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il manifesto 2013.02.08 - 11 CULTURA
 
URSS «Nelle trincee di Stalingrado», riproposto da Calstelvecchi
Nekrasov, autobiografia in mezzo alla catastrofe
ARTICOLO

ARTICOLO
L'opera fu scritta di getto dal giovane scrittore che aveva vissuto le varie fasi della battaglia
Stefano Garzonio
«A sera sono completamente ubriaco. Ubriaco d'aria, di sole, per il camminare, gli incontri, le emozioni, la gioia...». Questo lo stato d'animo alla fine del lungo assedio del protagonista di Nelle trincee di Stalingrado... Il 2 febbraio si è celebrato il settantesimo anno dalla conclusione della battaglia di Stalingrado che rappresentò uno dei passaggi decisivi per le sorti del secondo conflitto mondiale, quel cambiamento di prospettiva nell'evoluzione degli eventi bellici che vedrà, oltre due anni dopo, la definitiva capitolazione del terzo Reich. Alla battaglia di Stalingrado, alle sue diverse e complesse fasi, oltre a innumerevoli studi di carattere storico e militare, sono dedicate moltissime opere letterarie e artistiche, numerosi film. Certamente una delle opere più significative, sia per il suo valore documentario, sia per quello propriamente letterario, è il romanzo di Viktor Nekrasov Nelle trincee di Stalingrado, che l'editore Castelvecchi molto opportunamente ripropone al lettore italiano in questa ricorrenza nella classica traduzione di Vittorio Nadai.
Risollevarsi dalla catastrofe
Due anni orsono, proprio sulle pagine del manifesto, proponemmo la recensione («La guerra in Urss vista dagli scrittori») di un ben articolato lavoro dello studioso inglese Frank Ellis E le loro madri piansero (Marietti editore, 2011), nel quale si offriva una veduta d'insieme della letteratura in lingua russa dedicata alla Grande Guerra patriottica (come viene chiamato in Russia il secondo conflitto mondiale), e in quell'ampia rassegna di testi si evidenziava la centralità tematica dei fatti di Stalingrado nella produzione letteraria sovietica. Ricorderemo accanto al romanzo di Nekrasov almeno I giorni e le notti di Konstantin Simonov, e Per una giusta causa di Vasilij Grossman. Opere queste, per riportare il pensiero dello studioso inglese, nelle quali si assiste «ai tentativi di una nazione di risollevarsi da una drammatica catastrofe che - per quanto i censori si adoperassero - non poteva essere cancellata».
Il romanzo di Nekrasov occupa un suo spazio del tutto specifico, sia, ovviamente per il suo valore intrinseco, sia per la storia della sua ricezione e, in ultima analisi, anche per la dolorosa biografia del suo autore. Nelle trincee di Stalingrado è un testo che si allontana moltissimo dall'enfasi e dai toni retorici di molta della letteratura ufficiale sovietica. Varlam Salamov lo definì «un primo timido tentativo di mostrare la guerra come questa fu effettivamente». L'opera fu scritta di getto dal giovane scrittore che aveva vissuto direttamente le varie fasi della battaglia e aveva preso parte a numerosi dei suoi momenti topici (sarà poi ferito sul fronte polacco al principio del 1945).
Riconducibile per genere alla povest', vale a dire al «romanzo breve», Nelle trincee di Stalingrado è scritto in un linguaggio vivo, diretto, privo di marcata elaborazione letteraria, e colpisce il lettore per la sua immediatezza e chiarezza: l'eroismo si combina con la semplice, banale quotidianità. A metà strada tra autobiografismo e registrazione documentaria, il romanzo offre, nel confuso evolversi dell'intreccio, una raffigurazione genuina delle varie fasi dell'epopea di Stalingrado senza alcuna costrizione o costruzione ideologica e celebrativa.
Vita quotidiana dei soldati
L'autore è riconoscibile nel tenente Kerzencev e accanto a lui tutti i diversi personaggi sono ritratti dal vero. Il romanzo non ha per così dire un impianto narrativo rigido, ma si sviluppa liberamente nello scorrere spontaneo dei giorni e degli eventi concentrandosi sulla dura vita quotidiana dei soldati, sui combattimenti, le emozioni e le attese dei semplici attori di questa grandiosa scena che il lettore riesce a recepire e conoscere in un progressivo crescendo tra sofferenza, valore e umana debolezza. Si parte dalla ritirata del luglio 1942, quando le truppe germaniche stavano raggiungendo Voronez, e dopo l'attraversamento del Don la narrazione si concentra su Stalingrado, l'organizzazione per difendere la città, il suo assedio, la battaglia, la sovrastante tragica ombra del Mamaev Kurgan. Nekrasov non costruisce la sua narrazione in funzione ideologica, non mostra la guerra, i combattimenti di Stalingrado, nella prospettiva della strategia bellica o in una chiave di lettura che evidenzi il ruolo guida di Stalin, del partito, o anche le decisioni dei generali, dei commissari politici, ecc. Nel sottolineare la crudele insensatezza della guerra, il suo carattere di cataclisma imprevedibile e tragicamente quotidiano, quasi prorompesse dalle forze della natura, lo scrittore si concentra sull'idea del patriottismo, il «recondito calore del patriottismo» per dirla con Tolstoj, come momento più alto e decisivo della coscienza nazionale e che costituisce la quintessenza dello spirito popolare russo. In quest'ottica il romanzo si inserisce in quella grande tradizione di letteratura bellica russa che parte dalla Figlia del capitano, i Racconti di Sebastopoli e Guerra e Pace, esempi dai quali discende il metodo introspettivo, lirico-psicologico che Nekrasov sviluppa nella caratterizzazione dei personaggi e del loro agire (si sono qui fatti i nomi anche di Cechov e poi di Hemingway e Remarque).
Il libro ebbe una storia del tutto particolare. Fu scritto nel 1946 e apparve sulle pagine della rivista Znamja nell'autunno dello stesso anno. Fu dunque proposto per il «Premio Stalin» e sappiamo che alla vigilia della decisione il romanzo fu scartato dal presidente della giuria Aleksandr Fadeev. Eppure nella notte la situazione si ribaltò. Un altro lettore, «colui che tutto poteva», espresse un giudizio positivo sul libro, malgrado che Nekrasov non si fosse particolarmente soffermato sul ruolo ch'egli, Iosif Vissarionovic, aveva avuto nella vittoria di Stalingrado (Stalin viene citato solo tre volte e in casi del tutto marginali).
Rimane questo uno dei misteri della personalità del dittatore, come nel caso dei Giorni dei Turbin, pièce di Bulgakov ispirata alla Guardia Bianca, alla cui rappresentazione Stalin assistette ben diciassette volte. Si può solo supporre che a Stalin fosse venuta a noia la sequela di testi celebrativi di maniera. Insignito del «Premio Stalin» il romanzo godette di grande successo presso il lettore russo e fu tradotto in moltissime lingue straniere (in Italia giunse più tardi, anche se altre opere di Nekrasov, in particolare, La città natale, dedicata a Kiev, dove lo scrittore era nato nel 1911, svolsero un ruolo non secondario nel dibattito letterario italiano degli anni Cinquanta prima del caso Zivago.
Al suo viaggio in Italia Nekrasov dedicò pagine assai dense in Di qua e di là dall'oceano, 1962). Dal romanzo fu tratta la sceneggiatura del film Soldati (1956), nel quale fece una delle sue prime comparse il celebre attore sovietico I. Smotkunovskij. Il carattere specifico, non conformista di Nekrasov scrittore, permea di sé tutta l'opera dello scrittore fino a decidere anche il suo destino di uomo con la conseguente scelta di emigrare in occidente nel 1974 (fu redattore della rivista Kontinent, continuò a scrivere e pubblicare fino alla morte sopraggiunta a Parigi nel 1987). E infatti Nelle trincee di Stalingrado, come poi Kira Georgievna e La città natale, costituisce un esempio letterario che, staccandosi dai rigidi clichés del cosidetto «realismo socialista», anticipa la stagione del disgelo che vedrà qualche anno più tardi lo stesso Nekraskov tra i suoi protagonisti anche per il coraggioso articolo sull'eccidio di Babij jar che precedette la famosa lirica di Evtusenko. Proprio questi tratti di sincera umanità, di amore senza compromessi per l'uomo e la sua libertà, fanno di Nelle trincee di Stalingrado un libro ancora attuale e vivo, meritevole di una lettura partecipe e appassionata.

Foto: UN MANIFESTO ANTINAZISTA RUSSO DEL 1941

 
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