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il manifesto 2013.02.03 - 08
 
storie
Il rugby CHAMPAGNE
ARTICOLO - Flavio Pagano

ARTICOLO - Flavio Pagano
Torna il sei nazioni, il torneo più antico del mondo e oggi all'Olimpico di Roma la nazionale sfida la forte Francia. Serve l'impresa (non impossibile) per la giovane Italia
Èripartito ieri il torneo più antico del mondo, il 6 Nazioni (con Galles vs Irlanda e Inghilterra vs Scozia), mentre oggi all'Olimpico di Roma scende in campo l'Italia (alle 16), contro un'agguerritissima Francia. Su 13 partecipazioni abbiamo beccato 9 volte il wooden spoon , il cucchiaio di legno, trofeo che tocca - come le orecchie d'asino d'un tempo ai cattivi scolari - all'ultima classificata. Tuttavia i nostri sono alunni imprevedibili, scarsi nei risultati eppure dotati di indubbio talento, e ancora una volta li attendiamo fiduciosi alla prova dei fatti. La Francia, quanto mai baldanzosa per l'ottimo bilancio dei test match autunnali, è in piena sindrome di Carlo VIII: al di là delle dichiarazioni sul rispetto dell'avversario, obbligatorie in uno sport epico-etico come il rugby, è chiaro che pensano di calare in Italia per una rapace guerra di conquista. La rivalità è sentitissima - anche per i tanti Azzurri che militano nel campionato francese - ma le nostre vittorie si contano sulle dita della zampa di un piccione: una a Grenoble (che ci consegnò tra l'altro l'unica Coppa Europa di cui possiamo fregiarci), un'altra a Roma. Vittorie, naturalmente, interpretate da noi come superbe imprese, e dai cugini come superbe débacle. La Coppa Europa rappresentava il culmine dell'attività della Fédération Internationale de Rugby Amateur, attiva già dagli anni '30 (quando il rugby in Italia era considerato sport di punta dal fascismo, ciò che fatalmente ne determinò l'impopolarità nel dopoguerra), e fino agli anni Novanta fummo per 16 volte sul podio, anche se sempre o secondi o terzi. Nell'edizione del '96 vincemmo il girone e la Francia - che aveva passeggiato fin lì con le riserve - ci aspettava al varco. La finale slittò al 22 marzo 1997 e i nostri avversari volevano celebrarla alla grande. Schierarono la formazione che aveva appena stravinto il 5 Nazioni. Lo champagne era già in fresco. Ma George Coste, tecnico transalpino che guidava gli Azzurri, teneva in serbo anche una bottiglia di spumante. In campo nomi scolpiti nella storia della nostra pallaovale: Massimo Giovanelli, la mitica mediana Dominguez-Troncon, i fratelli Cuttitta, Stefano Bordon e l'indimenticabile Ivan Francescato (che si infortunò dopo soli 5 minuti, sufficienti però per lui ad andare in meta). E avvenne l'impossibile. Non solo i francesi non riuscirono a dominare la partita, ma addirittura subirono il nostro prepotente ritorno. Dopo un'autentica carica di cavalleria che travolse ogni ordine di difesa della Grande Armée , arrivò la meta di Croci e una vittoria che sembrava un sogno. La magia si è ripetuta soltanto 14 anni dopo. Manco a dirlo si festeggiava il 150esimo dell'Unità, e il «Trofeo Garbaldi» - in palio tra Italia e Francia ad ogni 6 Nazioni - veniva finalmente al di qua delle Alpi. Bleus in vantaggio, e già certi di vincere: ma l'Italia non mollava e nel finale una possente meta di Masi, li fece improvvisamente barcollare come un diretto al mento. I piazzati di Mirko Bergamasco completarono l'opera, e dopo un ultimo, disperato sussulto che non portò a nulla, la Francia si accasciò sconfitta. E incredula, almeno quanto noi. Andrea Lo Cicero, monumento del rugby azzurro che da tanti anni gioca e vive in Francia, ha ricordato con un po' d'ironia che per i Francesi l'altezzosità è un valore nazionale, e che non considerano certo un'impresa espugnare l'Olimpico. Del resto, si sa, il sacco di Roma è da sempre il sogno dei barbari : ma bisogna trasformarlo in un incubo, e questa Italia può farlo. È giovane, è forte, ha dimostrato di saper far vivere il pallone e a darle «sostegno», chiave del rugby giocato, ci saranno anche gli 80mila di un traboccante Olimpico. Come quella di Bearzot vincitrice al Mondiale di calcio '82 era costruita sul calco della Juve, così la nostra Nazionale di rugby è forgiata sul calco della Benetton. Metà degli Azzurri sono leoni di Treviso: «Mi dispiace Francia, ma ti voglio battere», ha tuonato il c.t. Jacques Brunel, ricambiando la guasconeria dei suoi connazionali. E sarà banco di prova anche per lui, in panchina, anzi sugli spalti, perché nel rugby l'allenatore - come l'impresario degli antichi gladiatori - non scende nell'arena. Sulla forza della nostra mischia non si discute. È una delle più potenti del mondo. Ma ci aspettiamo soprattutto una linea di trequarti che osi, che faccia vedere - per dirla pascolianamente - qualcosa di nuovo, anzi d'antico . Perché al rugby champagne, che passa per essere pura «scuola francese», l'Italia ha dato un grande contributo. Già quarant'anni fa, all'epoca di Elio Fusco - uno dei padri del concetto di «rugby di movimento» - e di Marco Bollesan, sfiorammo la vittoria contro i transalpini. Invece di accapigliarci sulla necessità di creare una «scuola italiana», libera dal vassallaggio verso anglosassoni e francesi, dovremmo ricordarci che una scuola rugbistica italiana c'è già, c'è sempre stata. E che il nostro rugby ha bisogno di tre cose in particolare: essere unito, razionalizzare la crescita della base, e spazzar via i complessi d'inferiorità. Speriamo sia d'auspicio la visita ricevuta dall'Italrugby, da parte dei plurimedagliati olimpici e mondiali della pallanuoto. E che lo sia l'iniziativa della Federazione di raccogliere tutto il passato ovale Azzurro per la consegna dei «caps» (cerimonia che si terrà domenica mattina nel Salone d'Onore del Coni). Centinaia di ex Azzurri, che saranno anche a bordocampo durante gli inni nazionali, a testimoniare la grandezza della passione e della storia del nostro rugby. Infine, l'arbitro: Nigel Owens, classe 1971, che viene da un paesino gallese dal nome complicato, Mynyddcerrig, nei pressi di Llanelli. A renderlo famoso, il suo coming out dopo i Mondiali del 2007. Ma soprattutto la frase con cui richiamò due giocatori che stavano mancando dell'imprescindibile signorilità richiesta a chiunque voglia calcare un campo da rugby: «Signori, questo non è il calcio», disse. E non ci fu bisogno di aggiungere altro.
 
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