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il manifesto 2013.02.06 - 08 INTERNAZIONALE
 
CONFERENZA SULLA SIRIA
I paesi islamici aprono al vice di Assad
ARTICOLO

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Ma non è chiaro se Il presidente iraniano firmerà il documento conclusivo
Michele Giorgio
Si chiuderanno oggi al Cairo con una condanna di Bashar Assad e un invito al dialogo tra l'opposizione siriana e quelle personalità del regime di Damasco «non coinvolte nell'oppressione», i lavori della Conferenza per la cooperazione islamica. Lo indicava ieri sera la bozza della risoluzione finale ottenuta dalle agenzie di stampa. Non è chiaro se l'Iran, rappresentato al Cairo dal suo presidente, Mahmud Ahmadinejad, sceglierà di non firmare il documento. In ogni caso è evidente l'intenzione dei Paesi islamici di dare sostegno all'iniziativa di Ahmed Moaz al Khatib, leader dalla Coalizione Nazionale delle opposizioni siriane, di aprire la porta al dialogo con le autorità di Damasco, dicendosi disposto ad incontrare il vicepresidente Farouk a-Shara.
D'altra parte la proposta di al Khatib aveva subito incontrato il favore dell'amministrazione statunitense. «Se il regime siriano è interessato alla pace - ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland - dovrebbe fermarsi e parlare con la Coalizione. Sosterremo al-Khatib». Un via libera è giunto anche dal segretario generale della Lega araba, Nabil el Arabi. «Occorre approfittare di qualsiasi occasione per mettere fine allo spargimento di sangue e mettere questa crisi sulla strada di una soluzione politica», ha detto.
Per i media governativi siriani la mossa fatta dal leader delle opposizioni sarebbe tardiva, una manovra tattica, niente di più. Volta a ribattere alla proposta fatta il mese scorso da Assad di dialogare con le opposizioni, ma solo con quei gruppi che non avevano «tradito la Siria e non erano diventati marionette nelle mani dei poteri occidentali». Assad però non può ignorare il passo compiuto da al Khatib che, contro non poche componenti della sua Coalizione, ha fatto una apertura che le opposizioni avevano escluso sino a pochi giorni fa. Dovrà rispondere in qualche modo - gli chiederanno di farlo sicuramente i russi e, forse, anche gli alleati iraniani - tenendo presente che lasciare la guida dei colloqui al suo vice a-Shara vorrebbe dire accettare di uscire gradualmente ma inesorabilmente di scena. Senza dimenticare che la posizione di a-Shara è un rebus.
Del vice presidente, un tempo esponente di primissimo piano del regime, da tempo si sa molto poco. Sunnita originario di Deraa, la città dove due anni fa sono cominciate le prime proteste contro Assad, a-Shara viene descritto come «dissidente» nei confronti delle politiche del regime e, per questa ragione, sarebbe stato messo in disparte. Alcuni giorni fa aveva detto che la guerra contro i ribelli «non può essere vinta», in contrasto con la visione del presidente che si è detto certo delle possibilità delle forze armate di mettere fine alla rivolta. Nei mesi scorsi erano circolate anche voci di una defezione di a-Shara, poi smentite. È difficile perciò che Assad accetti di lasciare la scena al suo vice e, con ogni probabilità, proverà con l'aiuto di Mosca a negoziare condizioni diverse per gli eventuali colloqui con l'opposizione.
 
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