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il manifesto 2013.02.02 - 13 VISIONI
PAOLO POLI AL TEATRO ELISEO
Un ingenuo peccatore, quasi brechtiano
ARTICOLO
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Sfoggio di cultura e culture. Ridendo fino alle lacrime, lo spettacolo si fa lezione di storia
ROMA
Paolo Poli non è solo un'icona del teatro italiano. È una personalità molto forte che (passati anche lui gli ottanta) continua non solo a mantenere e difendere un modo di fare teatro, ma continua a farsene memoria ed esempio per le diverse generazioni che lo seguono, lo applaudono, si divertono o fanno finta di «scandalizzarsi». Ma soprattutto fa memoria di cultura e culture che senza di lui inevitabilmente andrebbero al macero. Finché un giorno qualche bello spirito le riproponga come fossero proprie scoperte. Da qualche anno prende i suoi autori d'affezione che ha conosciuto e frequentato (Palazzeschi, Parise, Ortese) per farli protagonisti non solo del proprio esser «dicitore», ma ricreando per loro un contesto e quasi un profumo proustiano, che fa navigare sicuro sulle sue canzoni d'epoca, sulle malizie sfacciate, sulla ricca esperienza di vita (dentro e fuori del palcoscenico) che negli anni si è costruito.
Quest'anno tocca a Giovanni Pascoli, con il titolo programmatico e subito evocativo Aquiloni (fino a domani all'Eliseo, ma poi ancora in giro in una lunga tournée per tutta la stagione). E come era successo per Carolina Invernizio (che tra risate e grand guignol tornava ad essere la gramsciana «onesta gallina della letteratura italiana»), anche del grande poeta che una volta si mandava a memoria alle elementari, sentiamo le poesie più note e quelle meno, quelle che paion filastrocche e quelle più torbide e dense. Ed è un piacere l'insieme, anche per chi conosca le illuminanti interpretazioni pascoliane di Cesare Garboli. Sentirle da Poli, a tratti in smoking impeccabile con straniamento quasi brechtiano, a tratti nei lussureggianti abiti femminili di cui è capace, è una esperienza conoscitiva di grande piacere e complessità. Perché meglio di tutti l'attore fiorentino conosce i segreti dell'arte teatrale, e mentre attorno a lui zompettano divertiti i quattro boys che da tempo l'accompagnano, lui sa dirigere l'orchestra di ingenuità e «peccato», di sane risate e di grande immedesimazione da parte del pubblico.
Che in larga parte è quello fidelizzato di signore e signori ormai adulti, ma che sanno già dove l'attore, col poeta e con le musiche, andrà a parare, e scalpitano per cantare assieme a lui le canzoncine porcellone o patriottiche dell'epoca di Pascoli. Poli ne conserva integro il baule, di fantasie porcellone e di mitologie militaresche, che non a caso spesso coincidono. In questa occasione le ripesca a man bassa dai primi spettacoli, tanto presenti nel ricordo quanto lontanucci negli anni. E così come le scene continuano a portare il segno del grande Emanuele Luzzati, i costumi sempre di Santuzza Calì e le musiche frutto della collaborazione meravigliosa con Jacqueline Perrotin. Un esempio di fedeltà artistica formidabile! Così che riemergono dai ricordi degli aficionados di Poli piccoli capolavori come Pesciolino mio diletto vieni mentre l'attore si prodiga a provocare con la canna nelle prime file di platea, o la Lattaia che tanti anni fa cantava con lui Jole Silvani capace di scatenare anche chi non sapeva allora che fosse la vedova del grande Cecchelin.
Insomma, mentre si ride fino alle lacrime, lo spettacolo di Paolo Poli si fa anche plurima lezione di storia (del teatro, ma anche di un secolo), e solo lui del resto può intonare con enfasi e candore irriverenti Tripoli bel suol d'amore, riuscendo a risultare più provocatorio di Patty Pravo e Battiato messi assieme.
Paolo Poli non è solo un'icona del teatro italiano. È una personalità molto forte che (passati anche lui gli ottanta) continua non solo a mantenere e difendere un modo di fare teatro, ma continua a farsene memoria ed esempio per le diverse generazioni che lo seguono, lo applaudono, si divertono o fanno finta di «scandalizzarsi». Ma soprattutto fa memoria di cultura e culture che senza di lui inevitabilmente andrebbero al macero. Finché un giorno qualche bello spirito le riproponga come fossero proprie scoperte. Da qualche anno prende i suoi autori d'affezione che ha conosciuto e frequentato (Palazzeschi, Parise, Ortese) per farli protagonisti non solo del proprio esser «dicitore», ma ricreando per loro un contesto e quasi un profumo proustiano, che fa navigare sicuro sulle sue canzoni d'epoca, sulle malizie sfacciate, sulla ricca esperienza di vita (dentro e fuori del palcoscenico) che negli anni si è costruito.
Quest'anno tocca a Giovanni Pascoli, con il titolo programmatico e subito evocativo Aquiloni (fino a domani all'Eliseo, ma poi ancora in giro in una lunga tournée per tutta la stagione). E come era successo per Carolina Invernizio (che tra risate e grand guignol tornava ad essere la gramsciana «onesta gallina della letteratura italiana»), anche del grande poeta che una volta si mandava a memoria alle elementari, sentiamo le poesie più note e quelle meno, quelle che paion filastrocche e quelle più torbide e dense. Ed è un piacere l'insieme, anche per chi conosca le illuminanti interpretazioni pascoliane di Cesare Garboli. Sentirle da Poli, a tratti in smoking impeccabile con straniamento quasi brechtiano, a tratti nei lussureggianti abiti femminili di cui è capace, è una esperienza conoscitiva di grande piacere e complessità. Perché meglio di tutti l'attore fiorentino conosce i segreti dell'arte teatrale, e mentre attorno a lui zompettano divertiti i quattro boys che da tempo l'accompagnano, lui sa dirigere l'orchestra di ingenuità e «peccato», di sane risate e di grande immedesimazione da parte del pubblico.
Che in larga parte è quello fidelizzato di signore e signori ormai adulti, ma che sanno già dove l'attore, col poeta e con le musiche, andrà a parare, e scalpitano per cantare assieme a lui le canzoncine porcellone o patriottiche dell'epoca di Pascoli. Poli ne conserva integro il baule, di fantasie porcellone e di mitologie militaresche, che non a caso spesso coincidono. In questa occasione le ripesca a man bassa dai primi spettacoli, tanto presenti nel ricordo quanto lontanucci negli anni. E così come le scene continuano a portare il segno del grande Emanuele Luzzati, i costumi sempre di Santuzza Calì e le musiche frutto della collaborazione meravigliosa con Jacqueline Perrotin. Un esempio di fedeltà artistica formidabile! Così che riemergono dai ricordi degli aficionados di Poli piccoli capolavori come Pesciolino mio diletto vieni mentre l'attore si prodiga a provocare con la canna nelle prime file di platea, o la Lattaia che tanti anni fa cantava con lui Jole Silvani capace di scatenare anche chi non sapeva allora che fosse la vedova del grande Cecchelin.
Insomma, mentre si ride fino alle lacrime, lo spettacolo di Paolo Poli si fa anche plurima lezione di storia (del teatro, ma anche di un secolo), e solo lui del resto può intonare con enfasi e candore irriverenti Tripoli bel suol d'amore, riuscendo a risultare più provocatorio di Patty Pravo e Battiato messi assieme.
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