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il manifesto 2013.02.05 - 12 VISIONI
Retrospettive • A Villa delle Rose di Bologna, la mostra che racconta l'arte e la vita RetrospettiveA Villa delle Rose di Bologna, la mostra che racconta l'arte e la vita di Bas Jan Ader, performer e filmmaker scomparso durante una mitica traversata
Un irrequieto velista sospeso fra due mondi
ARTICOLO - Teresa Macrì BOLOGNA
ARTICOLO - Teresa Macrì BOLOGNA
In «All My clothes» fotografa i suoi vestiti, disseminati sul tetto di casa. Il riferimento è alla fuga della madre, perseguitata dai nazisti
BOLOGNA
In quel pomeriggio del 9 di luglio 1975, Bastiaan Johan Christiaan Ader (Winschoten, 1942-1975) salpò dalla spiaggia di Cape Cod (Massachussetts) sulla sua piccola imbarcazione di appena quattro metri, la Ocean Wave, per compiere una solitaria traversata atlantica e approdare sulle coste irlandesi, congiungendo, nella sua idea, America e Europa. Tra le 8-10 settimane di navigazione dovevano essere. Non era nuovo a simili imprese e, in più, l'esperienza avrebbe dovuto costituire la seconda parte della trilogia In Search of the Miraculous. Di Bas Jan Ader non si ebbe più notizia, probabilmente dissolto negli abissi e perpetuato nella leggenda e nel mistero. Tanto fugace e anticonvenzionale fu la sua esistenza quanto auratica e potente l'influenza della sua opera sulle generazioni successive. La sua barca fu trovata poi nell'aprile 1976, a 150 miglia dalle coste irlandesi con alcuni oggetti dell'equipaggiamento. Quasi un plot cinematografico. Scomparso tra i due mondi. Alla sua misteriosa fine si appella il titolo della mostra Bas Jan Ader. Tra i due mondi, a cura di Javier Hontoria, in corso a Villa delle Rose, il tentacolo espositivo del museo Mambo, a Bologna.
Un'esposizione rara e dunque imperdibile. Lo snodo dei lavori esposti a Bologna ridisegna l'identità anticonformista e spirituale dell'artista, il suo understatement, la sua melanconia, il suo humour e la sua inventiva formale intrecciata sottilmente alla sua complessa biografia. Ciò si somma a una ricerca concettuale liquida, sofisticata e umorale, che si dipana in film, fotografie, azioni, disegni, dipinti e scritti.
Il magnetismo dei suoi lavori, che rincorrono la gamma delle passioni e che, in quanto tali, veicolano empatia sullo spettatore, si allineano, uno dopo l'altro, in un'aura fascinatoria accresciuta dalla sparizione dell'artista. La sua assenza alimenta il peso della sua ricerca circoscritta ad un corpus di lavori non vastissimo spesso incompiuti ma liminari, sperimentali e certo non incasellabili.
Bas Jan Ader, dopo la formazione olandese alla Rietvelt Academy di Amsterdam trasmigra in California (dove realizza la maggior parte delle opere), dove incontra Mary Sue Andersen che diviene sua moglie. Studia filosofia e insegna arte e filosofia in varie università. In California continua a coltivare la sua passione di irrequieto velista, sublimando lo smodato senso di avventura come un moderno capitano Wolf Larson creato da Jack London abbandonandosi alle escursioni marine. Qui realizza quei lavori, divenuti mitici come l'emblematico film I'm too sad to tell you. del 1971, realizzato in 16 mm in bianco e nero, in cui per 3,34' il viso di Bas è inquadrato mentre piange. Molto si è scritto su questo film che appare soprattutto come una tautologica mise en scene concettuale: l'opera è rappresentata dall'atto stesso. Il pianto di Bas è stato anche ricondotto al trauma infantile subìto per l'arresto, la tortura e poi la fucilazione del padre (personaggio basilare della Resistenza olandese) da parte dei nazisti.
Il best-seller Een Groninger pastorie in de storm scritto dalla madre Johanna Adriana Ader-Appels e pubblicato nel 1947 rievoca molti dati biografici dell'artista che aiutano a ordirli nella tessitura globale delle opere e progetti. Gli agganci alla memoria biografica salgono quasi meccanici in All My clothes, 1970, una piccola e preziosa stampa di 28 x 35 centimetri in bianco e nero in cui Bas Jan Ader fotografa tutti i suoi vestiti (tra i quali la sua giacca da marinaio) disseminati sul tetto della sua casa di Claremont. Qui si riconduce all'episodio in cui la madre costretta dai nazisti a lasciare la casa in fretta lanciò fuori tutti i vestiti per poterli raccoglierli in seguito. Chiaro che l'opera, come molte altre di Ader, oltre alle reminescenze traumatiche reca una libera reiscrizione dell'avanguardismo europeo. Frulla a suo modo dadaismo/ neoplasticismo/ romanticismo/ azionismo/ teatro dell'assurdo e slapstick, nonsense e paradosso.
Il tetto della casa e la condizione dell'equilibrio/disequilibrio riporta in maniera scanzonata alla scena della partita a scacchi sul tetto tra Marcel Duchamp e Man Ray in Entre'act di René Clair. Il tetto della casa è un elemento reiterato che ritorna inevitabilmente nel film del 1970 Fall 1 Los Angeles, realizzato in 16 mm, in bianco e nero. Qui BJA è ripreso (dalla moglie Mary Sue) sul tetto della sua casa californiana. Col suo inseparabile lupetto nero e seduto su una sedia l'artista cade e rotola giù fino a rovinare tra i cespugli antistanti alla veranda. Durata 6'.
Il termine Fall si associa a fail nell'evidente metafora di un crollo che si può convertire al tempo stesso in fallimento e che l'artista ripete in Fall 2, Amsterdam, film in 16mm in cui BJA appare su una bicicletta con in mano un mazzo di fiori, attraversa la strada e, puntando dritto sul canale che costeggia la strada, si tuffa insieme alla bicicletta. Durata 13 secondi. In Broken fall (geometric) Westkapelle, Holland, del 1971, l'artista rimane appeso con una mano al ramo di un albero su di un fossato fino a quando, perdendo l'equilibrio, cade in acqua, vicino alla riva sottostante. Coagulano in queste cadute i riflessi di una comicità legata al cinema muto e in special modo ai paradossi di Buster Keaton. Nightfall del 1971 sempre in16 mm, muto, è un film-azione in cui BJA nella penombra di uno spazio chiuso tiene in bilico sulle spalle (alternandone destra e sinistra) una pesante lastra di cemento che alla fine fa cadere per terra.
La caduta è dunque una sorta di esercizio gravitazionale che BJA assume come dispositivo simbolico esistenziale, che sottende ancora il suo trauma soggettivo, che ripesca l'humour tragico del muto hollywodiano e che cita (chissà) la artificiosa volata di Yves Klein de Saut dans le veut (1960), tanto per riconnettere i fili con le avanguardie. E, sempre sul filo della rimanipolazione, affatto velata, Bas Jan Ader dedica, inevitabilmente, alcune azioni a Piet Mondrian: Broken fall (geometric) Westkapelle, Holland, 1971 e in On the road to a new Neo Plasticism, Westkapelle Holland, 1971. Sono delle stampe cromogeniche che fissano due azioni in cui nella prima BJA è vestito di nero, è in piedi in una stradina sul cui sfondo si vede il faro di Westkapelle dipinto spesso da Mondrian tra il 1908/1910 e si lascia cadere diagonalmente tanto da mettere in discussione la rigidità ortogonale dell'opera di Mondrian. Mentre nel secondo lavoro BJA è disteso per terra su una coperta azzurra e mima con oggetti d'uso quotidiano (una tanica di benzina gialla) delle composizioni neoplastiche. Non meno evocativo è il film Primary Time, a colori, del 1974, durata 26 minuti, dove BJA resta in piedi dietro un vaso di fiori messo in primo piano, sistemando la monocromia aggiungendo o sottraendo i fiori colorati, si da arrivare alla composizione di un mazzo di fiori giallo, poi rosso e infine blu.
La reiterazione del gesto, del procedimento e spesso del luogo è alla base del lavoro di BJA, la riduzione della scena e dell'oggetto è anche il suo codice rappresentativo che tanto e incondizionato seguito ha generato negli anni successivi. BJA dunque è stato un personaggio lunare a cui si sono ispirati artisti come Jonathan Monk, Douglas Gordon, Claire Fontaine, Christopher Williams, Ahmet Ögüt, Lawrence Weiner e molti altri e filmaker come Erika Yeomans che nel 1997 gli ha dedicato il documentario In Search od Bas Jan's Miraculous. Il film, documentario più esaustivo su BJA, è realizzato nel 2007 da Rene Daalder, Here is Always Somewhere Else; viene proiettato, a chiusura della mostra, a Villa delle Rose.
In quel pomeriggio del 9 di luglio 1975, Bastiaan Johan Christiaan Ader (Winschoten, 1942-1975) salpò dalla spiaggia di Cape Cod (Massachussetts) sulla sua piccola imbarcazione di appena quattro metri, la Ocean Wave, per compiere una solitaria traversata atlantica e approdare sulle coste irlandesi, congiungendo, nella sua idea, America e Europa. Tra le 8-10 settimane di navigazione dovevano essere. Non era nuovo a simili imprese e, in più, l'esperienza avrebbe dovuto costituire la seconda parte della trilogia In Search of the Miraculous. Di Bas Jan Ader non si ebbe più notizia, probabilmente dissolto negli abissi e perpetuato nella leggenda e nel mistero. Tanto fugace e anticonvenzionale fu la sua esistenza quanto auratica e potente l'influenza della sua opera sulle generazioni successive. La sua barca fu trovata poi nell'aprile 1976, a 150 miglia dalle coste irlandesi con alcuni oggetti dell'equipaggiamento. Quasi un plot cinematografico. Scomparso tra i due mondi. Alla sua misteriosa fine si appella il titolo della mostra Bas Jan Ader. Tra i due mondi, a cura di Javier Hontoria, in corso a Villa delle Rose, il tentacolo espositivo del museo Mambo, a Bologna.
Un'esposizione rara e dunque imperdibile. Lo snodo dei lavori esposti a Bologna ridisegna l'identità anticonformista e spirituale dell'artista, il suo understatement, la sua melanconia, il suo humour e la sua inventiva formale intrecciata sottilmente alla sua complessa biografia. Ciò si somma a una ricerca concettuale liquida, sofisticata e umorale, che si dipana in film, fotografie, azioni, disegni, dipinti e scritti.
Il magnetismo dei suoi lavori, che rincorrono la gamma delle passioni e che, in quanto tali, veicolano empatia sullo spettatore, si allineano, uno dopo l'altro, in un'aura fascinatoria accresciuta dalla sparizione dell'artista. La sua assenza alimenta il peso della sua ricerca circoscritta ad un corpus di lavori non vastissimo spesso incompiuti ma liminari, sperimentali e certo non incasellabili.
Bas Jan Ader, dopo la formazione olandese alla Rietvelt Academy di Amsterdam trasmigra in California (dove realizza la maggior parte delle opere), dove incontra Mary Sue Andersen che diviene sua moglie. Studia filosofia e insegna arte e filosofia in varie università. In California continua a coltivare la sua passione di irrequieto velista, sublimando lo smodato senso di avventura come un moderno capitano Wolf Larson creato da Jack London abbandonandosi alle escursioni marine. Qui realizza quei lavori, divenuti mitici come l'emblematico film I'm too sad to tell you. del 1971, realizzato in 16 mm in bianco e nero, in cui per 3,34' il viso di Bas è inquadrato mentre piange. Molto si è scritto su questo film che appare soprattutto come una tautologica mise en scene concettuale: l'opera è rappresentata dall'atto stesso. Il pianto di Bas è stato anche ricondotto al trauma infantile subìto per l'arresto, la tortura e poi la fucilazione del padre (personaggio basilare della Resistenza olandese) da parte dei nazisti.
Il best-seller Een Groninger pastorie in de storm scritto dalla madre Johanna Adriana Ader-Appels e pubblicato nel 1947 rievoca molti dati biografici dell'artista che aiutano a ordirli nella tessitura globale delle opere e progetti. Gli agganci alla memoria biografica salgono quasi meccanici in All My clothes, 1970, una piccola e preziosa stampa di 28 x 35 centimetri in bianco e nero in cui Bas Jan Ader fotografa tutti i suoi vestiti (tra i quali la sua giacca da marinaio) disseminati sul tetto della sua casa di Claremont. Qui si riconduce all'episodio in cui la madre costretta dai nazisti a lasciare la casa in fretta lanciò fuori tutti i vestiti per poterli raccoglierli in seguito. Chiaro che l'opera, come molte altre di Ader, oltre alle reminescenze traumatiche reca una libera reiscrizione dell'avanguardismo europeo. Frulla a suo modo dadaismo/ neoplasticismo/ romanticismo/ azionismo/ teatro dell'assurdo e slapstick, nonsense e paradosso.
Il tetto della casa e la condizione dell'equilibrio/disequilibrio riporta in maniera scanzonata alla scena della partita a scacchi sul tetto tra Marcel Duchamp e Man Ray in Entre'act di René Clair. Il tetto della casa è un elemento reiterato che ritorna inevitabilmente nel film del 1970 Fall 1 Los Angeles, realizzato in 16 mm, in bianco e nero. Qui BJA è ripreso (dalla moglie Mary Sue) sul tetto della sua casa californiana. Col suo inseparabile lupetto nero e seduto su una sedia l'artista cade e rotola giù fino a rovinare tra i cespugli antistanti alla veranda. Durata 6'.
Il termine Fall si associa a fail nell'evidente metafora di un crollo che si può convertire al tempo stesso in fallimento e che l'artista ripete in Fall 2, Amsterdam, film in 16mm in cui BJA appare su una bicicletta con in mano un mazzo di fiori, attraversa la strada e, puntando dritto sul canale che costeggia la strada, si tuffa insieme alla bicicletta. Durata 13 secondi. In Broken fall (geometric) Westkapelle, Holland, del 1971, l'artista rimane appeso con una mano al ramo di un albero su di un fossato fino a quando, perdendo l'equilibrio, cade in acqua, vicino alla riva sottostante. Coagulano in queste cadute i riflessi di una comicità legata al cinema muto e in special modo ai paradossi di Buster Keaton. Nightfall del 1971 sempre in16 mm, muto, è un film-azione in cui BJA nella penombra di uno spazio chiuso tiene in bilico sulle spalle (alternandone destra e sinistra) una pesante lastra di cemento che alla fine fa cadere per terra.
La caduta è dunque una sorta di esercizio gravitazionale che BJA assume come dispositivo simbolico esistenziale, che sottende ancora il suo trauma soggettivo, che ripesca l'humour tragico del muto hollywodiano e che cita (chissà) la artificiosa volata di Yves Klein de Saut dans le veut (1960), tanto per riconnettere i fili con le avanguardie. E, sempre sul filo della rimanipolazione, affatto velata, Bas Jan Ader dedica, inevitabilmente, alcune azioni a Piet Mondrian: Broken fall (geometric) Westkapelle, Holland, 1971 e in On the road to a new Neo Plasticism, Westkapelle Holland, 1971. Sono delle stampe cromogeniche che fissano due azioni in cui nella prima BJA è vestito di nero, è in piedi in una stradina sul cui sfondo si vede il faro di Westkapelle dipinto spesso da Mondrian tra il 1908/1910 e si lascia cadere diagonalmente tanto da mettere in discussione la rigidità ortogonale dell'opera di Mondrian. Mentre nel secondo lavoro BJA è disteso per terra su una coperta azzurra e mima con oggetti d'uso quotidiano (una tanica di benzina gialla) delle composizioni neoplastiche. Non meno evocativo è il film Primary Time, a colori, del 1974, durata 26 minuti, dove BJA resta in piedi dietro un vaso di fiori messo in primo piano, sistemando la monocromia aggiungendo o sottraendo i fiori colorati, si da arrivare alla composizione di un mazzo di fiori giallo, poi rosso e infine blu.
La reiterazione del gesto, del procedimento e spesso del luogo è alla base del lavoro di BJA, la riduzione della scena e dell'oggetto è anche il suo codice rappresentativo che tanto e incondizionato seguito ha generato negli anni successivi. BJA dunque è stato un personaggio lunare a cui si sono ispirati artisti come Jonathan Monk, Douglas Gordon, Claire Fontaine, Christopher Williams, Ahmet Ögüt, Lawrence Weiner e molti altri e filmaker come Erika Yeomans che nel 1997 gli ha dedicato il documentario In Search od Bas Jan's Miraculous. Il film, documentario più esaustivo su BJA, è realizzato nel 2007 da Rene Daalder, Here is Always Somewhere Else; viene proiettato, a chiusura della mostra, a Villa delle Rose.
Foto: «ALL MY CLOTHES», 1970, UNA STAMPA 28 X 35 CENTIMETRI IN B/N, SOTTO UN'IMMAGINE DI BAS JAN ADER
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