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il manifesto 2013.02.02 - 12 VISIONI
ROMA «Il naso», un grande allestimento del regista berlinese
Gogol, la satira è fisica
ARTICOLO - Gianfranco Capitta ROMA
ARTICOLO - Gianfranco Capitta ROMA
ROMA
Una produzione che arriva già pronta da un altro teatro, e che pure si rivela esplosiva per bellezza e interesse. E' Il naso di Dmitrij Sostakovic nella versione realizzata all'Opera di Zurigo nel 2011 da Peter Stein che l'ha ripresa per l'occasione con la direzione musicale di Alejo Pérez (in scena al Teatro dell'Opera ancora oggi e domani). L'opera nasce dal racconto di Gogol, debutto nel 1930 ma poi poco rappresentata in patria: antistaliniana fu definita solo in seguito, ma tutta l'opera del compositore non ebbe grande fortuna sovietica, anzi fu severamente perseguitata dal comitato presieduto da Zdanov. Eppure la favola messa in musica da Sostakovic nasce in quegli anni fertilissimi per tutte le arti tra Mosca e Pietroburgo: c'era Mejerchol'd sulla scena e cineasti come Ejzenstein e Pudovkin sullo schermo. La storia del Naso che si stacca dal padrone e vaga lungo la Neva e sulla Prospettiva Newskij per riapparire infine in faccia al suo proprietario, è un apologo meraviglioso. Come Gogol ne aveva fatto uno strumento di ricognizione nel suo mondo ottocentesco, il musicista ne fa una indagine ricca sulla musica del novecento e sulle sue possibilità, dandole corpo nelle creature del suo tempo.
Peter Stein, storico dell'arte per formazione e grande amatore della cultura russa, ne fa esemplare incursione in tutte le arti, dalla musica a quelle visive, costruendo un meccanismo scenico perfetto. Seziona la prospettiva, riquadra il particolare, magari a diversi metri da terra, moltiplica lo sguardo e con sapienza davvero cinematografica guida lo sviluppo delle immagini con un semplice movimento di sipario o opacizzando il velo che filtra la scena. Ogni spettatore, seguendo la musica e i moltissimi, dignitosi cantanti che le danno voce, può quasi scegliersi il suo percorso in tanta geometrica ricchezza. Anche se non mancano le scene di massa (memorabile quella della carrozza che si appresta a partire, con i suoi passeggeri, i curiosi e i soldati, oppure quella precedente con l'addensarsi delle folle sul lungofiume, o alla cattedrale di Kazan), è la fisicità di ogni personaggio, di ogni piccolo gruppo, a rendere totale quell'opera che pure parla di un'assenza, e di un particolare anatomico che è a sua volta metafora evidente di un altro. Ma ogni colpo d'occhio apre squarci indiscutibili che citano o evocano le architetture, le fotografie e insomma il segno pittorico dell'arte mirabile di quegli anni successivi alla rivoluzione. L'orchestra dell'Opera non si tira indietro, e con la direzione di Pérez scopre anche all'ascoltatore meno disposto la ricchezza di quella partitura.
Stein, con l'aiuto fondamentale dei suoi abituali collaboratori (Ferdinand Wögerbauer per le scene e Anna Maria Heinrich per i costumi), fa del Naso il modello ideale di una messinscena d'opera del 900, un caso da manuale che pure restituisce al riso e all'arte la loro grandezza.
Una produzione che arriva già pronta da un altro teatro, e che pure si rivela esplosiva per bellezza e interesse. E' Il naso di Dmitrij Sostakovic nella versione realizzata all'Opera di Zurigo nel 2011 da Peter Stein che l'ha ripresa per l'occasione con la direzione musicale di Alejo Pérez (in scena al Teatro dell'Opera ancora oggi e domani). L'opera nasce dal racconto di Gogol, debutto nel 1930 ma poi poco rappresentata in patria: antistaliniana fu definita solo in seguito, ma tutta l'opera del compositore non ebbe grande fortuna sovietica, anzi fu severamente perseguitata dal comitato presieduto da Zdanov. Eppure la favola messa in musica da Sostakovic nasce in quegli anni fertilissimi per tutte le arti tra Mosca e Pietroburgo: c'era Mejerchol'd sulla scena e cineasti come Ejzenstein e Pudovkin sullo schermo. La storia del Naso che si stacca dal padrone e vaga lungo la Neva e sulla Prospettiva Newskij per riapparire infine in faccia al suo proprietario, è un apologo meraviglioso. Come Gogol ne aveva fatto uno strumento di ricognizione nel suo mondo ottocentesco, il musicista ne fa una indagine ricca sulla musica del novecento e sulle sue possibilità, dandole corpo nelle creature del suo tempo.
Peter Stein, storico dell'arte per formazione e grande amatore della cultura russa, ne fa esemplare incursione in tutte le arti, dalla musica a quelle visive, costruendo un meccanismo scenico perfetto. Seziona la prospettiva, riquadra il particolare, magari a diversi metri da terra, moltiplica lo sguardo e con sapienza davvero cinematografica guida lo sviluppo delle immagini con un semplice movimento di sipario o opacizzando il velo che filtra la scena. Ogni spettatore, seguendo la musica e i moltissimi, dignitosi cantanti che le danno voce, può quasi scegliersi il suo percorso in tanta geometrica ricchezza. Anche se non mancano le scene di massa (memorabile quella della carrozza che si appresta a partire, con i suoi passeggeri, i curiosi e i soldati, oppure quella precedente con l'addensarsi delle folle sul lungofiume, o alla cattedrale di Kazan), è la fisicità di ogni personaggio, di ogni piccolo gruppo, a rendere totale quell'opera che pure parla di un'assenza, e di un particolare anatomico che è a sua volta metafora evidente di un altro. Ma ogni colpo d'occhio apre squarci indiscutibili che citano o evocano le architetture, le fotografie e insomma il segno pittorico dell'arte mirabile di quegli anni successivi alla rivoluzione. L'orchestra dell'Opera non si tira indietro, e con la direzione di Pérez scopre anche all'ascoltatore meno disposto la ricchezza di quella partitura.
Stein, con l'aiuto fondamentale dei suoi abituali collaboratori (Ferdinand Wögerbauer per le scene e Anna Maria Heinrich per i costumi), fa del Naso il modello ideale di una messinscena d'opera del 900, un caso da manuale che pure restituisce al riso e all'arte la loro grandezza.
Foto: UN MOMENTO DI «WORKWITHINWORK», FOTO PICCOLA WILLIAM FORSYTHE. SOTTO «IL NASO» DI SOSTAKOVIC / FOTO LUCIANO ROMANO , A DESTRA PAOLO POLI IN «AQUILONI»
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