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il manifesto 2013.02.08 - 12 VISIONI
 
Being in Berlin
Se il tassista ama Bach
ARTICOLO - Cristina Piccino

ARTICOLO - Cristina Piccino
Volo dell'alba, occhi pesti per fare presto The Grandmaster, il ritorno di Wong Kar wai non si può perdere. Berline Tegel, l'aereoporto più vicino alla città: dodici chilometri, un taxi costa sui venti euro, il bus 2.40 ma si deve cambiare prenderne un altro , la metro la valigia è superpesante, l'ansia cresce ok il taxi... Eccolo, gentile, afferra la valigia e quasi ci rimane steso. Sorriso. Partiamo. Sfodero quelle due parole di tedesco rimaste. Lui fa andare la radio, Bach. No, dico io impossibile. Vi è mai capitato un taxista con Bach? E li capisco che è finita. Va piano, pianissimo, per quei dodici chilometri ci mettiamo 40 minuti, il limite è 50 e lui se possibile va ancora più piano. Roba da sincope, l'ansia cresce, e intanto guardo con invidia le altre auto gialle pensando ai taxisti turchi dei film, quelli con musica techno sparata nelle orecchie che in dieci minuti ti depositano a Potszdamer Platz. «Ha fretta?» mi chiede lui serafico. Nemmeno rispondo strozzata dall'ansia. Lui invece supercool. Welcome in Berlin, città no stress. L'opening party con The Grandmaster omaggio al presidente della Giuria Wong Kar wai è quello delle grandi occasioni. Sul Red carpet sfilano star e politici, i giurati di questa edizione, oltre a Wong kar Wai Susanne Bier, Andreas Dresen, Ellen Kuras, Shirin Neshat, Tim Robbins, Athina Rachel Tsangari, il direttore del festival Dieter Kosslick, e ancora Joseph Gordon-Levitt, Brigitte Lacombe, Isabella Rossellini, il cinema nazionale al gran completo per quello cheè il più atteso appuntamento e un modello ottimo di festival metropolitano come in Italia non abbiamo.
Il festival di Roma non ce l'ha ancora fatta, e quello di Torino che era un potenziale prototipo di vitalità è stato progressivamente svuotato dal devastante intreccio di politica e scelte artistiche, la prima assai orientante le seconde (che poi è il male originario del festival di Roma).
Mi viene francamente lo sconforto a leggere le dichiarazioni del neo direttore Paolo Virzi, regista che coi suoi film non ha mai molto frequentato i festival e che anzi spesso ha preso in giro la cinefilia troppo radicale (o troppo snob e poco popolare). Questa battuta - penso a Tutta la vita davanti lo scherno verso Bertolucci - è divenuto ahinoi la filosofia del suo festival, che ha rilevato accettando il pacchetto «chiavi in mano». Cioè senza volere una sua equipe, desiderio peraltro legittimo e normalissimo che è stato all'origine del tramonto dell'ipotesi Gabriele Salvatores.
Perciò eccoci all'Europop - la grande trovata del futuro - che non è la versione approvata da Bruxelles (con buona pace della cancelliera Merkel) del festival di Sanremo ma vuole essere una sorta di contentiore dei film che sono andati bene col pubblico in Europa e che in Italia non trovano spazi oppure arrivano in sala solo l'estate. Popolare, questa la magica parola dell'era Virzì, cosa sia non si sa, è un po' come quando il candidato governatore (centrosinistra) alla Regione Lazio la tira fuori parlando del festival di Roma che se non è popolare non si deve fare. Un male inguaribile di una certa cultura del centrosinistra, questa non interpretazione della parola popolare (e Gramsci c'entra poco). Come se il gusto «popolare» sia solo una questione di cifre. Pensiamoci un po', pensiamo a cosa è oggi un festival, a come cambia e deve cambiare con le trasformazioni dell'immaginario, gli intrecci e le contaminazioni, i suoi strumenti e i suoi potenziali pubblici che non è solo la rete o il 2.0. Ed il progetto Virzi appare già desueto, per un festival che era molto più avanti. Ha un senso tutto questo?
 
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