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il manifesto 2013.02.08 - 11 CULTURA
 
SCAFFALE «La parte del fuoco» di Marco Rovelli, edito da Barbès
Quelle lacerazioni sulla pelle che rilanciano un principio di vita
ARTICOLO

ARTICOLO
L'incontro di due autolesionismi e solitudini, quella psichica di Elsa e sociale di Karim
Paolo Zublena
Un romanzo, due epigrafi. «I hurt myself today / to see if I steel feel», da Hurt di Trent Reznor (explicit di The Downward Spiral, capolavoro nichilistico degli anni '90 targato Nine inch nails), ma nella versione cantata da Johnny Cash - precisa l'autore. L'altra - precedente - recita: «Sacrificando una piccola parte di sé nel dolore fisico tangibile, circoscritto, contro una sofferenza psicologica incommensurabile (...)Non si tratta di tentativi di suicidio, ma al contrario di tentativi di vivere... di ricostruire del senso sul proprio corpo facendo la parte del fuoco, ossia sacrificando una parte di sé per poter continuare ad esistere». Si tratta dell'antropologo francese David Le Breton, che si serve di una espressione idiomatica della lingua francese - faire la parte du feu, dalla quale ha origine il titolo del primo romanzo - dopo le «narrazioni sociali» certo ben note ai lettori di questo giornale - di Marco Rovelli, La parte del fuoco (Firenze, Barbès, 2012, euro 15).
Il peritesto chiarisce fin da subito che il tema centrale del romanzo è l'autolesionismo: l'infliggere un dolore volontario al proprio corpo, la deliberata lacerazione della propria pelle - ma intesa come procedura atta alla conservazione e al rilancio della vita. Il plot è costituito dall'incontro di due solitudini ben diverse: quella interamente sociale di Karim, giovane e colto immigrato tunisino che ferisce il proprio corpo per sottrarlo al dispositivo concentrazionario del Cpt; quella psicopatologica - ma ovviamente anche sociale - della giovane Elsa - infelice progenie di una borghesia imprenditoriale di nouveaux riches -, che si taglia non tanto perché rifiuta l'ordine paterno, ma semmai in quanto non è entrata nel simbolico per la debolezza del Nome del Padre: e difatti il padre empirico risulta tra l'assente e l'inefficace («lui da solo non è che forma vuota, impotente»).
Nell'interpretazione lacaniana degli stati-limite del corpo fornita da Massimo Recalcati, che coinvolge l'anoressia come l'autolesionismo, il martirio del corpo non è rifiuto della legge paterna, ma di sé da parte del corpo stesso, «acting out dell'orrore», chiusura ed esibizione a un tempo, cadaverizzazione della carne, come nelle automutilazioni di certa body art. Il problema e insieme lo slancio anche politico del romanzo di Rovelli sta nel tentativo di far coincidere - o di avvicinare - l'autolesionismo come consapevole gesto politico di Karim e l'autolesionismo psicopatologico di Elsa, sottraendo questo all'espressione dell'orrore attraverso la cura insieme paterna, amicale ed erotica del contatto con l'uomo - Karim - che ha già fatto prova, estrema, della vita «di fuori». Per rappresentare queste esperienze-limite, Rovelli si serve di uno strumento non inusitato come la narrazione alla seconda persona, o meglio il rivolgersi con il tu al personaggio da parte di un narratore grammaticalmente assente. Rispetto ai grandi esempi di questa tecnica riconducibili al nouveau roman - La modification di Butor e L'homme qui dort di Perec, che rappresentano il personaggio visto dal di fuori rispetto al suo mondo interiore, elidendo nel contempo il punto di vista del narratore, Rovelli procede diversamente. Il suo è insieme uno strenuo dialogo del narratore con i due personaggi principali - da una postazione esotopica -, ma anche un prestare loro le proprie immagini, la propria metaforica, o un fondere il repertorio figurale dell'autore con quello verosimilmente riconducibile agli eroi (mimeticamente più diffuso quello di Elsa, adolescente ferma al registro dell'immaginario; ma assai acceso anche quello di Karim), cercando così di attuare una sintesi di due percorsi (e di due materie narrative) che sembrerebbero altrimenti destinati a rimanere divisi.
 
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