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il manifesto 2013.02.05 - 12 VISIONI
Star / BOB DYLAN PRESENTA A MILANO LE «NEW ORLEANS SERIES»
I tic erotici della città del blues e del jazz ripescando nella tradizione pittorica Usa
ARTICOLO - Fabio Francione MILANO
ARTICOLO - Fabio Francione MILANO
MILANO
Non è insolito trovarsi di fronte a cantanti, scrittori e registi che praticano con vena intimista e privata la pittura e il disegno. Il Novecento è pieno di artisti celebri e riconosciuti che in certo qual modo hanno coltivato la pittura da «dilettanti di genio»: chi in maniera disinteressata chi invece concedendosi anche il lusso di far conoscere questa parte della loro creatività. In tale prospettiva la produzione artistica di Bob Dylan, almeno in Italia, è stata a lungo sconosciuta al grande pubblico. Eppure Dylan ha sempre disegnato e dipinto, anche se le prime uscite pubbliche datano al 1989.
Detto questo: la prima volta di Bob Dylan pittore è uno shock, salutare e imprevisto. Infatti, nonostante la sensazione di già visto, si percepisce la scoperta. E così, all'improvviso il Dylan autore pare altro, come se fosse congelato nelle sue canzoni e dalla sua leggenda. Sono questi gli interrogativi sollevati dall'impaginazione delle New Orleans Series (2008-2011), curate per l'occasione da Francesco Bonami nelle stanze dell'appartamento di riserva del Palazzo Reale di Milano (visitabile fino al 10 marzo prossimo). Infatti, percorrendo le sale non si può fare a meno di pensare a Pavese. Insomma, a quei giovani che negli anni trenta del Novecento sprovincializzarono le lettere italiane guardando all'America, agli Stati Uniti: «Questi americani hanno inventato un nuovo modo di bere. Parlo s'intende, di un modo letterario. Un personaggio, a un certo punto di un romanzo pianta lì tutto: belle maniere, lavoro - famiglia, quando l'abbia - e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare qualche tempo per la solita spedizione...».
Quest'atteggiamento lo si ritrova in modo più complesso e ritorto nelle ventidue opere che compongono i due tempi sghembi e antitetici della «serie». Il primo è un lento e inesorabile snodarsi, cupissimo, nella New Orleans più fotografata dal cinema e suonata dal blues e dal jazz che dalla realtà, con le sue malefatte, corruttele e tic erotici più manifesti e perversi che non risparmiano poliziotti, avventurieri e cocotte; mentre il secondo, più breve e dedicato a giardini e cortili d'interni e che consta di solo tre opere, presenta il lato solare dell'artista che s'appunta sul proprio «moleskine» le impressioni di viaggio e che in seguito imprime a futura memoria sulla tela.
Quale preferire dei due? Di certo la serie «dark» per come è stata realizzata avvicina Dylan più alle «verifiche» di Grifi e Barucchello che alla pittura americana. Anche se l'isolare fotogrammi di film ha molti riscontri nella cultura underground degli States, la peculiarità dell'operazione è nell'idea mentale di una città, New Orleans, che ha nella poesia e nei rags e nel cinema e nei film degli anni '40 e '50 il suo esistere.
In bilico tra le narrazione critiche dei Chronicles e gli echi di Arthur Lubin, dei film del cantante e regista William Marshall, e di tanti altri le cui rifrazioni arrivano agli «angeli infernali» di Alan Parker e al «cattivo tenente» herzoghiano.
Ma sono i soggetti «en plein air» a storicizzare Dylan e a recuperare la tradizione pittorica ottonovecentesca più genuinamente americana: Thomas Cole, i vedutisti della Hudson School River, Wislow Homer per salire a fino a Edward Hopper.
Non è insolito trovarsi di fronte a cantanti, scrittori e registi che praticano con vena intimista e privata la pittura e il disegno. Il Novecento è pieno di artisti celebri e riconosciuti che in certo qual modo hanno coltivato la pittura da «dilettanti di genio»: chi in maniera disinteressata chi invece concedendosi anche il lusso di far conoscere questa parte della loro creatività. In tale prospettiva la produzione artistica di Bob Dylan, almeno in Italia, è stata a lungo sconosciuta al grande pubblico. Eppure Dylan ha sempre disegnato e dipinto, anche se le prime uscite pubbliche datano al 1989.
Detto questo: la prima volta di Bob Dylan pittore è uno shock, salutare e imprevisto. Infatti, nonostante la sensazione di già visto, si percepisce la scoperta. E così, all'improvviso il Dylan autore pare altro, come se fosse congelato nelle sue canzoni e dalla sua leggenda. Sono questi gli interrogativi sollevati dall'impaginazione delle New Orleans Series (2008-2011), curate per l'occasione da Francesco Bonami nelle stanze dell'appartamento di riserva del Palazzo Reale di Milano (visitabile fino al 10 marzo prossimo). Infatti, percorrendo le sale non si può fare a meno di pensare a Pavese. Insomma, a quei giovani che negli anni trenta del Novecento sprovincializzarono le lettere italiane guardando all'America, agli Stati Uniti: «Questi americani hanno inventato un nuovo modo di bere. Parlo s'intende, di un modo letterario. Un personaggio, a un certo punto di un romanzo pianta lì tutto: belle maniere, lavoro - famiglia, quando l'abbia - e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare qualche tempo per la solita spedizione...».
Quest'atteggiamento lo si ritrova in modo più complesso e ritorto nelle ventidue opere che compongono i due tempi sghembi e antitetici della «serie». Il primo è un lento e inesorabile snodarsi, cupissimo, nella New Orleans più fotografata dal cinema e suonata dal blues e dal jazz che dalla realtà, con le sue malefatte, corruttele e tic erotici più manifesti e perversi che non risparmiano poliziotti, avventurieri e cocotte; mentre il secondo, più breve e dedicato a giardini e cortili d'interni e che consta di solo tre opere, presenta il lato solare dell'artista che s'appunta sul proprio «moleskine» le impressioni di viaggio e che in seguito imprime a futura memoria sulla tela.
Quale preferire dei due? Di certo la serie «dark» per come è stata realizzata avvicina Dylan più alle «verifiche» di Grifi e Barucchello che alla pittura americana. Anche se l'isolare fotogrammi di film ha molti riscontri nella cultura underground degli States, la peculiarità dell'operazione è nell'idea mentale di una città, New Orleans, che ha nella poesia e nei rags e nel cinema e nei film degli anni '40 e '50 il suo esistere.
In bilico tra le narrazione critiche dei Chronicles e gli echi di Arthur Lubin, dei film del cantante e regista William Marshall, e di tanti altri le cui rifrazioni arrivano agli «angeli infernali» di Alan Parker e al «cattivo tenente» herzoghiano.
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