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il manifesto 2013.09.17 - 13 VISIONI
«RUSH» - Ron Howard e gli anni '70 della Formula 1. Da domani in sala
Hunt contro Lauda, sfida a altissima velocità
APERTURA - Antonello Catacchio
APERTURA - Antonello Catacchio
Uno seduttore e ribelle, l'altro arrogante e upper class. Due miti che narrano un'epoca
Le corse automobilistiche e in particolare la Formula 1 hanno spesso incuriosito il cinema. Anche perché sono racchiuse tematiche intense; la sfida, la rivalità, il rischio, la velocità, il successo. Per questo, e per l'ambientazione anni '70, Ron Howard ha diretto Rush (in sala domani), su una sceneggiatura di Peter Morgan che aveva già lavorato con lui per Frost/Nixon. Londinese, autore di The Queen, e dello sportivo Il maledetto United, Morgan ha confezionato una storia appassionante su due figure quasi opposte, che si sono ritrovate fianco a fianco nel voler primeggiare nella più prestigiosa arena automobilistica mondiale.
Da una parte James Hunt, nato nella periferia di Londra, alto, biondo, fascinoso, seduttore, ribelle e insofferente che scopre la guida sportiva con le Mini, poi passa alla Formula 3, dove incrocia per la prima volta Niki Lauda. Che non poteva essere più diverso, a partire dalle origini. Viennese, rampollo di una famiglia di banchieri, Niki somiglia a un topo (così infatti lo chiama Hunt) con quei dentini sporgenti, ma se lo mettete su un'auto, qualsiasi, il suo sedere gli trasmette vibrazioni che lui decodifica cogliendo anche il più minuscolo dei malfunzionamenti. Si dice lo chiamassero il computer. Agli inizi della carriera si compera la possibilità di correre, poi farà storia. Il racconto del film è quasi interamente concentrato sul 1976, anno fatidico per la coppia. Lauda è pilota della Ferrari con la quale l'anno precedente ha già vinto il mondiale. Hunt è approdato alla MacLaren con un solo sogno più che un obiettivo: vincere il campionato. Niki è preciso e metodico, sembra quasi sia lui l'ingegnere che mette a punto l'auto (epica la sua battuta d'esordio alla Ferrari «questa auto è una merda»), di certo è così arrogante e sicuro di sé da occuparsi di ogni aspetto della questione, capace appunto di essere scortese, ma è scientifico anche nel considerare la possibilità di morire in corsa (e allora la cosa era piuttosto frequente) cui però attribuiva una percentuale di probabilità: il 20%. Hunt non fa conti e non fa sconti. Fuori pista è un puttaniere incallito, un bevitore sregolato, un autentico filibustiere, dotato però di una irresistibile carica di simpatia, caratteristica totalmente estranea ai comportamenti dell'austriaco. Poi però quando arriva il momento della gara James espelle tutte le tossine vomitando, fa il pieno di adrenalina e parte senza pensare più a nulla, solo a cercare di vincere.
Solo che Lauda ha un'auto migliore, a metà stagione Niki è in larghissimo vantaggio sul rivale, poi succede il Nürburgring, la macchina di Lauda ha un guasto, si mette di traverso in pista, altri piloti sopraggiungono, il primo lo evita, il secondo non riesce, lo schianto è prepotente, l'auto di Lauda prende fuoco, passa un tempo interminabile prima che riescano a strapparlo dall'abitacolo a 800 gradi. Per quattro giorni è tra la vita e la morte. Ha ustioni mostruose, non ha più palpebre, un orecchio, i suoi polmoni sono avvelenati dalla schiuma degli estintori, è un relitto umano. Ma il computer funziona ancora. Mentre vede il rivale Hunt risalire nel punteggio nei gran premi in cui lui non può partecipare non si deprime, anzi prende forza proprio da quello per sopportare terapie invasive. E sei settimane dopo, contro il parere dei medici, è di nuovo in pista. Tutto si dovrà risolvere nell'ultimo gran premio, quello del Giappone, sotto un pericoloso temporale.
Ron Howard e la sua squadra (il film è una produzione indipendente) hanno puntato su due attori che davvero rimandano agli originali. Chris Hemsworth è il debordante James Hunt, capelli biondi, occhi azzurri e sguardo sprezzante. «James era conosciuto per essere un playboy, un simbolo dello spirito degli anni '70 con il suo stile di vita molto libertino - dice Howard - Ma era incredibilmente competitivo. Lui rappresentava l'idea secondo la quale si può essere grandi senza farne una questione di business, che una vocazione potesse essere una forma espressiva libera e non solo un lavoro. L'interpretazione di Chris ritrae proprio questo aspetto»
E Chris specifica: «James apparteneva a quell'era. Tutto era così intriso di passione e tolleranza. Era un periodo durante il quale fare sesso era sicuro e guidare pericoloso».
Daniel Brühl è invece Niki Lauda, l'uomo dalle uscite disagevoli, capace di mettere a disagio chiunque con la sua schiettezza ai limiti della maleducazione. E l'attore ha potuto incontrare il vero Lauda «Mi ha chiamato e mi ha invitato a Vienna. Poi ha detto 'Portati solo del bagaglio a mano nel caso non ci si piacesse' Fortunatamente è andata bene e questo mi ha permesso di chiedergli tutto ciò che volevo. È stato molto aperto e generoso dedicandomi molto tempo». Accanto a loro Olivia Wilde (moglie di Hunt), Alexandra Maria Lara (moglie di Lauda) e Pierfrancesco Favino (nella tuta di Clay Regazzoni).
Da una parte James Hunt, nato nella periferia di Londra, alto, biondo, fascinoso, seduttore, ribelle e insofferente che scopre la guida sportiva con le Mini, poi passa alla Formula 3, dove incrocia per la prima volta Niki Lauda. Che non poteva essere più diverso, a partire dalle origini. Viennese, rampollo di una famiglia di banchieri, Niki somiglia a un topo (così infatti lo chiama Hunt) con quei dentini sporgenti, ma se lo mettete su un'auto, qualsiasi, il suo sedere gli trasmette vibrazioni che lui decodifica cogliendo anche il più minuscolo dei malfunzionamenti. Si dice lo chiamassero il computer. Agli inizi della carriera si compera la possibilità di correre, poi farà storia. Il racconto del film è quasi interamente concentrato sul 1976, anno fatidico per la coppia. Lauda è pilota della Ferrari con la quale l'anno precedente ha già vinto il mondiale. Hunt è approdato alla MacLaren con un solo sogno più che un obiettivo: vincere il campionato. Niki è preciso e metodico, sembra quasi sia lui l'ingegnere che mette a punto l'auto (epica la sua battuta d'esordio alla Ferrari «questa auto è una merda»), di certo è così arrogante e sicuro di sé da occuparsi di ogni aspetto della questione, capace appunto di essere scortese, ma è scientifico anche nel considerare la possibilità di morire in corsa (e allora la cosa era piuttosto frequente) cui però attribuiva una percentuale di probabilità: il 20%. Hunt non fa conti e non fa sconti. Fuori pista è un puttaniere incallito, un bevitore sregolato, un autentico filibustiere, dotato però di una irresistibile carica di simpatia, caratteristica totalmente estranea ai comportamenti dell'austriaco. Poi però quando arriva il momento della gara James espelle tutte le tossine vomitando, fa il pieno di adrenalina e parte senza pensare più a nulla, solo a cercare di vincere.
Solo che Lauda ha un'auto migliore, a metà stagione Niki è in larghissimo vantaggio sul rivale, poi succede il Nürburgring, la macchina di Lauda ha un guasto, si mette di traverso in pista, altri piloti sopraggiungono, il primo lo evita, il secondo non riesce, lo schianto è prepotente, l'auto di Lauda prende fuoco, passa un tempo interminabile prima che riescano a strapparlo dall'abitacolo a 800 gradi. Per quattro giorni è tra la vita e la morte. Ha ustioni mostruose, non ha più palpebre, un orecchio, i suoi polmoni sono avvelenati dalla schiuma degli estintori, è un relitto umano. Ma il computer funziona ancora. Mentre vede il rivale Hunt risalire nel punteggio nei gran premi in cui lui non può partecipare non si deprime, anzi prende forza proprio da quello per sopportare terapie invasive. E sei settimane dopo, contro il parere dei medici, è di nuovo in pista. Tutto si dovrà risolvere nell'ultimo gran premio, quello del Giappone, sotto un pericoloso temporale.
Ron Howard e la sua squadra (il film è una produzione indipendente) hanno puntato su due attori che davvero rimandano agli originali. Chris Hemsworth è il debordante James Hunt, capelli biondi, occhi azzurri e sguardo sprezzante. «James era conosciuto per essere un playboy, un simbolo dello spirito degli anni '70 con il suo stile di vita molto libertino - dice Howard - Ma era incredibilmente competitivo. Lui rappresentava l'idea secondo la quale si può essere grandi senza farne una questione di business, che una vocazione potesse essere una forma espressiva libera e non solo un lavoro. L'interpretazione di Chris ritrae proprio questo aspetto»
E Chris specifica: «James apparteneva a quell'era. Tutto era così intriso di passione e tolleranza. Era un periodo durante il quale fare sesso era sicuro e guidare pericoloso».
Daniel Brühl è invece Niki Lauda, l'uomo dalle uscite disagevoli, capace di mettere a disagio chiunque con la sua schiettezza ai limiti della maleducazione. E l'attore ha potuto incontrare il vero Lauda «Mi ha chiamato e mi ha invitato a Vienna. Poi ha detto 'Portati solo del bagaglio a mano nel caso non ci si piacesse' Fortunatamente è andata bene e questo mi ha permesso di chiedergli tutto ciò che volevo. È stato molto aperto e generoso dedicandomi molto tempo». Accanto a loro Olivia Wilde (moglie di Hunt), Alexandra Maria Lara (moglie di Lauda) e Pierfrancesco Favino (nella tuta di Clay Regazzoni).
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sabato 14 settembre
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Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
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