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il manifesto 2013.02.05 - 02 LA PAGINA 3
REAZIONI Ingroia: è un padrone delle ferriere
Il Pd: «Cultura medievale» Ma poi dovrà farci i conti
ARTICOLO
ARTICOLO
Daniela Preziosi
Scelta «grave», che colpisce «la dignità della persona che lavora», «si umiliano uomini che non chiedono l'elemosina, ma una retribuzione per quanto contribuiscono alla produzione», «brutale discriminazione sindacale», «i vertici Fiat rivedano questa cultura aziendale regressiva». Sulla scelta di non far entrare i 19 di Pomigliano, come già per i tre licenziati e reintegrati di Melfi, Stefano Fassina si scatena. Il responsabile economico Pd a suo tempo è stato capofila degli anti-marchionnisti del suo partito. Quando ad applaudire l'ad Fiat c'erano il segretario Veltroni e tutti i suoi, compreso l'allora sindaco di Torino Chiamparino e il rampante Matteo Renzi.
Ormai nel Pd tira tutta un'altra aria. A difendere pubblicamente Marchionne è rimasto solo il nuovo sindaco di Torino Piero Fassino. Dopo un litigio a mezzo stampa, Renzi ha cambiato idea. Gli altri ex marchionnisti, quelli che non sono passati con Monti - come Pietro Ichino - glissano. Oltre Fassina, interviene l'ex segretario Cgil e prossimo deputato Pd Guglielmo Epifani («L'azienda continua la discriminazione», «Accanirsi sulla parte più debole non è mai giustificato, tanto più quando una sentenza stabilisce torti e ragioni»). Persino un ex Cisl come Pier Paolo Baretta attacca: «Marchionne ha posto problemi veri, ma per lui è arrivato il momento di fare i conti con la democrazia italiana».
Ma il vero problema è quello che succederà dopo il voto, quando il Pd si troverà ad avere il ministro del lavoro. E dopo aver lamentato la debolezza di Monti nei confronti di Fiat, dovrà escogitare un modo per far cambiare passo ad azienda e ad. E non sarà facile. Tanto più che nella maggioranza, fra gli scranni di Sel, ci sarà Giorgio Airaudo, ex numero due della Fiom, e cioè il sindacato che per più di quaranta volte ha sconfitto Fiat in tribunale per le discriminazioni contro i propri iscritti. Airaudo ieri non le ha mandate a dire: «Alla Fiat c'è un'idea medievale dei rapporti di lavoro, vincolata al delirio di onnipotenza dell'amministratore delegato. Anche a Melfi il Lingotto aveva agito così. Ma questa volta è clamoroso, l'azienda ha formato per quattro settimane dei lavoratori per poi farli stare a casa retribuiti». Nelle liste di Sel c'è anche Giovanni Barozzino, uno dei tre licenziati e reintegrati di Melfi, «un operaio che resta operaio», promette, «oggi ho rivissuto i giorni terribili in cui ci hanno fatto rientrare a lavoro e isolati in una stanzetta senza fare niente», «il prossimo governo deve fare subito una cosa semplice: chi giura sulla Costituzione faccia in modo che la Costituzione venga applicata anche nelle fabbriche».
Su questi temi si prevede anche parecchio 'fuoco amico'. Nella lista di Rivoluzione civile, in posizione eleggibile, c'è Antonio Di Luca, proprio uno dei 19 di Pomigliano, che ieri non era ai cancelli perché ha chiesto l'aspettativa elettorale: «Un tentativo maldestro e reiterato di umiliazione. Come pensano di impiegare i rimanenti tremila esuberi se oggi non sono in grado di dare una mansione ai 18 che la magistratura vuole al loro posto di lavoro?». Di Luca promette un fuoco di fila per una legge sulla rappresentanza sindacale e sulla democrazia in fabbrica. Perché, assicura Antonio Ingroia, quello di Marchionne è «un atteggiamento arrogante e prepotente che calpesta la Costituzione. Si crede superiore alla legge e continua a comportarsi come il padrone delle ferriere» spalleggiato «da Berlusconi prima e Monti dopo, insieme ai partiti che li hanno sostenuti».
Scelta «grave», che colpisce «la dignità della persona che lavora», «si umiliano uomini che non chiedono l'elemosina, ma una retribuzione per quanto contribuiscono alla produzione», «brutale discriminazione sindacale», «i vertici Fiat rivedano questa cultura aziendale regressiva». Sulla scelta di non far entrare i 19 di Pomigliano, come già per i tre licenziati e reintegrati di Melfi, Stefano Fassina si scatena. Il responsabile economico Pd a suo tempo è stato capofila degli anti-marchionnisti del suo partito. Quando ad applaudire l'ad Fiat c'erano il segretario Veltroni e tutti i suoi, compreso l'allora sindaco di Torino Chiamparino e il rampante Matteo Renzi.
Ormai nel Pd tira tutta un'altra aria. A difendere pubblicamente Marchionne è rimasto solo il nuovo sindaco di Torino Piero Fassino. Dopo un litigio a mezzo stampa, Renzi ha cambiato idea. Gli altri ex marchionnisti, quelli che non sono passati con Monti - come Pietro Ichino - glissano. Oltre Fassina, interviene l'ex segretario Cgil e prossimo deputato Pd Guglielmo Epifani («L'azienda continua la discriminazione», «Accanirsi sulla parte più debole non è mai giustificato, tanto più quando una sentenza stabilisce torti e ragioni»). Persino un ex Cisl come Pier Paolo Baretta attacca: «Marchionne ha posto problemi veri, ma per lui è arrivato il momento di fare i conti con la democrazia italiana».
Ma il vero problema è quello che succederà dopo il voto, quando il Pd si troverà ad avere il ministro del lavoro. E dopo aver lamentato la debolezza di Monti nei confronti di Fiat, dovrà escogitare un modo per far cambiare passo ad azienda e ad. E non sarà facile. Tanto più che nella maggioranza, fra gli scranni di Sel, ci sarà Giorgio Airaudo, ex numero due della Fiom, e cioè il sindacato che per più di quaranta volte ha sconfitto Fiat in tribunale per le discriminazioni contro i propri iscritti. Airaudo ieri non le ha mandate a dire: «Alla Fiat c'è un'idea medievale dei rapporti di lavoro, vincolata al delirio di onnipotenza dell'amministratore delegato. Anche a Melfi il Lingotto aveva agito così. Ma questa volta è clamoroso, l'azienda ha formato per quattro settimane dei lavoratori per poi farli stare a casa retribuiti». Nelle liste di Sel c'è anche Giovanni Barozzino, uno dei tre licenziati e reintegrati di Melfi, «un operaio che resta operaio», promette, «oggi ho rivissuto i giorni terribili in cui ci hanno fatto rientrare a lavoro e isolati in una stanzetta senza fare niente», «il prossimo governo deve fare subito una cosa semplice: chi giura sulla Costituzione faccia in modo che la Costituzione venga applicata anche nelle fabbriche».
Su questi temi si prevede anche parecchio 'fuoco amico'. Nella lista di Rivoluzione civile, in posizione eleggibile, c'è Antonio Di Luca, proprio uno dei 19 di Pomigliano, che ieri non era ai cancelli perché ha chiesto l'aspettativa elettorale: «Un tentativo maldestro e reiterato di umiliazione. Come pensano di impiegare i rimanenti tremila esuberi se oggi non sono in grado di dare una mansione ai 18 che la magistratura vuole al loro posto di lavoro?». Di Luca promette un fuoco di fila per una legge sulla rappresentanza sindacale e sulla democrazia in fabbrica. Perché, assicura Antonio Ingroia, quello di Marchionne è «un atteggiamento arrogante e prepotente che calpesta la Costituzione. Si crede superiore alla legge e continua a comportarsi come il padrone delle ferriere» spalleggiato «da Berlusconi prima e Monti dopo, insieme ai partiti che li hanno sostenuti».
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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