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il manifesto 2013.02.08 - 03 LA PAGINA 3
 
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PARIGI
Il livello di cambio dell'euro - considerato troppo alto dalla Francia e dai paesi del sud, mentre la concezione tedesca difende la moneta forte - si è invitato all'ultimo momento al Consiglio europeo, dove i 27 paesi sono arrivati ieri in ordine sparso, ognuno preoccupato soprattutto di difendere i propri interessi tradizionali. Il Consiglio è iniziato con due ore di ritardo e potrebbe durare fino a sabato. E' scontro nord-sud. Manca un'intesa franco-tedesca, con Hollande che pur consapevole dei costi rifiuta «l'indebolimento dell'economia» se si tagliano gli investimenti per la crescita e la solidarietà, che si oppone a Merkel che pensa ai suoi elettori che sono convinti di pagare per gli stati-cicala e parla di «posizioni abbastanza lontane». Cameron arriva a Bruxelles sull'onda del ricatto della minaccia di uscire dalla Ue, con il referendum del 2017. Monti, con le elezioni alle porte, potrebbe bloccare un compromesso.
Sul tavolo dei capi di stati e di governo, c'è prima di tutto il bilancio della Ue per il periodo 2014-2020. Un primo Consiglio dedicato al budget era già fallito nel novembre scorso. Il braccio di ferro sul bilancio rischia inoltre di marginalizzare gli altri temi di attualità, dalla guerra in Mali alle scosse politiche che stanno succedendo alla Primavere arabe. A fare le spese degli egoismi nazionali congiunti a una volontà generalizzata di applicare l'austerità anche ai conti Ue, saranno in particolare le spese per favorire la crescita, quelle destinate al futuro, dalla ricerca alle infrastrutture. «E' come se ci fossero 27 Margaret Thatcher attorno alla tavola», ha riassunto Alain Lamassoure, ex ministro francese (Ump) ora presidente della commissione bilancio del parlamento ue.
L'ultimo compromesso proposto dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, è un bilancio 2014-2020 di 960 miliardi, pari a meno dell'1% del pil della Ue, cioè un taglio ulteriore di 13 miliardi rispetto all'ipotesi fatta a novembre, addirittura 93,2 miliardi in meno rispetto alla prima proposta della Commissione, che era già in ribasso rispetto alle idee del Parlamento europeo. Proposta in calo anche rispetto al periodo 2007-2011, che ha avuto un bilancio superiore ai mille miliardi. Gli egoismi nazionali sembrano aver congelato ogni possibilità di tagliare nei due principali budget della Ue: la Pac (politica agricola, che assorbe il 43% del totale, con i grandi produttori francesi primi beneficiari - ma c'è anche la regina d'Inghilterra) e i Fondi di coesione (37%), a favore delle regioni più povere, 300 miliardi che si spartiscono soprattutto Polonia, Spagna, Italia, Francia, ma anche la Germania per i Länder dell'est. I paesi che ottengono il «rebate», cioè un assegno di restituzione del troppo versato a Bruxelles, non vogliono sentir parlare di tagli a questa voce: non solo la Gran Bretagna, ma anche Germania, Svezia, Olanda, Austria. Francia e Italia, sulle cui spalle pesano questi «rimborsi», chiedono ora un tetto al loro contributo, per compensare. I contributori netti (Germania, Olanda, Gran Bretagna, Francia, ma anche Italia, che ha un saldo negativo di 22 miliardi, più o meno un'Imu), stringono i cordoni della borsa e si ingegnano a riflettere sui tagli: Cameron, per esempio, vuole diminuire i costi dell'euroburocrazia (6,3%), compresi gli stipendi dei 56mila eurocrati (che hanno scioperato martedì, perché non vogliono venire sacrificati sull'altare dell'austerità).
Un'intesa potrebbe essere raggiunta partendo all'attacco dei 40 miliardi che la Commissione vorrebbe destinare al Meccanismo europeo di interconnessione, destinato alle infrastrutture, a cui si aggiungeranno limature sulle spese di politica estera comune (5,5%) e sugli affari interni (sicurezza, cittadinanza ecc.). Persino il Programma di aiuti alimentari per i più poveri è messo in discussione: all'inizio era alimentato dalla sovrapproduzione agricola, adesso è un finanziamento (crollato da 500 milioni a euro a 113 nel 2012), che aiuta, in 19 paesi su 27, più di 13 milioni di persone.
 
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