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il manifesto 2013.02.09 - 03 LA PAGINA 3
TRE GIORNI DI SCIOPERO
Edicole chiuse contro la legge del più forte
ARTICOLO - Giuseppe Marchica*
ARTICOLO - Giuseppe Marchica*
Dal 24 al 26 febbraio le edicole chiuderanno per sciopero. Da molti anni si parla di una riforma dell'editoria che regoli in modo trasparente il settore, ma nulla è mai stato fatto.
Il settore, è stato lasciato nell'incertezza più totale, la direttiva Bolkestein, da molti vista come un valore che può creare sviluppo in un mondo globalizzato e libero e da molti altri invece vista come una deriva liberista che lascia al mercato e quindi alla legge del più forte qualsiasi scelta, è diventata troppo spesso il punto di riferimento di Regioni, Comuni, e perfino dei Tribunali Amministrativi. Una situazione di grande incertezza generale, complicata e aggravata dai rapporti interni alla filiera, sempre più difficili e spesso perfino rifiutati da chi si ritiene più forte, al vertice della filiera.
Viviamo in un mondo, in cui la sopraffazione del più forte spesso è la regola, ma questa regola, noi non l'accettiamo.Siamo in presenza di un Accordo nazionale scaduto da tre anni che nonostante tutte le richieste sindacali non ha avuto dalla Fieg nessuna risposta. Per questo faremo di tutto per rinnovare un accordo nazionale di filiera, che dia prospettive e ossigeno ai Rivenditori.
Nel 2005 c'erano 43.000 punti vendita, nel 2011 erano 33.000, oggi, forse non si arriva a 31.000, nel solo 2012, chiuse 2000 rivendite, più di 3000 posti di lavoro bruciati in un solo anno. Tutto questo in un sistema, in cui la liberalizzazione e il mercato sembrano essere i motori, i deus ex machina, che tutto regolano e controllano.
A quale futuro pensa il mondo editoriale? Con quali idee? Con quali investimenti? Una delle grandi preoccupazioni che abbiamo riguarda il fatto che oggi progetti di investimento non se ne vedono. Abbiamo il fondato timore che una parte della filiera pensi ad una rete di vendita ridotta della metà, che a sua volta potrà sostituire quelle chiuse, fornendo qualche quotidiano e qualche periodico ad altre attività a proprie spese, e con i propri mezzi, per sollevare da costi logistici i distributori locali. Sarebbe la fine del pluralismo dell'informazione perché, inevitabilmente, tutta la piccola editoria non avrebbe in questo caso la possibilità di sopravvivere.
Ma davvero ci si può rassegnare a vedere scomparire altri 20-30 mila posti di lavoro tra edicole e indotto nel giro di due tre anni, in una situazione sociale in cui oltretutto ci sono già gravissimi problemi occupazionali?
E ancora, davvero non ci sono alternative alla fine di un sistema di vendita della carta stampata, in cui ogni editore possa arrivare col proprio prodotto, con le proprie idee a tutti i cittadini? Davvero è inevitabile vedere concentrare in questo modo l'informazione nelle mani di pochi come è già avvenuto per le televisioni?
Noi crediamo che ci siano ancora tutte le possibilità per mantenere in Italia una diffusione di cultura e informazione, aperta a chi ha idee da condividere. Anche per questo abbiamo proclamato lo sciopero generale.
Riteniamo indispensabile, che si faccia finalmente la riforma dell'editoria, per chiarire, ad esempio, che la parità di trattamento si deve dare alle testate, non ai loro gadget, tutti i giornali devono essere visibili in tutte le edicole, ma cosa c'entrano i piatti o le borsette o i costumi da bagno?
Perché concedere a oggetti di quel tipo, quella parità di trattamento che deve essere riservata invece alla informazione e alla cultura. Chiediamo che si riconosca alla vendita di giornali e riviste, quella funzione di rilevanza costituzionale che tutti teoricamente ammettono, ma che non è completamente riconosciuta dalle leggi, e che si riconosca alle edicole quel ruolo di servizio pubblico che effettivamente svolgono tutti i giorni, in ogni luogo.
E ancora di favorire rapidamente un processo di inserimento di tutta la filiera, nel Registro degli Operatori della Comunicazione, dove già sono presenti gli editori, ma dove dovrebbero stare anche i distributori locali, riconoscendone la figura giuridica, e i Rivenditori, che attraverso un processo completo di informatizzazione, possano così certificare le vendite, requisito essenziale, secondo le nuove normative di legge, per accedere ai finanziamenti pubblici.
Questi sono alcuni dei trenta motivi a sostegno dello sciopero, trenta motivi perché si restituisca a questa categoria, il futuro
*Segretario nazionale Si.na.gi
Il settore, è stato lasciato nell'incertezza più totale, la direttiva Bolkestein, da molti vista come un valore che può creare sviluppo in un mondo globalizzato e libero e da molti altri invece vista come una deriva liberista che lascia al mercato e quindi alla legge del più forte qualsiasi scelta, è diventata troppo spesso il punto di riferimento di Regioni, Comuni, e perfino dei Tribunali Amministrativi. Una situazione di grande incertezza generale, complicata e aggravata dai rapporti interni alla filiera, sempre più difficili e spesso perfino rifiutati da chi si ritiene più forte, al vertice della filiera.
Viviamo in un mondo, in cui la sopraffazione del più forte spesso è la regola, ma questa regola, noi non l'accettiamo.Siamo in presenza di un Accordo nazionale scaduto da tre anni che nonostante tutte le richieste sindacali non ha avuto dalla Fieg nessuna risposta. Per questo faremo di tutto per rinnovare un accordo nazionale di filiera, che dia prospettive e ossigeno ai Rivenditori.
Nel 2005 c'erano 43.000 punti vendita, nel 2011 erano 33.000, oggi, forse non si arriva a 31.000, nel solo 2012, chiuse 2000 rivendite, più di 3000 posti di lavoro bruciati in un solo anno. Tutto questo in un sistema, in cui la liberalizzazione e il mercato sembrano essere i motori, i deus ex machina, che tutto regolano e controllano.
A quale futuro pensa il mondo editoriale? Con quali idee? Con quali investimenti? Una delle grandi preoccupazioni che abbiamo riguarda il fatto che oggi progetti di investimento non se ne vedono. Abbiamo il fondato timore che una parte della filiera pensi ad una rete di vendita ridotta della metà, che a sua volta potrà sostituire quelle chiuse, fornendo qualche quotidiano e qualche periodico ad altre attività a proprie spese, e con i propri mezzi, per sollevare da costi logistici i distributori locali. Sarebbe la fine del pluralismo dell'informazione perché, inevitabilmente, tutta la piccola editoria non avrebbe in questo caso la possibilità di sopravvivere.
Ma davvero ci si può rassegnare a vedere scomparire altri 20-30 mila posti di lavoro tra edicole e indotto nel giro di due tre anni, in una situazione sociale in cui oltretutto ci sono già gravissimi problemi occupazionali?
E ancora, davvero non ci sono alternative alla fine di un sistema di vendita della carta stampata, in cui ogni editore possa arrivare col proprio prodotto, con le proprie idee a tutti i cittadini? Davvero è inevitabile vedere concentrare in questo modo l'informazione nelle mani di pochi come è già avvenuto per le televisioni?
Noi crediamo che ci siano ancora tutte le possibilità per mantenere in Italia una diffusione di cultura e informazione, aperta a chi ha idee da condividere. Anche per questo abbiamo proclamato lo sciopero generale.
Riteniamo indispensabile, che si faccia finalmente la riforma dell'editoria, per chiarire, ad esempio, che la parità di trattamento si deve dare alle testate, non ai loro gadget, tutti i giornali devono essere visibili in tutte le edicole, ma cosa c'entrano i piatti o le borsette o i costumi da bagno?
Perché concedere a oggetti di quel tipo, quella parità di trattamento che deve essere riservata invece alla informazione e alla cultura. Chiediamo che si riconosca alla vendita di giornali e riviste, quella funzione di rilevanza costituzionale che tutti teoricamente ammettono, ma che non è completamente riconosciuta dalle leggi, e che si riconosca alle edicole quel ruolo di servizio pubblico che effettivamente svolgono tutti i giorni, in ogni luogo.
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