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il manifesto 2013.02.06 - 12 VISIONI
 
Intervista/ DEVENDRA BANHART PARLA DI «MALA», CD IN USCITA IL 12 MARZO
«Mi piace mescolare Cage ai fermenti beat dell'hip hop»
ARTICOLO - Serena Valietti MILANO

ARTICOLO - Serena Valietti MILANO
MILANO
A volte la vicinanza di qualcuno è tale che non se ne percepisce neanche la presenza, semplicemente c'è, fa parte di noi. Ecco perché forse Devendra Banhart definisce questo suo ottavo album Mala «un party senza invitati», perché tutto quello che si porta addosso è scivolato dentro un vecchio registratore a basso costo naturalmente, quasi con rilassata noncuranza. Eppure Mala di invitati «imbucati più o meno consapevolmente» ne ha moltissimi: alcuni emergono da un verso stralunato di un brano, altri da un synth, altri ancora dal calore di un suono. Ognuno di loro racconta qualcosa di questo trentaduenne di madre venezuelana e padre americano, che ha debuttato nel 2002 con The Charles C. Leary, un concentrato di sonorità lo-fi uscito sulla label indie Hinah, a cui lo stesso anno sarebbe seguito Oh Me, Oh My... pubblicato dalla Young God Records di Michael Gira, anima degli Swans.
Mala invece uscirà il 12 marzo con Nonesuch, la stessa etichetta di Philip Glass, Wilco, Buena Vista Social Club e Paolo Conte «un artista italiano che amo insieme a Fabrizio De Andrè» e Caetano Veloso, una delle anime del Tropicalismo: «l'ho incontrato la prima volta a Rio de Janeiro, dove riuscimmo a esibirci solo alle quattro del mattino - racconta Devendra - Fu un disastro, ma lui venne nel backstage e disse: ragazzi è stato orribile, ma mi è piaciuto moltissimo». Caetano Veloso, insieme a Gilberto Gil, è una delle presenze sonore nei pomeriggi di bambino di Banhart a Caracas, dove la madre venezuelana ritornò lasciando il Texas, dopo la rottura col padre di Devendra. L'eredità di questi artisti permea le atmosfere del quieto Mala, un album che in quaranta minuti e una manciata di secondi racchiude un' infanzia nel cuore dell'America Latina, che ritorna sotto forma di lingua madre in Mi negrita cantata in spagnolo: e si ripresenta insieme nella Ballata di Keenan Milton, un pezzo folk strumentale dedicato al giovane skater trovato morto in una piscina dopo un party. Poi c'è la New York del rap, presente non nel sound, ma in un supporto: «Molta musica hip-hop degli inizi è stata incisa col Tascam - spiega - Sapendo che le mie canzoni non sono hip-hop, abbiamo pensato che sarebbe stato interessante ascoltare il suono dei miei brani su una macchina utilizzata in passato per registrare la musica rap che amiamo». Ma la NYC che ritorna in Mala è anche quella del giro anti-folk degli anni Zero, che emerge nel singolo Für Hildegard von Bingen, storia di una badessa che diventa VJ, un testo dall'ironia assurda, quella di cui è maestro Adam Green,«amico che stimo molto, sia per la musica, sia come artista visivo», che ha firmato la regia del delirante film The Wrong Ferrari, a cui Banhart ha partecipato insieme a Macaulay Culkin.
Il suo periodo parigino si fonde con inglese e tedesco, tra acustico e synth Eighties in Your fine petting duck «dove duetto con mia moglie Ana Kras , con cui ho lavorato anche all'artwork di Mala», un album dove emergono tracce di «musica concreta alla John Cage. E accanto a Cage, Banhart cita «il decay, il decadimento naturale del suono di Morton Feldman», il compositore americano degli immensi paesaggi sonori di quiete. «È al decay che tendo», un «paesaggio di abbandono - come lo definiva Feldman stesso - che esprime dove il suono esiste nel nostro 'sentire' - lasciandoci, piuttosto che venendo verso di noi».
 
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