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il manifesto 2013.02.07 - 14 LETTERE
 
LE LETTERE
ARTICOLO

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La sinistra perde perché è litigiosa. E' un'affermazione che sento quotidianamente ogni volta che comincia una campagna elettorale... Vorrei condividere qualche riflessione a partire dall'editoriale di Norma Rangeri sul manifesto del 31 gennaio. Comincio dalla parola «sinistra». Non mi riconosco più in questo linguaggio: sono «i dirigenti» dei partiti di sinistra che sono litigiosi, non «la sinistra». Come non è «la chiesa cattolica» che è di destra, bensì «i gerarchi» della chiesa cattolica, e neanche tutti per fortuna... C'è un'insipienza recidivante in tanta parte del giornalismo italiano che fa senso: quante volte abbiamo chiesto un linguaggio più attento, consapevoli che il simbolico crea la realtà? Continueremo a insistere, perché in questo sono loro che devono cambiare. Sono passato al plurale perché mi ritrovo ad essere una delle tante persone, donne e uomini, che da anni sono attente al valore e alla forza del simbolico. Andiamo avanti: la sinistra «perde» perché è litigiosa. Ma anche «vince» deve essere preso in considerazione: perdere e vincere appartengono alla cultura patriarcale della competizione. Non è più nostra, non è più la cultura di tutta la sinistra: certamente non appartiene più alle donne e agli uomini che condividono consapevolmente la convinzione che il patriarcato è morto per chi gli sottrae il proprio consenso e non vuole contribuire a rivitalizzarlo sostenendo questo o quel piccolo patriarca di partito. C'è qualche dirigente della sinistra che pratichi questa consapevolezza? E veniamo al «litigiosa». E' una costante incredibile, scoraggiante... se non fosse che il bisogno di giustizia a questo mondo è così vitale da spingerci ad essere più tenaci nel perseguirla di quanto lo siano i dirigenti della sinistra nel litigare e dividersi e condannare la giustizia nel limbo dei desideri perennemente frustrati. Io spero di avere la possibilità materiale di dare il mio voto a una donna che condivida le mie stesse preoccupazioni; perché donne così porteranno avanti anche questo lavoro di formazione di cui «la sinistra» ha disperato bisogno. Cominciando dal considerare non «cose da donne» il femminismo e i contenuti della sua rivoluzione, il pensiero della differenza e le sue ricadute positive in termini di «trasformazione del maschile»: imparare a partire ognuno da sé, a non dare giudizi su chi pensa e dice cose diverse, ad ascoltare con attenzione e rispetto... Così impariamo a stare nei conflitti senza cercare l'annichilimento dell'altro, ma diventando ognuno una vera risorsa per ciascun altro. C'è qualcuno, tra chi legge, che condivide questi pensieri? Che crede percorribile la strada della convivialità delle differenze, invece della litigiosità perenne e autolesionista? Qualcuno che apprezzi la distinzione tra «politica prima» (quella delle relazioni e della convivialità) e «politica seconda» (quella della competizione e dello scontro)? Qualcuno che creda praticabile anche nella sfera pubblica quelle regole preziose che rendono belle e convenienti le relazioni intime e amicali tra chi le pratica con consapevolezza e costanza?
Beppe Pavan, Maschile Plurale
Oltre 7000 euro a testa. Netti. Solo per l'aumento del costo della vita. È quello che hanno perduto in tre anni i dipendenti pubblici, circa 3 milioni e mezzo di lavoratori, che non hanno più avuto il rinnovo del contratto nazionale di lavoro, scaduto nel 2009. I Cobas della scuola hanno fatto il calcolo sullo stipendio medio del settore. Ad esempio una maestra con 28 anni di anzianità percepisce oggi uno stipendio netto di 1500 euro al mese. Il costo della vita dal 2009 ad oggi è aumentato di 11 punti. Questo l'aumento registrato dall'indice Ipca , cioè l'Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi membri dell'Unione europea, che sostituisce l'Istat. Ciò vuol dire che la nostra maestra, solo per il recupero dell'inflazione, avrebbe dovuto avere un aumento mensile di 165 euro, che in un anno sono 2145 e in tre anni 6435. Netti. Ma insegnanti, bidelli e impiegati di segreteria, che non percepiscono quattordicesima o premio di produzione come altre categorie, si sono visti bloccare dal 2009 anche gli scatti di anzianità. Uno scatto di anzianità viene maturato ogni 6 anni e la maestra del nostro esempio avrebbe avuto un aumento del suo stipendio di 256 euro lordi all'anno, che in tre anni sono 768. Non basta. Questa perdita di oltre 7000 euro non verrà più recuperata e inciderà sugli aumenti dei futuri contratti e sul calcolo della pensione, diminuendone gli importi. Per tutta la vita. I Cobas della scuola intendono iniziare una grande campagna di informazione nell'opinione pubblica e di mobilitazione tra i lavoratori della scuola. In questi anni il lavoro nella scuola è continuamente denigrato e svalutato. Indicativa qualche sera fa in televisione la battuta «Stiamo parlando di deputate, non di bidelle», detta da una signora che da decenni è in Parlamento. A fronte di affermazioni generiche e poco impegnative sul valore dell'istruzione e della ricerca nell'economia di un paese, in realtà tutti i governi degli ultimi anni hanno tagliato i finanziamenti alla scuola statale, non dimenticandosi nel contempo di finanziare quella privata. Rinnovare il contratto di lavoro e restituire gli scatti di anzianità è un primo modo per riconoscere il valore della professionalità degli insegnanti, i peggio pagati d'Europa.
Alessandra Bertotto, Cobas Scuola Venezia
Colpisce un signore di quasi 80 anni, di nome Mujica, attuale presidente dell'Uruguay, il quale,ispirandosi a ideali di sobrietà e di morigeratezza, quindi ad uno stile di vita assolutamente spartano, abbia deciso "coraggiosamente" di vivere con circa 800 euro al mese, donando il resto del proprio stipendio, circa il 90%, ai bisognosi del proprio Paese. Certamente Mujica non ha tradito il proprio mandato, a fronte di alcuni governi cleptocratici del Terzo Mondo. Appare una soluzione surreale ed anacronistica, visti i "tempi". Stride, peraltro,il confronto con quella pletora di politici italiani, indipendentemente dal simbolo partitico, legati saldamente a indifendibili privilegi e ad "opportune" ed intoccabili convenienze; taluni sono stati protagonisti, peraltro, nel corso del 2012, sia a livello centrale che periferico, di scandali moralmente squalificanti e mortificanti, proprio nella gestione di quella che dovrebbe essere la sacra res publica. Qualcuno potrebbe affermare con un certo nervosismo: «Sciagurato il giorno in cui Pericle, politico ateniese dell'antichità, introdusse il criterio della mistoforia, cioè della retribuzione delle cariche pubbliche!» Sappiamo che Pericle si spinse in tale direzione anche per rendere possibile ai meno abbienti la partecipazione alla vita politica. Tuttavia oggi... Speriamo di poterci, in un prossimo futuro, riscattare da valutazioni, forse ,qualunquistiche, ma purtroppo, nella sperimentata quotidianità, così fastidiosamente realistiche .
Claudio Riccadonna, Ala (Tn)
Il giudice Boccassini ha accusato di megalomania il suo ex collega Ingroia per essersi paragonato a Falcone, ed ha parlato di piccolezza dell'uomo. Forse ha ragionato in termini di lesa maestà, ma se siamo in regime repubblicano! Ingroia ha precisato che non voleva assolutamente paragonarsi a Falcone ed ha risposto per le rime, diciamo sul velenosetto. Se Ingroia ha sbagliato paragone, equiparando piedistalli per vanagloria, ammettendo che la Boccassini abbia ragione, è indubbio che la sua requisitoria è incappata nello stesso errore di presunzione, ponendosi sul trono di chi divide le acque, e decide il male ed il bene. La riflessione finale è che si dimentica che la democrazia si basa per fortuna sulla divisione dei poteri e sulla loro autonomia, o sull'impossibilità di ogni prevaricazione tra di loro. Comunque in ogni dove, in ogni tempo, ed in ogni parte politica, di giudici che si credono dei non c'è assolutamente bisogno, anzi penso che il fatto rappresenti un grave pericolo.
Massimo Michelucci, klòklòkòl
Qualche mattina fa, durante la solita passeggiata alla quale sono affezionato da quando felicemente non lavoro più (sono in pensione) e il tempo è tutto mio, mi sono divertito col pensiero a completare gli slogan dei manifesti elettorali. Grandi manifesti colorati che rallegrano Colli Aniene, il quartiere dove abito, a Roma. Trascrivo qualche slogan con accanto, tra parentesi, le parole immaginate. Il manifesto del Pd, dominato dal faccione pacifico di Pier Luigi Bersani, recita: «Un'Italia giusta» (considerato che fino a ieri abbiamo contribuito a renderla ingiusta). Il manifesto del professore, dice invece: «Per non tornare indietro» (e non continuare a succhiare il sangue a chi già poco ne aveva). Il manifesto di Pierferdinando Casini: «Noi difendiamo i deboli e le famiglie» (come abbiamo fatto sino a ieri sostenendo il governo Monti). Destra di Storace: «Ora credici» (e scusa se fino a ieri ti abbiamo raccontato le solite panzane). Fratelli d'Italia, con in testa Giorgia Meloni: «Onesti e decisi, senza paura» (tali e quali al nostro amato Cavaliere senza paura, onesto e deciso).
Attilio Doni
 
[stampa]
 
 
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah.  Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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La malattia della velocità
La battaglia per l’orario di lavoro non esaurisce la questione del rapporto problematico che le società occidentali contemporanee hanno con la tirannia dell’orologio.
di Mona Chollet
 
 
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