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il manifesto 2013.02.03 - 07
 
Intervista • Nato a Lumumbashi e cresciuto a Ostenda, Baloji è cantante, rapper e performer. Porta la poesia del Congo nel soul, sarà a fine marzo al Babel Med di Marsiglia
«Non cerco un' identità mi basta assumerla»
ARTICOLO - Paolo Ferrari

ARTICOLO - Paolo Ferrari
«Lo spirito di Lumumba oggi mi sembra presente più in America Latina che in Africa» «Marvin Gaye è un imprinting, ho studiato le sue canzoni. È una fonte di ispirazione»
Nato nel 1978 a Lumumbashi e cresciuto a Ostenda, Baloji è un cantante, rapper e performer con due dischi all'attivo, Hotel Impala e Kinshasa Succursale . Il suo show ha conquistato il festival Les Transmusicales di Rennes ed è tra i più attesi al prossimo (21 - 23 marzo) Babel Med di Marsiglia. Nei tuoi dischi l'identità sembra quasi un'ossessione: è così? Non so se ho fatto la pace con questo aspetto della mia vita, e non sono neppure tanto sicuro di lavorarci ancora su. Di certo ho capito che non serve ricercare una propria identità, bensì di assumerla e di far sì che gli altri lo facciano nei miei confronti. Non posso pensare di essere belga: resto un nero in Europa, non conta quel che penso, cosa ho studiato e come mi vesto. Alla stessa maniera, a Kinshasa sono considerato un africano d'Europa. Equilibrio significa consapevolezza di essere entrambe le cose: il mio lavoro consiste proprio nell'affermare questa doppia natura. Sei cresciuto a Ostenda, dove Marvin Gaye trascorse anni importanti alla ricerca di un riscatto personale e artistico. Avverti questa presenza emotiva? Sì, in città si parla di quegli anni in cui andò lì per disintossicarsi. Per quanto concerne la mia storia personale, nella sola telefonata intercorsa in tanti anni tra mia madre e me dopo il trasferimento in Europa col babbo, mi disse: 'So che ti stai appassionando alla musica e che tuo padre ti ha portato nella città di Marvin Gaye'. Può sembrare una banalità, però dentro c'è tutta la poesia dell'Africa. È una frase che amo perché contiene una prospettiva di lettura delle cose del mondo che vale per tutto il resto. Se fossimo andati in Svizzera non mi avrebbe mai detto 'caspita, è il paese in cui vive Phil Collins per pagare meno tasse!' È stato un imprinting, da allora ho studiato le sue canzoni. I'm Goin' Home , soprattutto, è un racconto personale che mi ha ispirato al momento di affrontare gli stessi argomenti: il distacco, il conflitto familiare, l'identità. Fai spesso riferimenti colti: che studi hai fatto? Poca roba, sotto il profilo istituzionale. Mi sono fermato a 15 anni; non per lavorare, per fare un bel niente. Poi è subentrato un certo senso di colpa per non essermi diplomato, che si è tradotto in una fame di letteratura, di musica, di cinema che ha scatenato in me il classico autodidatta. Cosa pensi della prospettiva che il paese in cui sei arrivato all'età di 3 anni, il Belgio, si divida in due stati, quello vallone e quello fiammingo? Mi sento una cavia, nel senso che il Belgio sotto questo profilo è un laboratorio dove si sperimenta quel che rischia di capitare in molte altre parti d'Europa. Il voto in Catalogna è andato in questa direzione, il sentimento separatista di una certa parte politica del Nord Italia è noto, in Jugoslavia abbiamo visto cosa è successo e così via. Né si tratta di un problema solo europeo. Tutto è figlio della paura: siamo in difficoltà, serriamo le file e combattiamo contro gli altri. È un punto di vista sull'identità diametralmente opposto al mio. Ci sono ancora i «Sapeur», i dandy congolesi che dettavano la tendenza a Kinshasa così come nella comunità zairese in Belgio? Anche nel suo momenti di massimo fulgore il movimento era a mio avviso sopravvalutato. Sui magazine sembrava che tutti i giovani zairesi vi fossero coinvolti, mentre si trattava di una ristretta minoranza; un po' come i vostri paninari visti dall'estero, credevamo che a Milano tutti i ragazzi fossero «panozzi», finché un amico mi raccontò che erano quattro gatti. I Sapeur a Kinshasa erano trecento sì e no, ma si facevano notare parecchio. Ora sono pochissimi, sia là che nelle città belghe, se non altro per un motivo economico: vestire così costa almeno cinquemila euro a completo. Come hai concepito le registrazioni a Kinshasa? Là è tutto analogico, ovviamente, e io cercavo proprio il contatto personale. Ho letto un'intervista ai Black Keys in cui dicevano che il soul ha smesso di essere tale dal giorno in cui i musicisti invece di suonare insieme si sono messi a registrare separatamente. Hanno ragione. Lo stesso batterista suona diverso se lo fa insieme a un gruppo rispetto a quando incide delle parti da solo. Deve regolarsi, non picchiare troppo forte per non togliere spazio agli altri strumenti, dialogare col basso in continuazione creando i presupposti per il lavoro di tastiere e chitarre. Le registrazioni collettive sono passate di moda perché costano di più e sono complicate, a partire dalle lunghe prove a cui ci siamo sottoposti. Ma sono un'altra cosa. Questo vale anche per i club di Kinshasa, nel senso che gli organici ampi sono penalizzati rispetto ai soliti sistemi midi che permettono di riprodurre un'orchestra con tre persone? Per resistere ci vuole un nome forte. I ragazzi della nuova generazione di Zaiko Langa Langa, per esempio, suonano ancora molto nei locali. Per il resto dilaga quella che chiamano «musica moderna», su tutti il coupé-decalé. Invece il rap fa molta più fatica a imporsi rispetto a Dakar o ad Abidjan. Non mi stupisce: i Congolesi sono molto conservatori, i giovani ascoltano la stessa musica che ballavano i loro nonni mezzo secolo fa. Quindi la tua ripresa 50 dopo l'indipendenza dell'inno «Indépendance Cha-Cha-Cha», per quanto in chiave soul - rap - vintage, ha fatto centro? All'inizio il culto della canzone fu un problema, nessuno voleva cantarla e suonarla con me. Come fosse un atto blasfemo. Invece il mio rispetto è totale. Il video sembra un gioco, mentre ho voluto ricostruire un club '50s per rendere omaggio a Wembo Kolosoy, il vero inventore della rumba congolese. La sua generazione è stata inghiottita da un paese in cui non era riconosciuto il diritto d'autore, molti big sono finiti in miseria. Lui è morto, ma ho rintracciato alcuni componenti del suo gruppo e sono rimasto a bocca aperta. Per lo spirito e per il sound. Ho visto che a dischi come quelli di Konono N. 1 è stato riconosciuto in Europa uno spirito punk, e devo dire che quando ho incontrato questi anziani musicisti ho pensato qualcosa di simile. Registrando ci siamo accorti di come la resa fosse inversamente proporzionale all'accordatura degli strumenti. Ora sono in tour con me, quando ascolto la chitarra mi sembra di suonare con i Megadeath; poi mi giro e vedo un signore di 65 che suona a un volume pazzesco mentre sta seduto e ride. A proposito dell'Indipendenza, che cosa rimane dell'utopia di Patrice Lumumba nel tuo spirito e nelle persone che hai incontrato a Kinshasa? Era un messaggio talmente forte che in qualche misura me lo sento addosso. Mi pare però che il suo spirito non sia tanto presente oggi in Africa quanto piuttosto in America Latina. Lì, in governi come quelli del Brasile e della Bolivia, si intravedea di governare concretamente senza perdere di vista l'utopia. Quella di Lumumba era una grande idea, e anche se non ha funzionato nella pratica rimane una grande idea.
 
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