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il manifesto 2013.02.05 - 07 POLITICA & SOCIETÀ
 
ARGENTINA Una dittatura poco e male illuminata, iniziata con la junta di Videla
Triste tramonto del Padrino del «fútbol», Grondona scende dal trono del pallone
ARTICOLO - Filippo Fiorini BUENOS AIRES

ARTICOLO - Filippo Fiorini BUENOS AIRES
Nove mandati di seguito per un despota accusato di truccare partite, odiare gli ebrei, picchiare gli arbitri, chiedere tangenti
BUENOS AIRES
«Sono il vicepresidente del mondo», disse una volta Julio Grondona in un'intervista. Si riferiva al potere del calcio e ai suoi titoli di vicepresidente a vita della Fifa, di presidente dell'Afa (la lega calcio argentina) e, secondo alcuni, anche di qualcosa in più che non compare sulle carte, ma che funziona anche meglio dei titoli ufficiali. Eppure, sembra improvvisamente essersi stancato del trono: parlando a una radio di Buenos Aires, ha annunciato che finirà questo anno di governo, il 34esimo consecutivo dal 1979, e poi «lascerà spazio ai dirigenti giovani».
Molti credono che Grondona sia un capomafia e lo chiamano Il Padrino. Per regnare più di tre decenni sull'Afa per lo meno devi essere un duro, eppure anche i duri hanno un punto debole. Critici, commentatori e cronisti argentini dicono che dallo scorso 14 luglio don Julio non è più lo stesso. Quel sabato morì sua moglie Nelly, dirigente dell'Arsenal - l'Arsenal di Sarandì, che è la squadra di famiglia - e compagna di tutta la vita. «I giornalisti hanno l'acido muriatico sulla lingua», aveva detto una volta la signora, che in quanto a veleno non era mai stata meno del marito. Dopo la sua scomparsa, l'uomo che nel 1969 venne squalificato per aver aggredito e picchiato un arbitro si è tolto il segno che lo ha contraddistinto per decenni: l'anello con la scritta "tutto scorre".
Zorro senza maschera o Achille dal tallone scoperto, Grondona ha superato tutto, ma non la fine dell'amore. «Non è vero che tutto passa», ha detto alla radio riferendosi al suo anello, inciso con il panta rei del filosofo greco Eraclito, che in spagnolo suona ancor più trascendentale: todo pasa. In un linguaggio corrente vuol dire che tutto può accadere, ma anche che ogni cosa finisce. Il dolore non passa, ha invece deciso don Julio in questi mesi.
Prima del funerale della moglie, la sola volta che lo si era visto piangere era stata quando il figlio lo chiamò sul cellulare poco dopo che l'Arsenal aveva vinto lo scudetto del 2012. Sarandì è un modesto comune della zona sud di Buenos Aires, Grondona vi fondò il club assieme ad altri quattro soci nel 1956 lasciando la sua ferramenta. Vederlo vincere il primo e unico titolo della sua storia sembrava un sogno irrealizzabile in quella metà degli anni Cinquanta. Ma di sogni realizzati è piena la sua carriera: sotto la sua dirigenza la nazionale albiceleste ha vinto un mondiale (Messico '86), due ori olimpici (Atene 2004 e Pechino 2008) e due Copa America.
Come capo dell'Afa, don Julio è stato accusato più o meno di tutto: salito al trono in piena dittatura militare, dopo la vittoria del mundial di Argentina '78, il minimo che gli fu attribuito una volta tornata la democrazia fu l'amicizia con i generali. In seguito si disse che minacciava gli arbitri e combinava le partite: un dirigente dell'Independiente di Avellaneda, squadra di cui in passato lo stesso Grondona era stato presidente, disse di aver accordato la vittoria del campionato a tu per tu con il Padrino. Poi lo si incolpò di aver fatto retrocedere il River Plate in Serie B, nel 2011, e di chiedere tangenti per la cessione dei diritti tv ai canali di pay per view argentina. C'è addirittura chi afferma che Grondona sia tra gli invitati del Gruppo Bilderberg, l'elusiva congrega di padroni del mondo che si riunirebbe in segreto una volta l'anno per decidere i destini del pianeta.
Un canale televisivo argentino ha raccolto qualche mese fa una testimonianza compromettente attraverso una telecamera nascosta: Grondona sulla sua poltrona si vantava di tutto il denaro ricevuto illegalmente dal Grupo Clarin (il principale gruppo mediatico dell'America latina, proprietario del canale TyC, titolare dei diritti tv sul campionato nazionale finché la presidente Cristina Kirchner non glieli ha espropriati passandoli alla rete pubblica) finendo poi per minacciare di morte un giornalista sportivo critico nei suoi confronti.
Ma neanche questo è servito a spodestare il Luigi XIV del calcio argentino, che predicava panta rei ma praticava «lo Stato sono io», e in quel filmato rubato parla di sè in terza persona: «Fanno gli affari, ma non sanno che Grondona non è d'accordo». A mantenerlo in sella in questi ultimi anni forse è stato proprio il patto sui diritti tv, che ha rotto con Clarin e che ha poi concluso con il governo neo-peronista di Cristina Kirchner. Don Julio è uno che conosce e maneggia le trame del potere. Una volta gli si chiese perché nella Primera Division (la serie A argentina) non ci fossero arbitri ebrei: rispose che «il mondo del calcio è difficile e agli ebrei non piace fare fatica».
L'ultimo fiotto di fango che l'ha colpito arriva fino al futuro: gli emiri del Qatar avrebbero corrotto i vertici Fifa per aggiudicarsi i Mondiali del 2022 e Grondona, che nella federazione gestisce le finanze, sarebbe stato il tesoriere della tangente. Si credeva che don Julio sarebbe stato in grado di scansare anche questa, invece ha deciso che questa volta sarà lui a passare la mano, probabilmente per una carica ad honorem come quella che già ricopre nella Fifa. Ma solo nel 2015: «Non posso mollare ora», ha chiarito per radio.
 
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