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il manifesto 2013.02.02 - 08 INCHIESTA
L'ex paziente/ CARLA DIAMANTI, LEADER DELLA PROTESTA
«Nessun risparmio, ignorati i cittadini»
ARTICOLO
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L'iniziativa «Mettiamoci le tette»: trecento autoscatti di altrettanti sostenitori dell'ospedale, raccolti da tre fotografi. Ora si valuta la possibilità di una class action di chi non ha più garantita l'assistenza
F.T.
Carla Diamanti l'assistenza dell'Ospedale valdese di Torino la conosce bene, visto che proprio qui è stata operata due volte. Per questo ha deciso, insieme a molte altre pazienti, di reagire alla chiusura: grazie a lei e al lavoro di tre fotografi torinesi è nata l'iniziativa "Mettiamoci le tette", che ha raccolto gli autoscatti di più di trecento sostenitori e sostenitrici dell'ospedale. Perché, dice, «contrariamente a quello che succede in altre città dove si protesta per i licenziamenti, qui protestano le pazienti per la fine di un servizio di eccellenza».
Alla fine la riduzione dei costi ha contato più delle persone?
Al Valdese non è questione di tagli, anche il ministro Balduzzi ha detto all'assessore Monferino che non c'entra la spending review. Se un ospedale funziona bene perché chiuderlo? Non pagavano l'affitto, il personale non perde il lavoro e i costi delle prestazioni vengono spalmati su altre strutture. Dov'è il risparmio? Persino Cota, prima di essere eletto, andò a far campagna proprio al Valdese promettendo che l'ospedale non sarebbe stato toccato dalla riforma sanitaria. La città è stata totalmente ignorata, dai cittadini alle istituzioni, perché anche il sindaco Fassino, che si era espresso contro la chiusura, ha detto che il Comune non è stato interpellato, mentre la decisione avrebbero dovuto prenderla insieme.
Cosa è rimasto dell'Ospedale valdese?
Ben poco. È ancora aperto il poliambulatorio dove si fanno le analisi e le radiografie che non hanno a che vedere con il reparto di senologia, che è chiuso, come quello di ginecologia oncologica. Dicono che l'hanno trasferito all'ospedale Martini, che però non ha un reparto dedicato: sono state mandate lì per un controllo donne con esperienze di malattia in passato, quindi più fragili psicologicamente, che hanno ricevuto un referto dubbio senza l'opportuna spiegazione del medico. Al Martini non hanno esperienza, mentre quello che funzionava bene al Valdese era proprio questo progetto per cui la donna era seguita dall'inizio alla fine del percorso di cura e i medici delle diverse specializzazioni si riunivano in équipe per analizzare il suo caso da tutti i punti di vista. C'era anche l'assistenza psicologica, l'ammalata si sentiva protetta, al sicuro. Dalla diagnosi in poi io non mi sono dovuta preoccupare di niente, mi hanno chiamata loro per fare tutte le analisi, per comunicarmi la data dell'intervento e poi delle terapie, insomma sono stata presa in carico completamente.
"Mettiamoci le tette" ha avuto grande visibilità, in città ma anche sul web. Che iniziative avete in mente per il futuro?
Continueremo a farci vedere ogni volta che ne avremo la possibilità, soprattutto adesso in campagna elettorale. È nato un bel movimento, dal basso, che raccoglie medici, personale, pazienti e stiamo anche valutando la possibilità di fare una class action con tutte le pazienti che ora non hanno più garantita l'assistenza in tempi brevi. Teniamo conto che stiamo parlando di una malattia grave che espone le donne ad una fragilità non soltanto fisica ma anche psicologica, lasciarle sole significa fare loro violenza. Fondamentalmente la domanda che vorrei fare a Cota e Monferino è: se una donna della sua famiglia avesse un problema al seno dove vorrebbe mandarla, in un centro specializzato o in un posto dove non hanno esperienza e fanno un esame ogni morte di papa?
Carla Diamanti l'assistenza dell'Ospedale valdese di Torino la conosce bene, visto che proprio qui è stata operata due volte. Per questo ha deciso, insieme a molte altre pazienti, di reagire alla chiusura: grazie a lei e al lavoro di tre fotografi torinesi è nata l'iniziativa "Mettiamoci le tette", che ha raccolto gli autoscatti di più di trecento sostenitori e sostenitrici dell'ospedale. Perché, dice, «contrariamente a quello che succede in altre città dove si protesta per i licenziamenti, qui protestano le pazienti per la fine di un servizio di eccellenza».
Alla fine la riduzione dei costi ha contato più delle persone?
Al Valdese non è questione di tagli, anche il ministro Balduzzi ha detto all'assessore Monferino che non c'entra la spending review. Se un ospedale funziona bene perché chiuderlo? Non pagavano l'affitto, il personale non perde il lavoro e i costi delle prestazioni vengono spalmati su altre strutture. Dov'è il risparmio? Persino Cota, prima di essere eletto, andò a far campagna proprio al Valdese promettendo che l'ospedale non sarebbe stato toccato dalla riforma sanitaria. La città è stata totalmente ignorata, dai cittadini alle istituzioni, perché anche il sindaco Fassino, che si era espresso contro la chiusura, ha detto che il Comune non è stato interpellato, mentre la decisione avrebbero dovuto prenderla insieme.
Cosa è rimasto dell'Ospedale valdese?
Ben poco. È ancora aperto il poliambulatorio dove si fanno le analisi e le radiografie che non hanno a che vedere con il reparto di senologia, che è chiuso, come quello di ginecologia oncologica. Dicono che l'hanno trasferito all'ospedale Martini, che però non ha un reparto dedicato: sono state mandate lì per un controllo donne con esperienze di malattia in passato, quindi più fragili psicologicamente, che hanno ricevuto un referto dubbio senza l'opportuna spiegazione del medico. Al Martini non hanno esperienza, mentre quello che funzionava bene al Valdese era proprio questo progetto per cui la donna era seguita dall'inizio alla fine del percorso di cura e i medici delle diverse specializzazioni si riunivano in équipe per analizzare il suo caso da tutti i punti di vista. C'era anche l'assistenza psicologica, l'ammalata si sentiva protetta, al sicuro. Dalla diagnosi in poi io non mi sono dovuta preoccupare di niente, mi hanno chiamata loro per fare tutte le analisi, per comunicarmi la data dell'intervento e poi delle terapie, insomma sono stata presa in carico completamente.
"Mettiamoci le tette" ha avuto grande visibilità, in città ma anche sul web. Che iniziative avete in mente per il futuro?
Continueremo a farci vedere ogni volta che ne avremo la possibilità, soprattutto adesso in campagna elettorale. È nato un bel movimento, dal basso, che raccoglie medici, personale, pazienti e stiamo anche valutando la possibilità di fare una class action con tutte le pazienti che ora non hanno più garantita l'assistenza in tempi brevi. Teniamo conto che stiamo parlando di una malattia grave che espone le donne ad una fragilità non soltanto fisica ma anche psicologica, lasciarle sole significa fare loro violenza. Fondamentalmente la domanda che vorrei fare a Cota e Monferino è: se una donna della sua famiglia avesse un problema al seno dove vorrebbe mandarla, in un centro specializzato o in un posto dove non hanno esperienza e fanno un esame ogni morte di papa?
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