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il manifesto 2013.02.05 - 01 PRIMA PAGINA
 
IL RACCONTO DEGLI OPERAI
«Un mese infernale e in isolamento»
EDITORIALE

EDITORIALE
Adriana Pollice
Ventidue anni di lavoro alla Fiat per finire fuori dalla porta con un sorriso e una tazza di caffè. Questo è capitato ad Aniello Miglio.CONTINUA|PAGINA2 Miglio è un lavoratore iscritto alla Fiom dello stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano d'Arco. Lo stipendio a fine mese arriverà ma lui e i suoi 18 colleghi iscritti alla Cgil non sono graditi in azienda. Pagati per stare a casa, come appestati. «La scorsa settimana eravamo in cassa integrazione - racconta - l'ultimo giorno di formazione l'azienda ci comunicò che ci sarebbe arrivato un telegramma o una telefonata per informarci del reparto a cui saremmo stati destinati. I sette giorni passano ma dal Vico nessuno si è fatto vivo». L'angoscia in famiglia sale, il silenzio suona sempre più minaccioso, fino a ieri mattina quando l'azienda li ha espulsi di nuovo.
Domenica scorsa il gruppo si autoconvoca per decidere cosa fare: «Ci siamo presentati lunedì mattina alle 7.40, abbiamo marcato una prima volta meravigliati che nessuno ci dicesse nulla. Quando siamo arrivati all'ingresso interno, quello che dà in fabbrica, ci hanno intimato di non 'badggiare' e ci hanno spedito nell'aula dove facevamo formazione. Per un mese ci hanno tenuti seduti lì senza neppure una goccia d'acqua. Ieri c'erano vassoi ovunque, sembrava un bar. È arrivato lo shift manager e ci ha detto che dovevamo stare a casa, che la paga sarebbe arrivata lo stesso. E questa sarebbe una comunicazione? Abbiamo preteso una nota scritta per ognuno di noi altrimenti non andavamo via. Ma ci ha risposto che il suo era un incarico ufficiale e questo era tutto quello che avremmo ottenuto». Più di quattro ore fermi in sala formazione, chiusi in una bolla, fino al ritorno dello stesso incaricato che ha intimato al gruppo di andare via o sarebbero partite le denunce. Una rapida consultazione con i legali Fiom e gli operai sono dovuti uscire, rischiavano il licenziamento.
Lo shift manager, però, li ha rassicurati: a loro niente comunicazione scritta ma in compenso la Fiat avrebbe inviato un comunicato alla stampa. Monti può essere contento: la Fiom pretende di conservare le forme del '900, la Fiat invece è proiettata verso la contemporaneità, cura l'immagine ma non i diritti. Intanto però quella che va in scena a Pomigliano, spiega Miglio, è la tragedia dell'assurdo: «Siamo stati un mese chiusi in un'aula a sentire le stesse cose che sappiamo già, che ci avevano già spiegato quattro anni fa, che avevamo già messo in pratica prima che il Vico diventasse Fabbrica Italia Pomigliano e l'Alfa lasciasse il posto alla Panda. Poi ci hanno spostato al pilotino a esercitarci alla linea di montaggio. Una sequela ossessiva di azioni senza scopo: era infatti una simulazione statica, che non serviva a niente. Per avere diritto a bere un goccio d'acqua abbiamo dovuto protestare. Ieri invece sorrisi e caffè, il livello di crudeltà, di accanimento psicofisico sta trasbordando. Non mi aspettavo baci a abbracci al ritorno, per carità, ma nemmeno questo accanimento». Tutte le loro azioni erano controllate a vista da sorveglianti, come fossero dei ladri e non dei lavoratori in formazione: «Siamo stati settimane scortati come dei carcerati, poi gli ultimi giorni era talmente palese l'inutilità del tutto che persino loro si sono stufati e hanno allentato le briglie. La Fiat ha annunciato che ci farà passare tutti in Fga e poi ci metterà in cassa integrazione per un anno, a marzo 2014 se ne riparlerà. A casa mia questo si chiama licenziamento politico. Forse non lo è formalmente, ma nei fatti questo è».
 
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