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il manifesto 2013.09.17 - 11 CULTURA
RAGAZZI - «La lunga notte» di Sofia Gallo, edito da Lapis
Pedro, Flor e l'11 settembre. L'amore che sbocciò durante il golpe cileno
TAGLIO BASSO - Maria Grosso
TAGLIO BASSO - Maria Grosso
Un'educazione sentimentale tra fughe, arresti e sparizioni. Su tutto, la promessa di rivedersi ancora
«La madre di Martino ci ordina di far colazione, vestirci e andare di là a giocare. Io ubbidisco a metà ... Poi apro la finestra e guardo in strada: vedo soltanto carri armati. L'aria è scura, densa del fumo che sale dalla piazza del palazzo del governo».
È la mattina di uno degli 11 settembre con cui la Storia si diverte a inscenare un fosco gioco di date sovrapposte: Cile, 1973, 40 anni appena trascorsi, i giorni cruciali dell'assedio dei militari alla democrazia cui tutto il mondo guarda, il paese straziato e la resistenza di Allende e dei suoi presso il palazzo della Moneda ... Come appaiono forti, sconvolgenti e ancor più terribili e senza senso quegli eventi se a viverli e a narrarli è un io in formazione. Accade con La lunga notte, un racconto sapiente di Sofia Gallo con la partitura visuale di Lorenzo Terranera (edita Lapis nella collana «Storie di memoria»), che ci rimanda un riflesso vibrante di quei giorni attraverso lo sguardo di Pedro, ragazzino di Santiago, all'epoca undicenne.
Sua è la voce che in un concitato presente intesse l'incombente qui e ora di quei momenti, a cominciare da quel 9 settembre ingombrato dai pachidermi dei camionisti in sciopero e dal rimbombare delle padelle delle manifestazioni delle cacerolas, organizzate dalla destra di Patria y libertad, con il loro rumoroso strumentale opporsi alle riforme sociali del governo. E mentre l'aria si impregna del tepore che annuncia la primavera vista da un altro emisfero e da stagioni altre, il ragazzino, che aspetta il consueto inizio della scuola, una routine che scoprirà destinata a non ripetersi, si ritrova a cercare di decrittare i segnali oscuri di un mondo che vede mutare intorno a sé di ora in ora. Perché per le strade ci si imbatte in camionette di soldati con manganelli caschi scudi e mitra? Perché tutte quelle vetrine frantumate? Perché i volti delle persone che più ama sono come cieli attraversati da nuvole che restano, da inquietudini e paure che pesano? Per fortuna sono proprio loro, i suoi genitori, a fargli da guida e a consegnargli alcune chiavi di comprensione di quanto sta avvenendo. «Noi dobbiamo continuare ad aiutare la povera gente. Quella che patisce la fame, che non ha cure, non ha lavoro e nemmeno una casa decente», lo incita sua madre, attivista medico che fa la spola tra l'ospedale e le poblaciones, le baraccopoli alla periferia di Santiago dove assiste le donne, siano madri o partorienti, mentre il padre, giornalista, gli spiega con un esempio concreto cosa siano «i privilegi», lasciando sulla tavola solo pane e cipolla e togliendogli radio, quaderni libri e giornali.
È sempre grazie a sua madre che Pedro butta in là il suo sguardo, oltre il bel quartiere dove abitano, a conoscere la povertà e la disoccupazione del barrio La Victoria, con le sue case a cubi di cemento e le sue verande in lamiera, ed è grazie a lei che apprende la dura lotta per i diritti e la fierezza di Anita, un'india con tre figli tra cui Flor, la sua stessa età, occhi che incantano e una voce che lo avvince con le canzoni di Victor Jara.
Con intelligenza e acutezza il testo si apre così a un caleidoscopio di punti di vista, mentre Pedro si cerca sui volti di Flor e dei suoi amici della piazzetta, sui quali si specchia come uno dei «ricchi momios bastardi» o ancora in quelli dei soldati che presidiano le strade, o in quello del suo amico Martino, dalla cui casa fugge la mattina dell'11 settembre, quando apprende del golpe dalla tv e dal padre di lui, generale che inneggia alla vittoria di Pinochet. «La casa dove tante volte sono stato ospite è diventata all'improvviso una casa nemica». Si compie dunque in pochi cruciali giorni la sua educazione «politico-sentimentale» tra la paura e il coraggio, tra il desiderio di negazione e il richiamo magnetico della vita normale, tra le versioni dei fatti della propaganda mediatica e il sentire sulla pelle la propria sofferenza e l'altrui.
Entrambi costretti a fuggire dopo aver perso la propria casa, in una città sempre più vuota e violata, dove si susseguono gli arresti e le sparizioni, Pedro e Flor non saranno più così diversi: «Nel giorno più brutto della mia vita il suo sorriso mi colpisce come un raggio di sole ... Ci salveremo tutti quanti da questo orrore, ne sono sicuro». E se adesso lo aspetta l'esilio insieme ai suoi genitori, Pedro promette a Flor di tornare. Le ultime righe del testo (che graficamente ha il mood dell'epoca, con i caratteri scritti a macchina e frasi punteggiate dello stesso rosso degli schizzi di Terranera), mutano la voce narrante: sarà l'amore nato nell'ora della massima messa in gioco di sé, il futuro germinato da quella promessa a lasciare memoria, a raccontare. «Quítame el pan si tu quíeres, quítame el aire, pero no quítes tu risa...».
È la mattina di uno degli 11 settembre con cui la Storia si diverte a inscenare un fosco gioco di date sovrapposte: Cile, 1973, 40 anni appena trascorsi, i giorni cruciali dell'assedio dei militari alla democrazia cui tutto il mondo guarda, il paese straziato e la resistenza di Allende e dei suoi presso il palazzo della Moneda ... Come appaiono forti, sconvolgenti e ancor più terribili e senza senso quegli eventi se a viverli e a narrarli è un io in formazione. Accade con La lunga notte, un racconto sapiente di Sofia Gallo con la partitura visuale di Lorenzo Terranera (edita Lapis nella collana «Storie di memoria»), che ci rimanda un riflesso vibrante di quei giorni attraverso lo sguardo di Pedro, ragazzino di Santiago, all'epoca undicenne.
Sua è la voce che in un concitato presente intesse l'incombente qui e ora di quei momenti, a cominciare da quel 9 settembre ingombrato dai pachidermi dei camionisti in sciopero e dal rimbombare delle padelle delle manifestazioni delle cacerolas, organizzate dalla destra di Patria y libertad, con il loro rumoroso strumentale opporsi alle riforme sociali del governo. E mentre l'aria si impregna del tepore che annuncia la primavera vista da un altro emisfero e da stagioni altre, il ragazzino, che aspetta il consueto inizio della scuola, una routine che scoprirà destinata a non ripetersi, si ritrova a cercare di decrittare i segnali oscuri di un mondo che vede mutare intorno a sé di ora in ora. Perché per le strade ci si imbatte in camionette di soldati con manganelli caschi scudi e mitra? Perché tutte quelle vetrine frantumate? Perché i volti delle persone che più ama sono come cieli attraversati da nuvole che restano, da inquietudini e paure che pesano? Per fortuna sono proprio loro, i suoi genitori, a fargli da guida e a consegnargli alcune chiavi di comprensione di quanto sta avvenendo. «Noi dobbiamo continuare ad aiutare la povera gente. Quella che patisce la fame, che non ha cure, non ha lavoro e nemmeno una casa decente», lo incita sua madre, attivista medico che fa la spola tra l'ospedale e le poblaciones, le baraccopoli alla periferia di Santiago dove assiste le donne, siano madri o partorienti, mentre il padre, giornalista, gli spiega con un esempio concreto cosa siano «i privilegi», lasciando sulla tavola solo pane e cipolla e togliendogli radio, quaderni libri e giornali.
È sempre grazie a sua madre che Pedro butta in là il suo sguardo, oltre il bel quartiere dove abitano, a conoscere la povertà e la disoccupazione del barrio La Victoria, con le sue case a cubi di cemento e le sue verande in lamiera, ed è grazie a lei che apprende la dura lotta per i diritti e la fierezza di Anita, un'india con tre figli tra cui Flor, la sua stessa età, occhi che incantano e una voce che lo avvince con le canzoni di Victor Jara.
Con intelligenza e acutezza il testo si apre così a un caleidoscopio di punti di vista, mentre Pedro si cerca sui volti di Flor e dei suoi amici della piazzetta, sui quali si specchia come uno dei «ricchi momios bastardi» o ancora in quelli dei soldati che presidiano le strade, o in quello del suo amico Martino, dalla cui casa fugge la mattina dell'11 settembre, quando apprende del golpe dalla tv e dal padre di lui, generale che inneggia alla vittoria di Pinochet. «La casa dove tante volte sono stato ospite è diventata all'improvviso una casa nemica». Si compie dunque in pochi cruciali giorni la sua educazione «politico-sentimentale» tra la paura e il coraggio, tra il desiderio di negazione e il richiamo magnetico della vita normale, tra le versioni dei fatti della propaganda mediatica e il sentire sulla pelle la propria sofferenza e l'altrui.
Entrambi costretti a fuggire dopo aver perso la propria casa, in una città sempre più vuota e violata, dove si susseguono gli arresti e le sparizioni, Pedro e Flor non saranno più così diversi: «Nel giorno più brutto della mia vita il suo sorriso mi colpisce come un raggio di sole ... Ci salveremo tutti quanti da questo orrore, ne sono sicuro». E se adesso lo aspetta l'esilio insieme ai suoi genitori, Pedro promette a Flor di tornare. Le ultime righe del testo (che graficamente ha il mood dell'epoca, con i caratteri scritti a macchina e frasi punteggiate dello stesso rosso degli schizzi di Terranera), mutano la voce narrante: sarà l'amore nato nell'ora della massima messa in gioco di sé, il futuro germinato da quella promessa a lasciare memoria, a raccontare. «Quítame el pan si tu quíeres, quítame el aire, pero no quítes tu risa...».
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sabato 14 settembre
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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