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il manifesto 2013.02.07 - 02 LA PAGINA 3
 
IngiustiziaIl presidente della Repubblica visita San Vittore e lancia un ultimo accorato appello a tutta la classe politica: «Nessuna parte, anche in questo momento, potrà negare questo dramma» MILANO Nel penitenziario sono detenute 1600 pe
Napolitano si vergogna delle carceri italiane
ARTICOLO - Luca Fazio MILANO

ARTICOLO - Luca Fazio MILANO
«La situazione ormai è inaccettabile e insostenibile, sono in gioco il prestigio e l'onore dell'Italia» «Di fronte a un provvedimento di amnistia io avrei firmato non una ma dieci volte»
MILANO
Giorgio Napolitano è entrato al Due, come si dice a Milano, per una visita non rituale. Si deve essere commosso, e come minimo deve essere rimasto scioccato, se è vero che ha visitato il raggio dei detenuti stranieri.
Le sue parole di sdegno - «qui sono in gioco il prestigio e l'onore dell'Italia» - sono state salutate da quasi tutta la classe politica con un coro unanime di plauso e di condivisione: «Parole sacrosante». Tanto quanto l'ipocrisia di chi siede in parlamento, o al governo, e poi ha anche il coraggio di dirsi d'accordo con le considerazioni del presidente. Il quale, ha affermato ieri con parole poco rituali e dunque tanto più sincere, avrebbe firmato «l'amnistia non una ma dieci volte». Solo che il quadro politico, né oggi né (quasi) mai, potrà permettere di svuotare le carceri che si riempiono per un disegno perverso da cui nessuno riesce a prendere le distanze. E' la degenerazione di una cultura diffusa che ha fatto della «legalità» un totem inviolabile. Allora sperano tutti nel prossimo Parlamento, come dicono in coro le forze politiche senza crederci più di tanto.
Il Due è il numero civico di piazza Filangeri dove si spalancano le porte del carcere di San Vittore. Un inferno, sempre, nonostante più direzioni, nel tempo, si siano distinte per una gestione saggia e, per quanto possibile, non priva di una certa umanità. Laddove però, per dirla sempre con il primo presidente della Repubblica che ha visitato il carcere simbolo di Milano e non solo, «la situazione è insostenibile». Per via del sovraffollamento, come in tutti gli altri istituti di pena italiani, con 1.600 detenuti a fronte di una capienza massima di circa la metà, e soprattutto insostenibile perché in carcere ci finiscono sempre le stesse persone: il 60% della popolazione carceraria è di nazionalità straniera. Gli altri sono poveri.
Ci sono altri numeri a fotografare il dramma. Negli ultimi venti anni nelle carceri italiane sono morte 3 mila persone, significa che ogni anno muiono circa 150 detenuti di cui un terzo per suicidio (nel 2013 sono già morti 18 detenuti, 6 di loro si sono tolti la vita).
Ogni situazione catastrofica e disumana su larga scala, e questa lo è, ha bisogno di una storia esemplare per essere raccontata. Come quella di Anna, rumena, 27 anni, incensurata, regolare, con tre figli: pochi giorni fa è finita nel carcere di Como dopo un processo e una condannata in contumacia (nemmeno lo sapeva) per aver chiesto l'elemosina sei anni prima. Si era rifatta una vita grazie alla comunità di don Virginio Colmegna, che ieri per protesta digiunava davanti a San Vittore: «Questa è la dimostrazione che in carcere ci sono persone che non ci dovrebbero stare».
Deve averlo pensato anche Napolitano dopo la visita a San Vittore. «Ho pensato di dovere levare nuovamente la mia voce - ha detto - dopo che sul tema è intervenuta ancora la Corte europea per i diritti dell'uomo con una condanna, mortificante, come l'ho definita, per l'Italia». Il presidente ha voluto esprimere anche «condivisione» per le «sofferenze di uomini e donne qui detenuti e direi in modo particolarissimo di donne che sono mamme e per di più anche straniere». I suoi appelli, si è rammaricato il presidente Napolitano, però, sono sempre caduti nel vuoto.
E nulla fa sperare che questa sia la volta buona, anche se «sono in gioco il prestigio e l'onore dell'Italia e l'impegno che ne discende deve essere presente a tutte le forze politiche e ai cittadini elettori anche nel momento in cui sono chiamati ad eleggere il nuovo parlamento». E ancora: «Nessuna parte vorrà, anche in questo momento, negare la gravità e l'urgenza dell'attuale realtà carceraria nel nostro paese», ha ammonito il presidente della Repubblica. Con Giorgio Napolitano c'era anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia: «C'è l'assoluta necessità di dare vita a soluzioni efficienti che già esistono, ma sono ferme al Parlamento. Una maggiore prevenzione e pene alternative al carcere che contribuiscono al reinserimento dei detenuti sono strumenti attraverso i quali è possibile ridurre il problema del sovraffollamento, diminuire in maniera rilevante la recidiva, e quindi il numero dei reati, e garantire una maggiore sicurezza a tutti i cittadini».
Ma la domanda semplice è una, e vale per tutti: fra tre settimane quanti sono quelli che voterebbero un partito che chiede l'amnistia?
 
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