varie fasi del suo «salvataggio», come in un videogioco. Relegata sullo sfondo, la tragedia vera vissuta quella notte - era il 13 gennaio del 2012 - il dolore delle famiglie delle trentadue vittime, i danni ambientali, la distruzione dei fondali marini e la flora e fauna scomparsa (solo l'ombra del relitto ha distrutto un ecosistema perfetto).
Nonostante tutto e nonostante i tempi dilatati, intorno all'ora di pranzo i reporter e i gigliesi - che aspirano al ritorno alla normalità dopo una convivenza col mostro di venti mesi - hanno potuto digerire un panino: lo scafo era già disincagliato dalla roccia (nessun rumore, ha dichiarato l'ingegnere Sergio Girotto, responsabile per conto della Micoperi, «abbiamo visto la corrente che passava nell'aria») e un metro della fiancata - molto deformata - era risalito in superficie. Primo respiro di sollievo, quel movimento era da considerarsi fra i più delicati. Lo sfaldarsi dello scafo sotto la spinta dei cavi avrebbe significato il fallimento del progetto, un disastro ambientale ed economico da far tremare. Il piano b, infatti, non è stato previsto, probabilmente perché non esiste, non ci sono precedenti a cui appoggiarsi e si procede contando sulle competenze dei vari team (Titan-Micoperi in primis, più i cinquecento lavoratori impegnati intorno al relitto).
Ad accompagnare il disseppellimento della «balena arenata», telecamere, flash, molte parole al vento per riempire i vuoti televisivi e centinaia di video che girano in rete, in un loop ossessivo. Eppure, non è che l'inizio di una titanica impresa, un «allunaggio» in mare invece che in cielo appena abbozzato. Dopo che il relitto - se tutto sarà andato per il verso giusto nella notte, l'operazione ormai non può più essere fermata - raddrizzato grado dopo grado, verrà riposizionato in asse e messo a galleggiare sul fondale artificiale costruito sulle mega-piattaforme (40 metri per 40, pesano 1000 tonnellate) bisognerà attendere mesi prima che si possa effettuare la sua rimozione. Per la precisione, tutto l'autunno e poi l'inverno, incrociando ancora una volta le dita con la speranza che il bestione squarciato, arrugginito e deformato regga fino alla primavera prossima, resistendo alle intemperie e alla pressione dell'acqua e dei venti.
Comunque vada, i giornalisti che assediano l'isola lasceranno il porto senza una vera notizia: la Concordia sarà sempre lì, non più pericolante su uno sperone di roccia, ma in posizione verticale, una nave «innaturale» perché falsamente autonoma. Con due corpi delle vittime nella sua pancia (le ricerche non potranno cominciare subito), litri e litri di sostanze tossiche al suo interno, molti dei quali sversati in mare durante il suo «aggiustamento». Per questi materiali inquinanti, c'è un monitoraggio in tempo reale e un tamponamento attraverso le bande assorbenti che circondano la nave.
In più, su questo colossale parbuckling da seicento milioni di dollari (il doppio rispetto alle previsioni di un anno fa) aleggia l'incognita destinazione finale: il porto di Piombino dovrebbe essere stato scelto (il governo Letta ha già stanziato 73 milioni di euro, ne servono circa il doppio) ma le certezze vacillano e le liti (con Palermo) non sono ancora state messe a tacere. Il presidente della Regione, Enrico Rossi, ha manifestato le prime preoccupazioni: «Sono una persona responsabile e se quando la Costa Concordia sarà portata via dal Giglio, noi non saremo pronti, dovremo cercare altre soluzioni. L'investimento sul porto rimarrebbe anche nell'ipotesi, che io ora escludo, che la nave non venga più qui. Piombino sarà comunque attrezzato per demolire navi, a prescindere dalla Concordia».
Il commissario Franco Gabrielli, coadiuvato dal salvage master sudafricano Nick Sloane, il 52enne esperto in missioni impossibili (al suo attivo ha anche il Jolly Rubino naufragato e incendiatosi mentre navigava fra il Kenya e il Sudafrica), divenuto una specie di eroe sull'isola, ha consigliato a tutti una camomilla e si è mostrato imperturbabile, fiducioso nella riuscita dell'operazione «al cento per cento». Neanche le onde in arrivo in serata hanno scalfito l'ottimismo, tantomeno il buio ha risvegliato i fantasmi delfa paura. È stato proprio Sloane ad avviare, nella mattinata, le operazioni, spingendo un bottone nella ormai celebre control room, trasformatasi in un luogo cruciale, dove prendere decisioni in tempi brevi e senza nervosismi.
Alle cinque del pomeriggio, la rotazione misurava già una decina di gradi: il riempimento dei cassoni con acqua per costituire la gigantesca zavorra e permettere alla Costa di tornare in asse, è previsto al ventesimo. Poi, alle 18, c'è stato un intoppo con i cavi, il rallentamento delle operazioni e la ripresa. Raggiunto il fatidico ventesimo grado, la parola passa alle leggi della fisica e della gravità. Imbracata con 36 cavi di acciaio con un tiro iniziale di 60 tonnellate, la Concordia viene su per forza di inerzia.
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