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il manifesto 2013.09.17 - 12 VISIONI
INTERVISTA - «É meglio morire che essere rifugiati». Fadimata Walett Oumar, voce e tamburo dei Tartit, il primo gruppo composto da donne Tuareg, parla del Mali oggi
La musica racconta la nostra resistenza
INTERVISTA - Linda Chiaramonte
INTERVISTA - Linda Chiaramonte
«Durante l'occupazione islamista, suonare era proibito. Ma per il mio popolo questa forma d'arte fa parte della vita, è amore, storia, politica»
«È meglio morire che essere rifugiati». È la frase più dura e dolorosa pronunciata da Fadimata Walett Oumar, voce e tamburo nel gruppo musicale Tartit, tre album all'attivo, il primo composto da donne tuareg, nato nel 1995. Nel 1998 il primo tour le fa conoscere in Europa, nel 2000 sono al Womad a Seattle, negli anni seguenti al festival di musica del deserto a Essakane, da anni trasferitosi a Timbuktu, nel 2013 cancellato e in esilio per colpa del conflitto in corso in Mali.
La loro condizione è una spina nel fianco, una delle poche ragioni che cancella il sorriso aperto dal viso di Fadimata, che negli anni Novanta è stata profuga anche in Italia. «Siamo quasi tutti rifugiati e questo ci fa molto male. Dover vivere con pochi sacchi di riso e qualche chilo di albicocche al mese per noi equivale ad essere mendicanti. Un tuareg non è abituato a chiedere, ora siamo obbligati a farlo. Metterci in fila per ricevere il cibo ci riduce a nulla, rivogliamo la nostra dignità». E aggiunge: «Vogliamo che tutti intervengano perché la pace si ristabilisca in Mali e noi possiamo ritornare. Non c'è rifugiato al mondo che stia bene. Sono migliaia le organizzazioni internazionali che lavorano per chi è costretto a fuggire dal proprio paese, ma di quei soldi ai diretti interessati non arriva nulla».
Donna fiera e orgogliosa, Disco, soprannominata così per la sua passione per la musica e il ballo, esponente di un popolo nomade che rivendica la propria libertà, spiega che lo stesso nome dell'ensemble, Tartit, che in lingua tamashek significa unione, è stato scelto perché «nel '95 eravamo in due diversi campi profughi, in Burkina Faso e Mauritania e per essere forti era (ed è) necessario stare insieme». Originari del Mali, i Tartit hanno dovuto lasciare il paese anche prima dell'attacco degli islamisti al nord del paese, quasi un anno fa. Dopo l'intervento militare francese dello scorso gennaio l'esodo si è fatto più consistente, molti altri tuareg, e non solo, sono scappati per timore di rappresaglie da parte della popolazione che li accusava di complicità con gli islamisti, e di aver contribuito a gettare il Mali nel caos. Una vera e propria diaspora che ha coinvolto più di quattro milioni di persone. «Un'occupazione durissima per la popolazione civile, una situazione umanitaria drammatica» - precisa il console onorario del Mali a Padova, Gianfranco Rondello. «La musica oggi è diventata blasfema».
Per il popolo del deserto la musica però non è una forma di intrattenimento qualunque, ma la vita stessa. Tutto ruota intorno a questa forma d'arte: la storia, l'identità, la tradizione, la politica. È talmente parte integrante della quotidianità che gli strumenti tradizionali in passato erano arnesi usati in cucina come il tendé, un tamburo costruito con il mortaio di legno e il pestello con cui si macinano miglio e riso. «Alla base della musica tuareg c'è l'elogio della bellezza e dell'amore, ma con tutti i cambiamenti avvenuti nel mondo abbiamo introdotto il tema dell'esilio, la pace, la democrazia, l'unione dei diversi gruppi tuareg» spiega Fadimata. «Cantiamo soprattutto la nostra situazione politica. Cosa significa essere rifugiati, la vita nei campi profughi che ha disperso il popolo».
La formazione completa è composta da nove elementi, ma solo sei sono arrivati sul palco a causa di problemi con il visto per i componenti che vivono in Mauritania. «A ogni canzone cambia la protagonista sulla scena. È un ensemble al femminile in cui ci sono anche musicisti uomini. Possiamo arrivare ad essere venti, può unirsi a suonare e danzare tutto l'accampamento, è prima di tutto una musica per la nostra comunità».
Sul palco salgono con tuniche bianche ed eleganti acconciature tradizionali fatte di perline, proibite durante l'occupazione degli islamisti. Tartit è stato il primo gruppo creatosi per viaggiare e andare in tour fuori dal paese: «Da quando abbiamo iniziato a fare musica c'è stato un risveglio - ricorda Disco - I Tinariwen esistevano già prima di noi, ma hanno cominciato a fare tournée nel 2003 quando noi avevamo otto anni di esperienza».
«La musica tuareg è un ensemble, ci vuole chi suona, chi batte le mani, chi danza. Se manca un solo elemento non funziona» aggiunge. Suonare è stato in pericolo durante gli attacchi islamisti: «Abbiamo avuto molta paura, siamo stati costretti a fuggire prima del loro arrivo, c'era in atto una ribellione tuareg e una repressione della popolazione. Poi hanno proibito la musica e imposto alle donne di velarsi. Abbiamo temuto di essere costretti a sciogliere il gruppo. Il velo non fa parte della cultura tuareg, non possiamo essere velate, siamo donne libere che lavorano, viaggiano. Non potevamo accettare queste imposizioni. Quando hanno lasciato il Mali è stata una gioia, potevamo tornare a fare la nostra musica. Per i tuareg senza la musica la vita non è vita».
Al momento la situazione sembra rientrata, anche se parte dei Tartit sono di nuovo rifugiati in Mauritania e Burkina Faso. Alcune sono rientrate in Mali, ma non sanno cosa può succedere loro. «L'intervento della Francia, ex potenza coloniale, è stato salutare - dice Fadimata - C'era bisogno che qualcuno intervenisse altrimenti il Mali sarebbe stato occupato, noi ci saremmo ritrovate velate e non avremmo più potuto cantare. Rischiavamo di essere uccise».
E per il futuro? «Abbiamo la speranza che il Mali si ristabilisca e si lavori nelle regioni poco sviluppate del nord per aprire scuole, costruire strade, garantire l'acqua e l'elettricità. È tempo che la gente si svegli e si lavori tutti insieme» dice la leader dei Tartit. «Ci auguriamo che con le elezioni le cose possano cambiare fra i tuareg e lo stato maliano e che il nostro popolo possa tornare. Ogni volta che c'è una rivolta dobbiamo andarcene. Speriamo che la situazione torni come prima per noi e tutti i maliani».
La loro condizione è una spina nel fianco, una delle poche ragioni che cancella il sorriso aperto dal viso di Fadimata, che negli anni Novanta è stata profuga anche in Italia. «Siamo quasi tutti rifugiati e questo ci fa molto male. Dover vivere con pochi sacchi di riso e qualche chilo di albicocche al mese per noi equivale ad essere mendicanti. Un tuareg non è abituato a chiedere, ora siamo obbligati a farlo. Metterci in fila per ricevere il cibo ci riduce a nulla, rivogliamo la nostra dignità». E aggiunge: «Vogliamo che tutti intervengano perché la pace si ristabilisca in Mali e noi possiamo ritornare. Non c'è rifugiato al mondo che stia bene. Sono migliaia le organizzazioni internazionali che lavorano per chi è costretto a fuggire dal proprio paese, ma di quei soldi ai diretti interessati non arriva nulla».
Donna fiera e orgogliosa, Disco, soprannominata così per la sua passione per la musica e il ballo, esponente di un popolo nomade che rivendica la propria libertà, spiega che lo stesso nome dell'ensemble, Tartit, che in lingua tamashek significa unione, è stato scelto perché «nel '95 eravamo in due diversi campi profughi, in Burkina Faso e Mauritania e per essere forti era (ed è) necessario stare insieme». Originari del Mali, i Tartit hanno dovuto lasciare il paese anche prima dell'attacco degli islamisti al nord del paese, quasi un anno fa. Dopo l'intervento militare francese dello scorso gennaio l'esodo si è fatto più consistente, molti altri tuareg, e non solo, sono scappati per timore di rappresaglie da parte della popolazione che li accusava di complicità con gli islamisti, e di aver contribuito a gettare il Mali nel caos. Una vera e propria diaspora che ha coinvolto più di quattro milioni di persone. «Un'occupazione durissima per la popolazione civile, una situazione umanitaria drammatica» - precisa il console onorario del Mali a Padova, Gianfranco Rondello. «La musica oggi è diventata blasfema».
Per il popolo del deserto la musica però non è una forma di intrattenimento qualunque, ma la vita stessa. Tutto ruota intorno a questa forma d'arte: la storia, l'identità, la tradizione, la politica. È talmente parte integrante della quotidianità che gli strumenti tradizionali in passato erano arnesi usati in cucina come il tendé, un tamburo costruito con il mortaio di legno e il pestello con cui si macinano miglio e riso. «Alla base della musica tuareg c'è l'elogio della bellezza e dell'amore, ma con tutti i cambiamenti avvenuti nel mondo abbiamo introdotto il tema dell'esilio, la pace, la democrazia, l'unione dei diversi gruppi tuareg» spiega Fadimata. «Cantiamo soprattutto la nostra situazione politica. Cosa significa essere rifugiati, la vita nei campi profughi che ha disperso il popolo».
La formazione completa è composta da nove elementi, ma solo sei sono arrivati sul palco a causa di problemi con il visto per i componenti che vivono in Mauritania. «A ogni canzone cambia la protagonista sulla scena. È un ensemble al femminile in cui ci sono anche musicisti uomini. Possiamo arrivare ad essere venti, può unirsi a suonare e danzare tutto l'accampamento, è prima di tutto una musica per la nostra comunità».
Sul palco salgono con tuniche bianche ed eleganti acconciature tradizionali fatte di perline, proibite durante l'occupazione degli islamisti. Tartit è stato il primo gruppo creatosi per viaggiare e andare in tour fuori dal paese: «Da quando abbiamo iniziato a fare musica c'è stato un risveglio - ricorda Disco - I Tinariwen esistevano già prima di noi, ma hanno cominciato a fare tournée nel 2003 quando noi avevamo otto anni di esperienza».
«La musica tuareg è un ensemble, ci vuole chi suona, chi batte le mani, chi danza. Se manca un solo elemento non funziona» aggiunge. Suonare è stato in pericolo durante gli attacchi islamisti: «Abbiamo avuto molta paura, siamo stati costretti a fuggire prima del loro arrivo, c'era in atto una ribellione tuareg e una repressione della popolazione. Poi hanno proibito la musica e imposto alle donne di velarsi. Abbiamo temuto di essere costretti a sciogliere il gruppo. Il velo non fa parte della cultura tuareg, non possiamo essere velate, siamo donne libere che lavorano, viaggiano. Non potevamo accettare queste imposizioni. Quando hanno lasciato il Mali è stata una gioia, potevamo tornare a fare la nostra musica. Per i tuareg senza la musica la vita non è vita».
Al momento la situazione sembra rientrata, anche se parte dei Tartit sono di nuovo rifugiati in Mauritania e Burkina Faso. Alcune sono rientrate in Mali, ma non sanno cosa può succedere loro. «L'intervento della Francia, ex potenza coloniale, è stato salutare - dice Fadimata - C'era bisogno che qualcuno intervenisse altrimenti il Mali sarebbe stato occupato, noi ci saremmo ritrovate velate e non avremmo più potuto cantare. Rischiavamo di essere uccise».
E per il futuro? «Abbiamo la speranza che il Mali si ristabilisca e si lavori nelle regioni poco sviluppate del nord per aprire scuole, costruire strade, garantire l'acqua e l'elettricità. È tempo che la gente si svegli e si lavori tutti insieme» dice la leader dei Tartit. «Ci auguriamo che con le elezioni le cose possano cambiare fra i tuareg e lo stato maliano e che il nostro popolo possa tornare. Ogni volta che c'è una rivolta dobbiamo andarcene. Speriamo che la situazione torni come prima per noi e tutti i maliani».
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