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il manifesto 2013.02.05 - 07 POLITICA & SOCIETÀ
È SEMPRE CALCIOPOLI
Grandi inchieste, piccola giustizia
ARTICOLO - Alberto Piccinini
ARTICOLO - Alberto Piccinini
Vuoi per la dimensione planetaria del fenomeno, vuoi per un certo allarme esibito a fin di bene, le indagini sul calcioscommesse mostrano sempre una certa tendenza al gigantismo. Nel 2009, le 200 partite combinate per scommetterci sopra, scoperte in Germania e in altri 8 paesi europei, meritarono dall'Uefa la definizione di «maggior scandalo che abbia mai colpito il calcio». Per il direttore dell'Europol Rob Wainwright, che ha ieri a L'Aia ha rivelato l'esistenza di un'indagine su 380 partite truccate in 15 campionati europei, comprese le coppe e le amichevoli pre-Mondiali, è «lo scandalo più grande mai scoperto». In attesa del prossimo, viene da dire.
L'architettura dell'organizzazione criminale scoperta dall'Europol è la stessa svelata dall'inchiesta della procura di Cremona «Last Bet», che stese un'ombra grigia sul calcio italiano già due anni fa. Il cervello a Singapore - le scommesse si fanno in tempo reale sui siti asiatici, i più spericolati di tutti - i quadri nell'Est Europa, altri mediatori pescati nelle mafie di ogni paese coinvolto, e giù fino ai calciatori, agli arbitri e agli ex calciatori necessari a combinare le partite. Non necessariamente per vincerle o perdere, ma per fissare il numero di gol, il minuto della segnatura e altre inezie apparentemente innocue. L'Europol parla di 425 persone sotto inchiesta o già arrestate. Quasi mai nomi di primo piano, scommettitori essi stessi, o a fine carriera con poco da perdere e qualcosina da guadagnare (la psicologia del calciatore corrotto fu così tracciata a suo tempo da Declan Hill, consulente dell'Uefa e uno dei massimi esperti del fenomeno).
Qualche giorno fa Micheal Platini ha riassunto così il problema: «Se domani andassimo allo stadio sapendo già il risultato, il calcio sarebbe morto». Si ricorderà pure che l'ex milanista Mario Monti fece sensazione all'indomani della scoperta dello scandalo scommesse italiano, sostenendo che il calcio avrebbe dovuto essere fermato per due anni. Quasi nessuno lo seguì, se non coloro che del calcio erano già sufficientemente disamorati. Si ricorderà anche una tumultuosa confererenza stampa di Antonio Conte, allenatore del Bari all'epoca dei fatti, accusato di «omessa denuncia» per alcune partite combinate dalla sua squadra. Squalificato per 10 mesi dalla giustizia sportiva (poi furono 4 in appello) Conte se la prese con «un giudice tifoso» e coi giustizialisti. Grande soddisfazione sui giornali sportivi, poi, per la revoca di un punto di penalizzazione al Napoli e l'assoluzione piena del capitano della squadra Paolo Cannavaro. E così via.
Al gigantismo delle inchieste, insomma, fa da contraltare non solo la difficoltà concreta della giustizia (doppia, penale e sportiva), ma anche una certa tendenza molto italiana a sfruttare la legittima incredulità degli appassionati tifosi per tentare una specie di connivenza col nuovo sistema. Cinquant'anni fa, in un suo perfido racconto, Jorge Luis Borges aveva immaginato di scoprire che il calcio si gioca per finta in uno studio televisivo, come un balletto dove tutto è già previsto compreso il risultato. Più perfida ancora, di questi tempi, l'idea di essere formichine sotto un bicchiere, osservate da criminali asiatici con le fattezze di un film di 007. Fin qui James Bond non si è visto all'orizzonte, almeno da queste parti. Speriamo nell'Europol.
L'architettura dell'organizzazione criminale scoperta dall'Europol è la stessa svelata dall'inchiesta della procura di Cremona «Last Bet», che stese un'ombra grigia sul calcio italiano già due anni fa. Il cervello a Singapore - le scommesse si fanno in tempo reale sui siti asiatici, i più spericolati di tutti - i quadri nell'Est Europa, altri mediatori pescati nelle mafie di ogni paese coinvolto, e giù fino ai calciatori, agli arbitri e agli ex calciatori necessari a combinare le partite. Non necessariamente per vincerle o perdere, ma per fissare il numero di gol, il minuto della segnatura e altre inezie apparentemente innocue. L'Europol parla di 425 persone sotto inchiesta o già arrestate. Quasi mai nomi di primo piano, scommettitori essi stessi, o a fine carriera con poco da perdere e qualcosina da guadagnare (la psicologia del calciatore corrotto fu così tracciata a suo tempo da Declan Hill, consulente dell'Uefa e uno dei massimi esperti del fenomeno).
Qualche giorno fa Micheal Platini ha riassunto così il problema: «Se domani andassimo allo stadio sapendo già il risultato, il calcio sarebbe morto». Si ricorderà pure che l'ex milanista Mario Monti fece sensazione all'indomani della scoperta dello scandalo scommesse italiano, sostenendo che il calcio avrebbe dovuto essere fermato per due anni. Quasi nessuno lo seguì, se non coloro che del calcio erano già sufficientemente disamorati. Si ricorderà anche una tumultuosa confererenza stampa di Antonio Conte, allenatore del Bari all'epoca dei fatti, accusato di «omessa denuncia» per alcune partite combinate dalla sua squadra. Squalificato per 10 mesi dalla giustizia sportiva (poi furono 4 in appello) Conte se la prese con «un giudice tifoso» e coi giustizialisti. Grande soddisfazione sui giornali sportivi, poi, per la revoca di un punto di penalizzazione al Napoli e l'assoluzione piena del capitano della squadra Paolo Cannavaro. E così via.
Al gigantismo delle inchieste, insomma, fa da contraltare non solo la difficoltà concreta della giustizia (doppia, penale e sportiva), ma anche una certa tendenza molto italiana a sfruttare la legittima incredulità degli appassionati tifosi per tentare una specie di connivenza col nuovo sistema. Cinquant'anni fa, in un suo perfido racconto, Jorge Luis Borges aveva immaginato di scoprire che il calcio si gioca per finta in uno studio televisivo, come un balletto dove tutto è già previsto compreso il risultato. Più perfida ancora, di questi tempi, l'idea di essere formichine sotto un bicchiere, osservate da criminali asiatici con le fattezze di un film di 007. Fin qui James Bond non si è visto all'orizzonte, almeno da queste parti. Speriamo nell'Europol.
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