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il manifesto 2013.02.05 - 13 VISIONI
 
Azzurri 10 e lode Ma ora serve continuità
ARTICOLO - Peter Freeman

ARTICOLO - Peter Freeman
La vittoria sulla Francia di sabato scorso è probabilmente la più importante nella storia del rugby azzurro. I due successi precedenti sui bleus, nel 1997 e nel 2011, sono certamente scolpiti nella pietra, ma quel che è accaduto all'Olimpico è un'altra storia. A Grenoble nel 1997 l'Italia sconfisse a passo di carica, e si conquistò il diritto a entrare a far parte del torneo più antico del mondo, una squadra francese reduce e spompata dal Grande Slam appena realizzato nel Cinque Nazioni. Nel 2011, invece, gli azzurri allenati da Nick Mallett punirono la supponenza dei coqs, convinti di scendere al Flaminio per una facile razzia: fu una vittoria ottenuta con la tigna ma anche per evidente demerito dei nostri avversari.
Sabato le cose sono andate in un altro modo. L'Italia ha dominato i francesi. Ha giocato meglio sempre e comunque: nella battaglia della mischia, nelle fasi d'attacco (il gioco alla mano, da sempre vanto del rugby champagne), in quelle difensive, e persino nei calci tattici, quando servono lucidità e nervi d'acciaio. La novità è questa: una qualità di gioco e una continuità mai viste in precedenza. Il calo degli azzurri dopo i primi venti minuti (che ha permesso ai francesi di andare al riposo in vantaggio) non si è riflessa nel secondo tempo, disputato con una determinazione assoluta. Due mete da antologia segnate con azioni prolungate, veloci e perfette, frutto di una voglia di tener palla, di giocare e sfidare gli avversari (chi è più bravo? Noi o voi?) che Jacques Brunel ha trasmesso a una squadra per lungo tempo abituata a difendere e basta, usa a tener lontane le insidie più che a portarne nel campo avverso. I sessantamila dell'Olimpico hanno visto cose che mai avrebbero immaginato di vedere. Luciano Orquera in versione folletto imprevedibile; Giovambattista Venditti feroce e potente come una super-ala da emisfero Sud; Luke McLean pieno di un'inventiva fin qui sconosciuta, e altri ancora, tutti rivitalizzati e come animati dal sacro fuoco del bel gioco. È un miracolo, se si tiene conto di quanto fragili siano le basi su cui poggia la nazionale italiana, con i club e le franchigie che arrancano in un limbo che è una arida terra di mezzo.
Resta valida la regola per la quale l'Italia può vincere certe partite soltanto se gioca al cento per cento delle sue possibilità e se dà fondo a tutte le sue risorse, e se gli avversari non sono al meglio. La Francia di sabato era un avversario temibile ma con molti quesiti da risolvere, e fisicamente era inferiore agli azzurri. Questo ha certamente fatto la differenza, ma conta il fatto che l'Italia è stata superiore ovunque. Adesso serve una conferma, il segno inequivocabile di un cambio di marcia, una cesura con il passato, quando le vittorie erano brevi momenti di gloria tra una sconfitta e l'altra. Sabato c'è la Scozia a Edimburgo ed è una buona occasione, poi ci sarà il Galles (in crisi) all'Olimpico. È il momento di provarci.
 
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