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il manifesto 2013.09.17 - 16 L'ULTIMA
31 ANNI FA LA STRAGE
La più silenziosa, «ce lo dissero solo le mosche»
TAGLIO MEDIO - michele giorgio
TAGLIO MEDIO - michele giorgio
Fu un massacro silenzioso. Il peggiore tra quelli subiti dal popolo palestinese. Una mattanza che, nei desideri dei carnefici, doveva generare orrore e intimorire per decenni i palestinesi. Accadde 31 anni fa nei due campi rifugiati di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut.
Circa 3000 civili - tra cui donne e bambini - furono assassinati fra il 16 e il 18 settembre 1982 dalle milizie cristiano-falangiste libanesi, con la copertura dell'esercito israeliano aveva invaso il Paese dei Cedri il 6 giugno sotto la direzione dell'allora ministro della difesa israeliano Ariel Sharon. Dopo l'evacuazione da Beirut dell'Olp e dei guerriglieri agli ordini del presidente Yasser Arafat - prevista dagli accordi di cessate il fuoco mediati dagli Stati uniti - i profughi palestinesi erano rimasti senza alcuna protezione, esposti alle vendette dei loro nemici.
La scintilla fu la morte in un attentato del neo presidente libanese, il leader falangista con simpatie fasciste Bashir Gemayel, salito al potere con l'appoggio degli occupanti israeliani. Sharon ripeteva a ogni occasione che duemila «terroristi» palestinesi restavano nascosti nei campi per i rifugiati. Per i falangisti quelle parole furono una sorta di via libera. Il massacro fu attribuito a loro ma senza la complicità dell'esercito israeliano, che circondò i due campi e lasciò entrare e «lavorare» indisturbati i miliziani, la strage non sarebbe potuta avvenire.
In molti furono uccisi con asce e pugnali, i corpi seviziati. I feriti finiti in modo orribile mentre il mondo era tenuto all'oscuro di tutto. Si scoprì la strage solo a cose fatte. «Ce lo dissero le mosche» scrisse il giornalista britannico Robert Fisk in un famoso reportage riferendosi agli insetti che assediavano il campo profughi con i corpi delle vittime in putrefazione.
Trentuno anni dopo il massacro di Sabra e Shatila resta impunito, nessuno ha pagato. Gli Stati uniti sono rimasti in silenzio di fronte a un crimine contro l'umanità commesso da loro amici e alleati. La memoria però non muore. Sabra e Shatila non saranno mai dimenticati
Circa 3000 civili - tra cui donne e bambini - furono assassinati fra il 16 e il 18 settembre 1982 dalle milizie cristiano-falangiste libanesi, con la copertura dell'esercito israeliano aveva invaso il Paese dei Cedri il 6 giugno sotto la direzione dell'allora ministro della difesa israeliano Ariel Sharon. Dopo l'evacuazione da Beirut dell'Olp e dei guerriglieri agli ordini del presidente Yasser Arafat - prevista dagli accordi di cessate il fuoco mediati dagli Stati uniti - i profughi palestinesi erano rimasti senza alcuna protezione, esposti alle vendette dei loro nemici.
La scintilla fu la morte in un attentato del neo presidente libanese, il leader falangista con simpatie fasciste Bashir Gemayel, salito al potere con l'appoggio degli occupanti israeliani. Sharon ripeteva a ogni occasione che duemila «terroristi» palestinesi restavano nascosti nei campi per i rifugiati. Per i falangisti quelle parole furono una sorta di via libera. Il massacro fu attribuito a loro ma senza la complicità dell'esercito israeliano, che circondò i due campi e lasciò entrare e «lavorare» indisturbati i miliziani, la strage non sarebbe potuta avvenire.
In molti furono uccisi con asce e pugnali, i corpi seviziati. I feriti finiti in modo orribile mentre il mondo era tenuto all'oscuro di tutto. Si scoprì la strage solo a cose fatte. «Ce lo dissero le mosche» scrisse il giornalista britannico Robert Fisk in un famoso reportage riferendosi agli insetti che assediavano il campo profughi con i corpi delle vittime in putrefazione.
Trentuno anni dopo il massacro di Sabra e Shatila resta impunito, nessuno ha pagato. Gli Stati uniti sono rimasti in silenzio di fronte a un crimine contro l'umanità commesso da loro amici e alleati. La memoria però non muore. Sabra e Shatila non saranno mai dimenticati
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