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il manifesto 2013.02.05 - 05 POLITICA & SOCIETÀ
FISCO Lo aveva ostacolato, oggi ci ripensa. Ma il modello Rubik è già saltato
Il Cavaliere rilancia l'accordo con la Svizzera, che non esiste più
ARTICOLO
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Il vento in Europa è cambiato. Ora l'Unione si appresta a cambiare registro
Eleonora Martini
Perché no? Ora che non costa nulla, Silvio Berlusconi ci ripensa e improvvisamente stende il tappeto rosso agli accordi fiscali bilaterali con la Svizzera che a suo dire potrebbero fruttare subito all'Italia almeno quei 4 miliardi di euro necessari a coprire il «rimborso» dell'Imu sulla prima casa. Peccato che ora lo scenario tra Berna, Bruxelles e Roma è totalmente cambiato. E quel modello Rubik avviato al successo dopo la firma con l'Austria e la Gran Bretagna, e approvato pure dalla Commissione europea, mentre invece veniva ostacolato dal Cavaliere e dal suo ministro dell'economia, ora va arenandosi. Da sinistra, qualcuno coglie la contraddizione: «Perché non lo ha fatto tre anni fa, quando lo fecero Austria, Germania e Inghilterra e lo propone invece adesso, proprio quando la Svizzera (che teme di perdere affari) non lo vuole più?», provoca Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista. Senza aggiungere però che il Cavaliere ha sempre preferito spianare la strada agli scudi fiscali e affossare perciò la convenzione fiscale bilaterale secondo la quale le banche elvetiche imporrebbero una multa forfettaria unica per regolarizzare il passato dei depositi italiani in Svizzera, e per il futuro una tassazione pari all'aliquota fiscale italiana. A Berlusconi, «l'imbonitore», risponde anche il Pd che da sempre - fatto salvo Matteo Renzi - non vede di buon occhio gli accordi con le banche della Confederazione. «Si tratta di un accordo che non esiste - reagisce il giornalista Massimo Mucchetti, candidato alla Camera per i democratici - e che il parlamento tedesco ha scartato perché non è conveniente».
Il vento in Europa in effetti è cambiato, e non tanto per il voto tedesco dettato più che altro da equilibri politici interni, quanto piuttosto perché dal primo gennaio di quest'anno sono entrate in vigore negli Usa le nuove norme sullo scambio automatico delle informazioni bancarie. E dunque anche l'Unione europea si appresta a cambiare registro, tanto più che Berna dall'anno prossimo non potrà più rinviare l'adeguamento alle raccomandazioni del Gafi sul riciclaggio di denaro. Ecco perché gli accordi fiscali bilaterali definiti sul modello chiamato «Rubik» - che prevede il mantenimento del segreto bancario in terra elvetica - è dunque destinato all'archivio.
Silvio Berlusconi, però, ora accusa il suo ex ministro Giulio Tremonti: è lui che non voleva l'accordo con Berna, dice. E ammette: «È una forma di condono», anche se «non sarebbe un regalo agli evasori». Tremonti in effetti sull'accordo bilaterale ancora tentenna: «Voglio vedere chi è lo scemo che accetterebbe quel meccanismo lì (della tassazione alla fonte, ndr)», e poi, aggiunge, «i capitali sono già in Cina, a Hong Kong».
In effetti gli sherpa italiani e svizzeri sono ancora al lavoro per mettere a punto un nuovo modello di accordo più trasparente. Anche se l'eventuale patto dovrebbe essere poi ratificato dai parlamenti di entrambi i Paesi. «Cinque o sei anni fa il patto sarebbe stato firmato in un batter d'occhio - ha spiegato ieri sul Corriere della Sera l'avvocato Paolo Bernasconi, uno dei massimi esperti della piazza finanziaria svizzera - Non se ne è fatto nulla e nel frattempo in Svizzera purtroppo è cresciuto un sentimento anti-italiano che non fa ben sperare». E ora, aggiunge Bernasconi, «c'è una larga parte dell' opinione pubblica svizzera contraria ai patti fiscali e dunque dobbiamo mettere in conto una raccolta di firme e un referendum dagli esiti molto incerti a cui l'accordo con l' Italia sarà sottoposto». Sulle cifre nemmeno Bernasconi sa dire. Ma la previsione, conclude, è che «Roma non vedrà i primi soldi da Berna prima di 4 o 5 anni».
Perché no? Ora che non costa nulla, Silvio Berlusconi ci ripensa e improvvisamente stende il tappeto rosso agli accordi fiscali bilaterali con la Svizzera che a suo dire potrebbero fruttare subito all'Italia almeno quei 4 miliardi di euro necessari a coprire il «rimborso» dell'Imu sulla prima casa. Peccato che ora lo scenario tra Berna, Bruxelles e Roma è totalmente cambiato. E quel modello Rubik avviato al successo dopo la firma con l'Austria e la Gran Bretagna, e approvato pure dalla Commissione europea, mentre invece veniva ostacolato dal Cavaliere e dal suo ministro dell'economia, ora va arenandosi. Da sinistra, qualcuno coglie la contraddizione: «Perché non lo ha fatto tre anni fa, quando lo fecero Austria, Germania e Inghilterra e lo propone invece adesso, proprio quando la Svizzera (che teme di perdere affari) non lo vuole più?», provoca Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista. Senza aggiungere però che il Cavaliere ha sempre preferito spianare la strada agli scudi fiscali e affossare perciò la convenzione fiscale bilaterale secondo la quale le banche elvetiche imporrebbero una multa forfettaria unica per regolarizzare il passato dei depositi italiani in Svizzera, e per il futuro una tassazione pari all'aliquota fiscale italiana. A Berlusconi, «l'imbonitore», risponde anche il Pd che da sempre - fatto salvo Matteo Renzi - non vede di buon occhio gli accordi con le banche della Confederazione. «Si tratta di un accordo che non esiste - reagisce il giornalista Massimo Mucchetti, candidato alla Camera per i democratici - e che il parlamento tedesco ha scartato perché non è conveniente».
Il vento in Europa in effetti è cambiato, e non tanto per il voto tedesco dettato più che altro da equilibri politici interni, quanto piuttosto perché dal primo gennaio di quest'anno sono entrate in vigore negli Usa le nuove norme sullo scambio automatico delle informazioni bancarie. E dunque anche l'Unione europea si appresta a cambiare registro, tanto più che Berna dall'anno prossimo non potrà più rinviare l'adeguamento alle raccomandazioni del Gafi sul riciclaggio di denaro. Ecco perché gli accordi fiscali bilaterali definiti sul modello chiamato «Rubik» - che prevede il mantenimento del segreto bancario in terra elvetica - è dunque destinato all'archivio.
Silvio Berlusconi, però, ora accusa il suo ex ministro Giulio Tremonti: è lui che non voleva l'accordo con Berna, dice. E ammette: «È una forma di condono», anche se «non sarebbe un regalo agli evasori». Tremonti in effetti sull'accordo bilaterale ancora tentenna: «Voglio vedere chi è lo scemo che accetterebbe quel meccanismo lì (della tassazione alla fonte, ndr)», e poi, aggiunge, «i capitali sono già in Cina, a Hong Kong».
In effetti gli sherpa italiani e svizzeri sono ancora al lavoro per mettere a punto un nuovo modello di accordo più trasparente. Anche se l'eventuale patto dovrebbe essere poi ratificato dai parlamenti di entrambi i Paesi. «Cinque o sei anni fa il patto sarebbe stato firmato in un batter d'occhio - ha spiegato ieri sul Corriere della Sera l'avvocato Paolo Bernasconi, uno dei massimi esperti della piazza finanziaria svizzera - Non se ne è fatto nulla e nel frattempo in Svizzera purtroppo è cresciuto un sentimento anti-italiano che non fa ben sperare». E ora, aggiunge Bernasconi, «c'è una larga parte dell' opinione pubblica svizzera contraria ai patti fiscali e dunque dobbiamo mettere in conto una raccolta di firme e un referendum dagli esiti molto incerti a cui l'accordo con l' Italia sarà sottoposto». Sulle cifre nemmeno Bernasconi sa dire. Ma la previsione, conclude, è che «Roma non vedrà i primi soldi da Berna prima di 4 o 5 anni».
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